Una retsina, grazie.

E’ domenica. Un giorno ricco di sole e di caldo. Verso il tramonto un vento leggero risale dal mare e rinfresca l’aria. Ieri mi sono spaventato dalla massa di persone che girava per la città incurante delle misure di prudenza che ognuno dovrebbe seguire per evitare il contagio.

Questa mattina ho evitato di fare la colazione al bar. Sono entrato, ho chiesto di impacchettare quattro cornetti e li ho portati a casa. Il caffè di quel bar non mi piace, preferisco quello della mia moka consumata. Ha un gusto più rotondo, equilibrato, profumato. Sa di casa. Il che non vuol dire nulla ma certi giorni mi fa piacere. Altri no.

Dopo sono dovuto andare al Decathlon. Una massa di macchine arroventate dal sole nel parcheggio, una certa fila per entrare, una guardia che misura la temperatura con lo scanner. Dentro un po’ di persone ma tutte con la mascherina. Vado nel reparto biciclette e un vuoto devastante mi ha accolto. Non c’era nemmeno una bicicletta, gli scaffali dei pezzi di ricambio desolatamente vuoti. Ho preso una bomboletta di grasso per le catene e mi sono diretto alla cassa. Una fila infinita perché i pos per il pagamento con le carte non funzionavano. In fila a serpente, senza il distanziamento. Un pericolo continuo. Scuotevo la testa ma non potevo farci nulla.

Sono rientrato a casa, per leggere, riflettere, correre sul tapis roulant. Ma l’aria di tarda primavera chiamava, spingeva ad uscire. Ecco, il problema è proprio in quel punto, in quel momento esatto della giornata: quando il richiamo della natura, della stagione mette in evidenza le anomalie di questa stagione di pandemia. Perché nell’esatto momento in cui si esce dal proprio appartamento si devono fare i conti con la primavera. Ho la fortuna di vivere vicino al mare, in un avamposto di cemento infilato dentro una natura ancora selvaggia. Appena esco dal cancello di alluminio nero sono circondato da alberi, da tronchi antichi, larghi e nodosi, da cespugli di more in fiore, da un gigantesco roseto di rose rosse che si intrufola ovunque e che macchia il verde intenso di un frutteto abbandonato perché il vecchio proprietario è morto da alcuni anni. C’è un piccolo edificio che lui teneva in un ordine quasi maniacale. Ora la porta è sfondata, il locale dove conservava gli attrezzi per la cura dell’orto è stato devastato. Ma la natura del suo piccolo pezzo di terra ha avuto la meglio. Gli alberi da frutta seguono le stagioni, si seccano al freddo, si riempiono di foglie verdi, a fine inverno, di fiori in primavera, di frutti tondi e succosi d’estate. I rovi di more hanno mantenuto un muro perimetrale che ha impedito di entrare e di distruggere quella terra. Sono anni che fioriscono dei loro piccoli fiori rosa e che si trasformano in gemme rosa, poi rosse e poi nere. I pensionati della zona le raccoglieranno e ci faranno delle marmellate buone, ricche di sapore, e guarniranno delle torte da leccarsi le labbra.

Oggi non ho resistito. Ho aspettato all’angolo della curva che porta sullo spiazzo vicino al mare. Ho atteso che le decine di persone senza mascherine passassero. Poi appena sono rimasto finalmente da solo, ho tolto la mascherina, ho chiuso gli occhi e ho inalato a pieni polmoni il profumo di quell’orto antico e selvaggio. Ho respirato l’aroma dolciastro e denso dei fiori delle more, quello gentile e delicato delle rose rosse, quello misto dei fiori degli alberi da frutta, e di sottofondo il profumo di legno di sandalo, un collante di odori.

Mi è montata la rabbia al pensiero che questo paradiso è solo un minuscolo angolo di natura che si è salvato, solo perché costeggia un aeroporto militare. Questa terra fino a qualche anno fa era piena di boschi, di spazi verdi, di alberi secolari, di profumi continui. Perché ogni stagione ha i suoi odori. Un tempo ci correvo dentro la sera tardi, con la luna bianca alta nel cielo e il respiro che si riempiva di questa meraviglia. Lì dentro mi sentivo un sospite, solo un essere vivente mescolato ad altra vita, animale e vegetale.

Ora il lockdown è finito, non credo per molto. Però per ora è finito. E le macchine hanno ripreso il possesso delle strade, il rombo dei motori ha stracciato il silenzio denso nelle strade. Il puzzo dei gas di scarico ha cancellato il profumo della natura. I ragazzi hanno ricominciato a riempire i muretti di bottiglie di birra, di bicchieri di plastica, di guanti e mascherine gettate con disprezzo sul cemento. Nel cielo intanto volano le gazze, qualche gabbiano grigio e le rondini garriscono nel vento e si inseguono giocando.

Mi guardo intorno, da un lato mi sento grato di questo piccolo pezzo di terra profumata che mi tiene legato a sè. Da un altro lato vorrei prendere una nave, andarmene in qualche piccola isola greca, abbandonare lo schifo che ha ripreso a girarmi intorno. Mi immagino seduto ad un tavolino di una osteria, vicino al mare calmo della sera mentre sorseggio una birra ghiacchiata. Immerso nei miei pensieri e circondato dalle chiacchiere lente dei vecchi.

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