Orecchiette al pomodoro

Un piatto di orecchiette al pomodoro. La pasta è fresca, integrale, noi diciamo “callosa” ad indicare lo spessore e l’elasticità dell’impasto che sotto i denti è ruvido, nodoso, impegna in una masticazione lunga e appagante. E io questo desideravo: masticare lentamente, assaporando ogni boccone, ogni attrito dei denti sulla pasta, ammorbidendola, allargandola, spianandola. Tutto un movimento che va identificato in “ola”. E’ un’azione cosciente e responsabile che spinge verso la gioia fisica e quella interiore. La pasta si mescola con il sugo, anche lui denso, rosso carminio, che mescola il sapore acuto della cipolla con l’acidità e la morbidezza del pomodoro fresco.

Insomma, una epifania del gusto e della psiche.

Macché. Non ci riesco. Non riesco a dare concretezza alla volontà che resta, invece, accantonata in un angolo sin dai primi momenti. Abbasso la testa sul piatto e inizio una corsa contro il tempo. Non per ingordigia. Per stress. Non ho mai mangiato con calma, ho sempre masticato rapidamente e brevemente, per cui, appunto, il “mente” sostituisce l’ “ola”. E vi assicuro che è deprimente. La meraviglia della pasta. l’arte artigiana della sua preparazione nel mio corpo si sfalda in una poltiglia informe, poco elastica, una specie di pallina di pongo, grigia e difficile da manipolare. Si piazza nello stomaco e lì resta, indifferente all’azione dei succhi gastrici che, mortificati, aumentano la produzione di acido ma la polpetta avvelenata resta lì, dura a morire. E le povere pareti del mio stomaco iniziano a bruciare, divorate dall’acido e dal peso di quella palla indigesta.

Un momento di piacere si trasforma in ore di pura sofferenza fisica. Berrò acqua frizzante nella speranza di aiutarmi a digerire e invece l’effetto sarà l’opposto perché il pongo assorbirà l’acqua e si rigerenerà.

Bene, dopo avervi schifati con questa descrizione vi chiederete il perché di questo post. Onestamente non lo so. Mi sono dato l’obiettivo di scrivere un post al giorno, di digitare parole su questo blog abbandonato nel tempo. Vanni Santoni nel suo ultimo libro dispone che si debba scrivere OGNI GIORNO, e questo io fo’.

Tanto non mi legge nessuno e anche questo breve scritto orribile, peggio degli altri, non lo leggerà nessuno per cui non si fa del male. Ovvìa.

E per oggi è tutto.

Ah, comunque le orecchiette erano spettacolari. E accompagnate poi da una ottima malvasìa bianca fredda…

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.