Chitarra, pianoforte, batteria e il passo di una corsa

Oggi il cielo è limpido, un azzurro denso, luminoso che taglia la penombra. O è luce oppure è ombra. Non c’è una via di mezzo, quel guado in cui la luce e l’umbra si mescolano in un vago chiaroscuro in cui non si intuisce dove inizia l’una e finisce l’altra. Sto correndo. L’aria del primo mattino è fredda, secca, pungente come mille aculei che pizzicano i porti del viso. Ho deciso di non indossare le cuffie. I tonfi dei miei passi arrivano offuscati dalla pile del cappello che copre le orecchie. Per i primi chilometri non avverto la stanchezza. Non incontro nessuno, solo gatti pigri che mi osservano annoiati, gli occhi socchiusi per la luce vivida, e qualche cane che mi abbaia dall’interno dei balconi o dei piccoli giardini spelacchiati delle villette che incrocio. Al quarto chilometro arriva la prima crisi. Le gambe si induriscono. Una fitta acuta mi trafigge il polpaccio della gamba sinistra. Vado avanti determinato. Sputo sul cemento stinto e crepato dal sole e dai troppi copertoni che l’hanno schiacciato. Giro verso la campagna e mi trovo su una strada vuota di macchine, di alberi. E’ una strada arida, sulla sinistra un ciottolato di piccole pietre bianche, qualche buca piena di acqua limacciosa e marrone. Lascio l’asfalto e batto quella terra incerta, bucata e morbida. Il sole inizia ad alzarsi e il caldo sposta via con una schiaffetto gentile il freddo del primo mattino. Continua a non esserci nessuno. Penso alla quarantena da questo maledetto virus che incombe dietro l’angolo e che sta trasformando il pianeta nel set di un film horror, un mostro che è nascosto negli anfratti della vita e che è pronto a saltare addosso e divorare vite, carni, sottraendo l’aria ai polmoni che lentamente divora e di cui si non si sazia mai.

E’ un panorama apocalittico, una scena da “Io sono leggenda”, mi aspetto che all’improvviso spunti una mandria di cervi e mi scavalchi con i loro salti.

Sento il sudore che cola sotto la giacca antivento, gocce scivolano dai bordi del cappello e colano intorno agli occhiali. La crisi sta passando e il pensiero di te torna. Ti vedo. Come se fossi lì, davanti a me, sdraiata su letto, i collant che premono sulla tua pelle e il mio desiderio che cresce. Mi guardi e non parli ma io ho sete dei tuoi baci, delle tue parole, della lingua che lecca le mie labbra. Annuso l’aria e il profumo che percepisco è il tuo, quello che inspiro quando infilo il nasonei tuoi capelli ricci appena lavati. Apro gli occhi. Non ci sei. Scavalco una buca, poi saltello su un dissuasore schiacciato e sbreccato. Svolto a sinistra e incrocio di nuovo una fila di pini marittimi alti e profumati. Il legno è screziato dalla luce, scaglie scure ormai secche che sono lì per staccarsi e cadere sull’asfalto nero, appena tirato e morbido, anche se solo per qualche giorno. Da una finestra esce potente il suono di una batteria che accompagna i tasti di un pianoforte. E poi, all’improvviso, la voce di Roger Waters canta The last refugee. Rallento il mio passo e torno indietro. Un magone duro come un cazzotto mi prende lo stomaco e la gola. La mia musica. La mia musica che nel silenzio di una strada addormentata esce dalla finestra socchiusa di un appartamento. Le strida dei gabbiani graffiano l’impasto sonoro. Sono due e scendono verso di me. Uno dei due mi affianca, gira la testa, uno sguardo rapido dei piccoli occhi neri e un grido di saluto mi spaventa. Poi volano via. E io corro. Corro. Corro. E cerco di lasciare indietro il pensiero di te, la tua assenza, quel buco nero profondo da cui ogni tanto riaffiora un antico profumo, un vecchio ricordo sepolto ma che torna su, come un rigurgito del passato. Ma per ricordarmi che il dolore non si spezza, non si scheggia e non si frantumerà. E’ lì, magari sepolto da polvere, dalla terra nera umida, mescolato con i ricordi che svaniscono nel tempo. E resta lì. E un giorno in cui il vento è scivolato via, la luce del sole è densa e luminosa, l’aria del mattino è fredda e pungente, lui uscirà allo scoperto per ricordarti che non posso farci nulla perché è sangue nella mia carne, è impiantato nell’amigdala. E uscirà quanto riterrà opportuno, con un profumo, con la densità del nylon o con una melodia suonata con un pianoforte.

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