L’aria scivola via

Lo spazio si restringe. Giorno dopo giorno. E mi manca l’aria. E’ una strana combinazione di fattori che si presentano all’improvviso e poi si consolidano, senza andare più via. Tutto ebbe inizio un giorno, all’improvviso. Fino a quel giorno non avevo nemici, o se li avevo non me ne curavo molto. Ma quel giorno, in una Bari assolata e ventosa, all’interno di un appartamento polveroso, sede del sindacato di cui ero dirigente, avvenne il primo passo di una inversione di tendenza. Fui colpito duramente, senza preavviso, da una persona a cui volevo bene e che consideravo una sorella piccola, una persona che avevo accudito per anni. In realtà avvenne una cosa tutto sommato banale: si liberò di me e della mia presenza ingombrante per scegliere la sua strada politica. E per fare questo bisogna uccidere il proprio maestro, ammesso che potessi considerrmi tale. Insomma, una normale vicenda di crescita.

Per me invece fu una crepa profonda che mi tolse fiducia. In quella crepa si infilarono altre persone che in realtà non vedevano l’ora di infilarci le dita, poi le mani per aprire sempre di più la crepa e veder scorrere il sangue. E così andò. Giorno dopo giorno ho perso tutto quello per cui avevo lavorato per una vita. E insieme a quello scesero dalla macchina con cui viaggiavamo insieme tutte le persone con cui avevo condiviso la strada. Quelle persone hanno nomi e cognomi, delle facce, delle storie, ore ed ore di chiacchierate, di vita condivisa, di affetti scambiati. Ogni viaggio una scendeva per non risalire più.

Nell’ultimo viaggio è sceso anche il mio cuore, mi ha lasciato. Era poggiato sul cemento grigio di una strada, ormai quasi rinsecchito per non avere più sangue dentro di sé. Era sdraiato su un lato, pompava lentamente l’aria, sembrava cercasse di afferrare l’aria con le sue ultime forze, vanamente perchè aveva perso l’elasticità. E dopo poco è morto. Ed io sono rimasto solo. Senza cuore ma ancora vivo.

Come si fa a vivere senza cuore? Ogni attimo passato era porsi un enigma senza risposta. Senza cuore non si può vivere ma io lo facevo. Continuavo a camminare, a respirare, ad andare al lavoro, a leggere, scrivere, mangiare. Ma erano una serie di azioni meccaniche, tutte svolte senza anima e senza passione e sentimento. Era tutto piatto, monotono. In certi giorni mi sentivo in effetti morto, senza provare più emozioni positive. Stranamente l’unica sensazione provata era una sorta di rabbia che covava sotto la pelle ed esplodeva all’improvviso, senza alcun segno premonitore.

Capitava che mentre parlavo con una persona, da un momento all’altro iniziavo a perdere il controllo e urlavo, gettavo via le cose, prendevo a pugni i muri oppure prendevo la rincorsa per sbattere la testa contro il muro. Non ce l’avevo con la persona di fronte a me, era solo uno strumento per stare male, per sentirmi una merda, per farmi del male. Era la ricerca di una punizione da assegnarmi. Dopo quell’esplosione di rabbia scendeva la calma. Una calma totale, appagante, piacevole. Era anche una sensazione di quiete muscolare, perchè la carne si scioglieva, i muscoli si rilassavano lentamente ma fino in fondo. Il silenzio scendeva intorno e dentro di me. Durava poco, però. Poi l’inquietudine riappariva. Nel silenzio non sentivo più il battito del mio cuore. Diventava un buco nero opprimente perché era un nulla totale, non un ronzio, non un rumore. Nulla. E senza quel battito era come vivere immerso nel nulla, nel buio più totale. Senza cuore. Appunto.

L’avevo lasciato lì, su una strada in un pomeriggio al tramonto del sole. L’avevo abbandonato, ormai rinsecchito, asfittico, senza più sangue e senza aria. Sì, era andato via lui. Ma io l’avevo fatto andare via senza combattere, senza lottare per cercare di rinfilarlo dentro il mio corpo, per tentare di fargli affluire il mio sangue, poterlo vedere diventare di nuovo rosso. Invece avevo accettato il suo abbandono, senza opporre nulla, senza fargli capire quanto fosse importante per me.

E ora vago nel tempo e nello spazio senza più percepire il bello del tempo che passa e dello spazio che in cui mi muovo e che a sua volta si muove, ritmicamente.

Da solo.

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