Chi sei?

Chi sei tu? Che faccia hai? Sono anni che ti penso, che ti immagino ma non riesco a vederti. La prima volta eri una figura scura, il sole alle tue spalle non mi permise di vedere il tuo viso. Vidi solo le tue mani sulla vita, il viso dritto, la tua figura snella. Non riuscii a vedere il tuo volto, i tuoi lineamenti.

Poi ti ho rivisto qualche giorno più tardi, entrare all’improvviso, con impeto, nella baita sul lago. Ma anche quel mattino il sole era dietro le tue spalle, tu ferma, probabilmente spaventata, sull’uscio. Sentii solo un borbottio di scuse e poi sparisti, come un refolo di vento che spalanca la porta di casa, si ferma all’ingresso, guarda roteando le sue spire e poi sparisce. Così hai fatto tu. Io ero ancora intorpidito dal sonno informe a cui mi aveva cotretto l’ennesima nottata di inquietudine e di una solitudine stanca, depressa.

Ancora qualche giorno, forse un paio di settimane, e in un alba quieta e tinta di fucsia sei arrivata scalza, con la tunica bianca, dritta sul tuo corpo nervoso, e ti sei seduta, le gambe incrociate nella posizione del loto, sulla riva del lago. Ero dietro la finestra, leggermente piegato in avanti, la fronte poggiata sul vetro, la mano sul legno del tavolo. Ero quieto quella mattina, come il cielo e il lago, pur uscendo da un’altra notte di rabbia e dolore. Ti guardai immerso nel silenzio. Mi soffermai sul candore della tua veste, sui lunghi boccoli neri che scivolavano sulle spalle dritte. Chissà perché immaginavo che tu avessi i capelli corti e di un colore diverso. Rimasi colpito e per un attimo pensai che non fossi tu. Ma all’improvviso il sole sorse dietro le montagne e un raggio ti illuminò e rividi, di nuovo, il profilo del tuo corpo sotto la luce. Eri tu, non potevi che essere tu. Ti scrutai e resistetti all’impulso di uscire di corsa per raggiungerti e guardare, finalmente, il tuo viso. Invece rimasi dietro il vetro, la fronte poggiata sulla superficie fredda, la mano poggiata per reggermi al tavolo consumato. Il tavolo dove avrei scritto la nuova storia la cui protagonista saresti stata tu. Sbirciai a lungo. Poi ti alzasti e andasti via, con il tuo passo leggero, in controluce. Non riuscii, ancora una volta, a guardare il tuo viso. Nemmeno per un attimo, perché tu fosti attenta a non girarti e a non darmi la prospettiva giusta.

Io scriverò di te. Ma non so chi tu sia e nemmeno conosco il tuo viso. Ma non importa. Tu sei qui: dentro di me. E ti darò un volto.

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