Il profumo di erba tagliata.

Socchiudo il cancello con il gomito, per evitare il contatto con le mani. Mi accolgono le luci arancioni dei lampioni sulla strada. Il silenzio è totale. Alzo lo sguardo verso il cielo. E’ di un nero profondo. Le stelle sono tante, piccoli punti luminosi che scheggiano la tavola nera di quel bel soffitto sopra di noi. Ripeto, il silenzio è totale. Piccoli rumori che fino a due settimane fa non avrei nemmeno avvertito, oggi sono tonfi sordi. Sono nuovi rumori a cui mi devo abituare.

Mi hanno tolto la vita. Il perimetro adesso è raggiungere il fondo della strada, arrivare alla piazza davanti all’ingresso del vecchio aeroporto militare. Stasera ci arrivo, costeggio i muretti bianchi dei piccoli condomini e delle villette bianche immerse in giardini profondi, verdi, immersi in alti pini marittimi. Inalo a fondo. Il profumo dell’erba fresca, appena tagliata, è forte. Inspiro ancora di più. Chiudo gli occhi e mi immergo, giusto un attimo, nei ricordi.

L’angoscia mi strangola, mi manca l’aria. Non ho più nulla del passato. Non ho più quelle piccole cose che vivevo come schegge, meteore su cui buttare solo un breve pensiero. Oggi, invece, sono macigni su cui mi reggevo che non ho più sotto le mani. Il caffè al bar, la visita nella libreria, la chiacchierata con Marco parlando di figli, sport, vita. Andare a comprare Internazionale dall’edicola vicino al lavoro e fermarsi a parlare di basket con il tempo che passa e io che non me ne rendo conto.

L’angoscia che vivevo fino a qualche settimana fa oggi sarebbe ossigeno per i miei pensieri, stampelle su cui appoggiarsi, respiri profondi, preoccupazioni su cui sorridere. Certo, la vita ora ha un’altra prospettiva, un altro sapore, un altro odore. Mi chiedo quando sia giusto perdere la libertà per un contagio. Lo so, serve per difendere chi è più debole. Sono quelle stesse persone su cui diverse generazioni hanno sputato, prima prendendo bene la mira e dopo centrando il bersaglio. Quelle persone, quelle che stanno morendo a centinaia ogni giorno avevano un nome, un cognome, una storia, una vita da raccontare. Sono pezzi di memoria che vacillano, si sbriciolano, si perdono.

E il poter vivere dentro casa mia, per giorni, settimane, in un ambiente confortevole non mi placa l’angoscia. Non riesco a vedere nemmeno cinque minuti su Netflix, o su Amazon Prime o su Sky go. Io che leggo una decina di libri al mese non riesco a leggere che poche righe. E non scrivo nemmeno una riga. Queste sono le prime frasi che butto giù. Per dire che mi hanno tolto tutto: la libertà, la serenità, forse è anche a rischio la dignità.

Non sopporto nemmeno la retorica dell’inno nazionale sparato dalle case dei condimini alle sei del pomeriggio, oppure Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, canzone che ho sempre odiato. Non sopporto la retorica. Non sopporto l’ipocrisia, adesso, di glorificare medici e infermieri, quegli stessi “angeli” che fino a qualche settimana fa erano aggrediti e presi a calci e pugni negli ospedali, o denunciati appena possibile. Non reggo questa ipocrisia figlia di tanta miopia e di tanto odio.

Mi manca l’aria, spalanco la finestra, esco sul mio bel balcone e alzo lo sguardo. Il cielo è sempre nero e le stelle sempre più numerose, lucenti e silenziose. Le vedo pulsare. Chiudo gli occhi. Un profumo di carne cotta alla brace è sparso nell’aria. Si mescola all’odore dell’erba e della salsedine portata dalla brezza del sud.

Un altro giorno è passato. Un altro piccolo pezzo di vita vola via. E non tornerà più.

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