I fiori rossi dei cespugli di more

E’ sera. E’ passata un’altra domenica. Esco sul balcone. Accarezzo la balaustra in cemento e il passamano di alluminio anodizzato, screpolato dal sole, dal vento e dalla poggia come la pelle di una mano. Il cielo è nero, anche stasera. E le stelle sono sempre lì, leggermente spostate verso sinistra rispetto ad un paio di giorni fa. Sento il respiro dell’ aria, il fruscio lontano dei passeri che si vanno a mettere al riparo nelle fronde degli alberi. Il silenzio è totale, assoluto. E’ interrotto da finestre che si socchiudono timidamente, si intuisce qualche voce che parla, il fruscio di una televisione. Non si sente più il rumore rassicurante del motore a scoppio della motobarca che collega il quartiere al centro della città. Se mi concentro riesco addirittura ad intuire lo sciabordìo delle onde nelle acque del porto che è poco lontano. Sono giorni che i cieli sono liberi dal rombo dei motori degli aerei di linea, che l’asfalto delle strade non è scheggiato dalle macchine o dai motocicli. C’è solo il lieve soffio provocato dalle scarpe e dal passo leggero di qualche persona che non resiste dentro il proprio appartamento e rischia una passeggiata in queste silenti strade periferiche.

Se non ci fosse la paura a dominare potrebbe essere molto bello pensare ad una vita così, un ritorno alla naturalezza della vita, con pochi gesti misurati nel silenzio della meditazione interiore, di una vita in cui il consumo è sospeso e si è costretti a misurarsi, giorno dopo giorno, ad accettare quello che si ha e ad abbandonare la ricerca di quello che non serve. Sarebbe bello se la paura lasciasse spazio ad una nuova consapevolezza. Alla ricerca di quelle piccole cose che adesso mancano e che fanno la vita, quelle piccole cose che erano prima sommerse dalla fretta e dall’ingordigia del nuovo. Adesso si ha il tempo e la voglia di ascoltare i pensieri di un figlio, di abbracciarlo e dedicarsi interamente a quel gesto tentando di assorbire il dolore che lo angoscia e liberarlo dalle paure sconosciute che lo attanagliano. Si ha la voglia di guardare la compagna di una vita che si mette in gioco e si impegna allo spasimo per stare vicino ai suoi ragazzi e svolgere fino in fondo il ruolo di insegnante. Lo fa per dare una speranza, la forza, l’umanità, una prospettiva. Lo fa spremendo al massimo le competenze, e lo sforzo per imparare ancora di più, tecnologiche usando strumenti vecchi, consumati, graffiati. Eppure ci riesce con un vecchio MacBook Air la cui scheda wireless è rotta ed è stata sostituita con un accrocchio, o con un vecchissimo iphone di oltre sei anni la cui batteria dura un refolo di vento. Ma guai a toccarglieli, sarebbe come strappare brandelli della sua carne. A lei bastano, sono sufficienti. E’ l’esemplificazione della sobrietà, della serietà, dell’obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo, senza fronzoli. Io guardo, affascinato, ammirato, invidioso.

Nel silenzio della sera, dentro le case le cui finestre sono aperte per assaporare l’aria fresca e profumata della primavera, ci sono tante storie così, di un popolo che vive, va avanti, ognuno a modo suo mettendoci quello che sa e quello che può. Certe volte sembra che le stelle pulsanti nel cielo nero, gli alberi potati di fresco e profumati, i prati tagliati, i piccoli fiori di more stiano lì, affacciati su un muretto immaginario ad osservarci con un sorriso affettuoso, fiduciosi che questo cambiamento possa portare qualcosa di buono a noi stessi, a loro, al futuro di questo pianeta stremato e che ora, finalmente, riesce a respirare nel vuoto obbligato di un capitalismo morente e furente.

Andrà tutto bene.

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