Un capitolo del libro

Pietro aveva finito il turno alle 18. Uscì dalla Questura, si fermò sul marciapiede e guardò il cielo. Le nuvole scorrevano, batuffoli di cotone immacolato, veloci nel cielo. Si era alzata la tramontana secca che avrebbe spazzato il cielo in poche ore. Il mare, quella sera, era una chimera. Peccato, pensò Pietro, aveva desiderio di ripulirsi guardandolo e perdendosi nelle onde spumeggianti che si rompevano sulla battigia o sulle rocce.

Entrò nella macchina arroventata dal sole durante il giorno. Abbassò i finestrini e il fresco prepotente si mescolò all’umido bollente nell’abitacolo. Mise in moto e uscì dal parcheggio.

Guidava lentamente, osservando il paesaggio cittadino, le persone che si muovevano lungo i marciapiedi o che osservavano le vetrine dei pochi negozi aperti. Pietro non aveva meta e non aveva nemmeno la consapevolezza di quel che gli stava crescendo dentro. Era stanco e i pensieri si rincorrevano nella sua mente liberamente, senza alcuna apparente logica.

Guidò a lungo. E si ritrovò dalle parti del canale Cillarese. Si sorprese, ma sapeva che stava mentendo a sé stesso. Parcheggiò nello spiazzo asfaltato che divideva i vecchi capannoni arrugginiti della ex Saca dal canale. Scese, aprì il portabagagli. Guardò la busta di plastica nera gonfia. Fece un sospiro, la prese e si incamminò verso il sentiero. Era in borghese e nessuno l’avrebbe notato, se fosse stato attento. E lo sarebbe stato.

Camminando verso il canale lo sguardo si soffermò sui capannoni. Il tetto pareva si fosse sciolto sotto il sole. Era rimasto in piedi lo scheletro delle travi di ferro arrugginite e contorte dalla salsedine, come membra spezzate dal dolore e dal tempo. Era affascinante quel panorama di distruzione che comunque resisteva all’incuria da oltre cinquanta anni.

Pietro scosse la testa e si incamminò aumentando la velocità del passo. Il sentiero era quello sull’altra riva del canale rispetto alla casupola verso cui era diretto. Sapeva di essere allo scoperto ma aveva notato, l’ultima volta, che dall’altro lato un folto canneto lo nascondeva alla vista. L’aveva appuntato mentalmente e ne aveva poi parlato con Enrico. In effetti dalla casa nessuno poteva aver visto granché dell’omicidio. Quel canneto era troppo alto e folto, nascondeva la vista di tutta la riva.

Si avvicinò lentamente al ponticello di metallo che collegava le due rive. Aveva fatto un giro lungo ma era più prudente così. Inconsapevolmente si chinò nell’attraversare il ponte, e balzò sull’altra riva. Si nascose dietro un cespuglio. Da lì vedeva la casa e lo spiazzo che era intorno. Vide i bambini giocare tranquilli davanti la porta d’ingresso verde. Sorrise perché erano piccoli e così scuri di pelle gli facevano una gran tenerezza. Nonostante tutti i suoi pensieri, le sue convinzioni, la sua rabbia, quei bambini erano belli. Non ci poteva fare nulla. Era così e basta.

All’improvviso dalla porta uscì lei. Era alta, talmente alta che doveva abbassare la testa per varcare quella porta. Mise le mani sui fianchi in una posa elegante e si fermò a guardare i bambini, con l’ombra di un sorriso sulle labbra. Pietro la guardò e avvertì una stretta allo stomaco. Indossava una tunica bianca, candida, che le metteva in risalto il colore bronzeo della pelle. I capelli erano legati con un elastico. Il corpo snello, slanciato, il viso delicato, gli occhi grandi di carbone.

Mai avrebbe pensato di potersi fermare ad ammirare una donna di colore. E adesso era lì, a spiarla nascosto dietro un cespuglio. Gli montò la rabbia. Cosa faceva lì?

Battè il pugno sulla terra.

Amelia avvertì un rumore sordo. Il vento era forte e il canneto suonava un concerto di suoni tra i più vari in quelle ore. Lei conosceva quelle piante, la natura che la circondava e sapeva riconoscere i suoni che non appartenevano a quella melodia. Alzò la testa. Ordinò ai bambini di rientrare dentro casa. Lo fecero subito e senza dire una parola. Erano abituati a difendersi dalle ombre e dai pericoli proveniente dai suoni e dagli scricchiolii dentro il canneto. La donna osservò in silenzio. E lo vide. Lo riconobbe subito, anche se non indossava la divisa di poliziotto, nascosto nell’ombra di un cespuglio al tramonto di quella giornata d’estate. Sorrise, sebbene ne fosse infastidita.

Lo aspettava. Aveva intuito in quegli occhi il desiderio di lei.

Restò in silenzio.

Pietro, piegato dietro il cespuglio non si era accorto di nulla. Era arrotolato nei suoi pensieri, la testa bassa. Si girò per tornare indietro. Lanciò un ultimo sguardo e vide che lei lo stava guardando. Sobbalzò. Gli parve di cogliere un sorriso nel viso di lei. Fu costretto ad alzarsi e lo fece di scatto, nervoso come i suoi pensieri. Il vento soffiava più intenso e il canneto barriva nel crepuscolo arancione del cielo; le nuvole erano volate via spinte dall’impeto del vento fresco del nord.

Perché ti nascondi?” gli disse Amelia.

Lui non rispose. Camminò lentamente verso di lei, portandosi il fardello di quella busta ingombrante che non sapeva come mascherare. Lei guardò quella busta, quasi con noncuranza. Ma si incuriosì.

