Lo sputo dell’hacker

Entrai nella stanza. Era lunga e stretta. Il Direttore era dietro la scrivania, bianca come i muri che ci circondavano. Ingessato nel suo vestito grigio, alto, magro, l’espressione del viso immobile. Non c’era un sorriso su quel volto, un grigio esteso dal vestito. Anche la traccia di pizzo, mal profilato, era brizzolata. Gli occhi di ghiaccio fissavano un punto dietro di me. Istintivamente mi girai per vedere se avevo dimenticato la porta aperta. Ma era chiusa. Con un gesto della mano mi invitò a sedermi, senza una parola. Spostai la sedia, mi sedetti, accavallai le gambe e incrocia le braccia. Era un segnale di difesa. E ne ero consapevole perchè avevo assunto di proposito quella postura. Lui aspettò un tempo fin troppo lungo. Poi si sedette, spostando entrambi i lembi della giacca con un movimento fluido. Indirizzò lo sguardo e le mani verso la tastiera del portatile, aperto alla sua destra.

Scrisse qualcosa. Nel silenzio. Che io decisi di assecondare. Poi staccò le mani dal computer, con la schiena si appoggiò allo schienale della poltrone e sospirò, rumorosamente. Continuavo a fissarlo, lo sguardo dritto nei suoi occhi, le braccia conserte.

“Bene, Croce. Come sta?” mi disse grattandosi la punta del naso. Fissai lo sguardo su quel movimento. Ero un prurito sul suo naso e voleva grattarmi via?

“Bene. E lei?”

Non sorrise. Fece un gesto con l mano come se stesse scacciando un fastidio.

“E’ da un po’ che non ci vediamo. Ho bisogno di farle qualche domanda.”

“Prego”

“Prima qualche informazione personale, se non le dispiace.” Non ebbi il tempo di dire nulla. Attaccò. “Lei è sposato?”

“No”

“Ah.” e mi guardò corrugando la fronte.

“Quindi non ha figli?”

Sorrisi. “Ne ho due”

Scosse la testa, sorpreso. “Come?”

“Mah, credo come tutti. Per qualche strano mistero, c’è la fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo, sfuggito al controllo, e le cellule iniziano a moltiplicarsi. Con un equilibrio incomprensibile e stupefacente. Poi, dopo nove mesi, nascono dei piccoli mostricciatoli urlanti. Ma crescendo migliorano. Non sempre”

Non perse la sua flemma. “Nel suo caso?”

Annuii. “Nel mio caso sono migliorati. Molto. Per quel che mi dicono”

“E la madre?”

Sospirai. “Altre domande?”

Lui girò lo sguardo verso il portatile. Lesse qualcosa. Forse gli avevo interrotto una routine consueta. Si staccò dallo schienale e appoggiò i gomiti sul tavolo. La stoffa del suo vestito era grezza, un filo di un bottone si era sfilato e penzolava sull’avambraccio.

“Sono maschi o femmine?”

“Maschi. 18 e 15 anni e studiano. Andiamo avanti?” Lo dissi sorridendo ma il messaggio voleva essere chiaro.

Sulle sue labbra sottili e anch’esse grigie apparve un’abbozzo di sorriso. Reagiva?

“Bene. E’ riservato sull’argomento” Annuii oscillando la testa. Sostanzialmente non erano cazzi suoi anche se mi chiedevo dove volesse andare a parare.

“La domanda reale è una sola, Croce.” Inspirò a fondo e si riappoggiò allo schienalle della sedia. Si girò verso la finestra e anche il mio sguardo si diresse verso il cielo azzurro. Un uccellino si fermò sul davanzale. Era piccolo e con gli occhietti guardò verso l’interno. Socchiusi gli occhi per guardarlo meglio. “E’ un pettirosso!” mi sfuggì. Erano anni chenon ne vedevo uno. Un piccolo pettirosso dalle piume grigie e la macchia infuocata sul petto.

Lui si avvicinò con il viso al vetro. L’uccellino non fuggì. Invece quel grandissimo coglione bussò con la mano sul vetro e lo fece volare via. E sorrise anche. Un gran sorriso soddisfatto. Si sdraiò di nuovo, con un movimento secco, sulla poltroncina e si girò verso di me. Con la mano si allisciò il pizzo. Mi chiesi cosa avesse da lisciare visto che era molto corto.