Allora? Perchè ti nascondi?” ripetè Amelia.

Perché parlava bene l’italiano adesso? Pensò Pietro, aggrottando la fronte.

Non volevo spaventarti” le disse. E fu patetico.

Ah, non vuoi spaventarmi e ti nascondi dietro un cespuglio come un ladro? Che vuoi da me? Non ti basta avermi portato via mio fratello?”

Incassò il colpo, che non lo sorprese.

Parli bene la mia lingua. Hai imparato in pochi giorni?”

Amelia socchiuse gli occhi.

Che vuoi da me?” ripetè alzando il tono della voce e appoggiando le mani sui fianchi come se stesse sgridando i suoi figli. I quali, incuriositi, si affacciarono sulla porta per guardare cosa stesse accadendo.

Lui abbassò la testa. Alzò la busta. “Ho portato questa per i bambini.”

Per i miei bambini?” urlò Amelia sgranando gli occhi neri.

Sì, per i tuoi bambini” alzò la voce anche lui.

Perché?”

Perchè ne ho bisogno!” urlò anche Pietro, quasi con disperazione.

Amelia scosse la testa. “Che significa che ne hai bisogno? Cos’è questa storia? Dammi questa busta, fammi vedere!”

Pietro fece un passo verso di lei e le porse la grande busta nera. Lei la prese, la aprì, guardò dentro e poi lo fissò, con la bocca aperta. “Ma sei matto?”

I bambini, ormai eccitati da quello che stava succedendo, uscirono da casa e corsero verso quella busta. La aprirono, ci infilarono gli occhi e scoppiarono urla gioiose. Iniziarono a saltellare intorno ad Amelia, parlando in una lingua per lui incomprensibile.

Lei scosse la testa più volte alzando la voce. Alla fine strillò. Un urlo acuto, secco come una frustata e anche il canneto si zittì. Pietro osservava la scena intuendo. Il suo volto si rabbuiò.

Tu sei un poliziotto! Tu hai fatto male a mio fratello. Tu l’hai arrestato! Non voglio niente da te! Non voglio la tua pietà! Non voglio i tuoi giocattoli! Non voglio il tuo aiuto! Non voglio aiutarti a ripulirti la coscienza!” urlò Amelia a Pietro che teneva la testa bassa.

Lei aveva ragione, lo sapeva. Osservò i volti di quei bambini. “Hai ragione, Amelia.” Lei sussultò a sentire il suo nome sulle labbra di quell’uomo.

Hai ragione. No so perché ho sentito il bisogno di andare a comprarli. Non so perché li ho portati a te, per loro. Non so perché non dormo più. Non lo so, ma ti prego: accettali. Fallo per loro. Sono solo bambini. Non è colpa loro se sono costretti a vivere qui. Non è colpa tua. Forse è colpa mia? Non lo so. Ma accettali. Fallo per loro.”

E tu cosa vuoi in cambio?” Amelia lo fissava con uno sguardo duro.

Lui si smarrì. Cosa voleva? Se l’era chiesto in ogni secondo e aveva paura della risposta.

Nulla.” Le disse sconsolato. “Nulla, stai tranquilla.”

Bugiardo!” gli urlò.

Lui incassò anche quel colpo. Quella donna lo confondeva. Si sentì impotente.

Abbassò la testa, ancora. “Scusami” le sussurrò. I bambini si erano immobilizzati, ma lo sguardo era ancora carico di speranza.

Pietro si girò e se ne andò, lasciando la busta sul terreno e sperando che non gliela tirasse dietro.

Dopo aver fatto qualche passo sentì Amelia urlargli “Tu!”.

Si girò e la guardò negli occhi. Quegli occhi neri erano belli, incredibilmente belli.

Lei ricambiò, dritta. Portò una mano ai capelli e, con un movimento lento ma secco, sciolse il laccio che li legava. Li arruffò con la mano e scosse la testa con un movimento circolare, elegante. I capelli ricaddero, sciolti e splendidi.

Poi tornò a guardarlo.

Lui sorrise e si incantò. Dio, com’era bella, pensò. Intuì l’importanza di quel gesto.

Amelia mise ancora le mani sui fianchi. E gli disse: “Grazie.”

Poi lei si girò, raccolse la busta e con l’altra mano spinse i bambini verso la casa.

Pietro andò via. Un sorriso disperato era disegnato sul suo volto.

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3 risposte a Un capitolo del libro

  1. emanuela scrive:

    Gal…mi piace…e’ bello questo capitolo….sono rimasta coinvolta dalla storia…e…volevo il seguito…prosegui…e pubblicali qui che io li leggo soprattutto a quest’ora….sai che sono insonne..:-)
    Un abbraccio
    Emanuela

  2. Maurizio scrive:

    Un noir ambientato a brindisi? mizzica!! 🙂
    attendo il seguito, la partenza promette.Che ha combinato il fratello di Amelia per finire dentro?Amelia è eritrea?

    • admin scrive:

      Mauri’, questa è la parte che ho scritto ieri pomeriggio in un’oretta dopo che avevo abbandonato il racconto per un annetto circa. Si, è ambientato a Brindisi ed è legato alla vicenda del rigassificatore e la sottobosco dei vari movimenti che ci sono a Brindisi. Il fratello di Amelia è uno dei protagonisti del libro. E c’è un aneddoto divertente: una parte del libro si è poi realizzata veramente. E trovarmi di fronte il tipo nella realtà si ha fatto cadere la mascella per terra. 🙂

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