“Allora. Croce. Cosa vuole fare da grande?”

“Perché?” mi sfuggì senza controllo. Cosa volevo da grande. Che domanda idiota.

“Perché l’azienda ha bisogno di conoscere le aspettative dei suoi dipendenti. Le loro ambizioni.”

“E cosa ne fareste delle mie ambizioni?”

“Le valuteremmo”

“Per farne cosa?”

Giunse le mani, come se volesse pregare. O come se dovesse spiegare una banalità ad un idiota. “Mah, Croce. Come lei ben sa, l’azienda ha bisogno di incrementare il volume di affari, ha bisogno di vendere prodotti, di fare volume per fare utili.”

“Lo capisco.”

“Bene. Mi fa piacere. Ma sa, i tempi sono cambiati, la tecnologia ormai ci consente anche di controllare la produttività dei nostri dipendenti. E… come dire… abbiamo rilevato che lei… si fa troppi scrupoli nel vendere.”

Corrugai la fronte, senza dire nulla. Mi controllavano. Lo sapevo.

“Caro Croce” e sorrise compiaciuto non so di cosa, “i tempi sono cambiati (di nuovo? pensai) e farli scrupoli è sbagliato. L’azienda si aspetta risultati. E i risultati si ottengono rispettando i budget che vi vengono assegnati. Bisogna raggiungere quei numeri a tutti i costi, altrimenti…”

“Altrimenti cosa?”

“… beh, altrimenti dovremo prendere dei provvedimenti. L’azienda viene prima di tutto”.

“Anche prima della coscienza?” Sciolsi le braccia e mi piegai avvicinandomi alla scrivania. Lui fece un movimento e arrettrò spostando la sedia all’indietro. Aveva timore? mi ritrovai a pensare.

Lui annuii. “Certamente. Anche oltre la coscienza. Bisogna essere spietati. I numeri vanno raggiunti.”

“Anche se questo significa indebitare una famiglia, inutilmente?”

“Certo! Soprattutto se questo significa indebitare una famiglia. Cosìla leghiamo a noi e potremo avere il controllo per molti anni. Sono commissioni, provvigioni, interessi certi!”

Lo guardai incuriosito. Ero sinceramente incuriosito. Sapevo che quell’uomo era stato lo spin doctor del candidato sindaco del centrosinistra di un comune lì vicino. La mente si affollò di domande che avrei voluto fargli, qualcuna anche urlargliela. Riuscii solo a sorridere. Di nuovo. E un po’ mi sentivo un cretino a sorridere davanti a quel viso di ghiaccio, a quella persona di ghiaccio che non poteva che vestirsi di grigio. Mi venne in mente che avrei voluto dare una sbirciata alle sue scarpe. Le immaginavo nere, lucide ma consumate.

“Qual era la domanda?” gli chiesi.

“Cosa vuole fare da grande?”

Lo guardai, un ghigno probabilmente apparve sul mio viso. Ora mi presi io una pausa, una lunga pausa.

“L’hacker”

“Cosa?” e rise, sinceramente divertito.

“Sì, l’hacker. E sa perché?”

Si guardò le unghie delle mani.

“Non la interessa. Pensa che io scherzi. Io entrerò nei vostri sistemi informatici, nei vostri server che, per risparmiare, hanno un sitema operativo vecchio di quindici anni. Entrerò, prenderò i vostri budget, le vostre mail, le vostre considerazioni su di noi, le chat cosiddette riservate in cui mi mettete a disposizione tutta la merda che progettate. In cui vi scrivete, ridendo, cose peggiori di quelle fesserie che ha detto a me poco fa. E tutta questa roba la invierò ai giornali. Ci farò soldi? No. Quei soldi li darò alle persone che avete truffato in tutti questi anni. Sarà divertente. Lei è una merda.”

Mi alzai, gli tesi la mano che lui guardò esterefatto. Allora lo guardai dritto negli occhi, avvicinai la mano tesa al suo mento, gli sollevai leggermente il viso verso di me e gli sputai in faccia.

“Arrivederci. A proposito…” Mi girai verso di lui. “E lei, dopo aver perso il lavoro, che farà da grande?

Ora potevo andare via, badando bene a chiudere con garbo la porta della stanza. Quella stanza lunga e stretta di un orribile colore bianco.

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