Questi chi sono?

Si affollano. Spingono. Premono. Si affacciano uno alla volta come se fossero chiusi dentro un televisore di quelli vecchi, a tubo catodico. Si affacciano per farsi riconoscere. Dicono il loro nome, qualche volta scandendolo nel silenzio ma più spesso accavallandosi l’uno con l’altro e non facendomi capire nulla. Mi chiedono notizie, vorrebbero sapere che fine faranno, se hanno un futuro e vorrebbero contribuire dicendo, alcuni timidamente altri con supponenza, quel che pensano e che ruolo vorrebbero avere. Alcuni di loro, invece, restano ai margini. Non è che si nascondano. No. Semplicemente restano seduti su un vecchio divano di pelle marrone appoggiato ad un muro scrostato giallastro. Sono lì, con le gambe accavallate o con le spalle abbandonate sullo schienale a non far nulla. Mi guardano fisso, spesso coperti dagli altri che continuano ad affannarsi. Con quel loro atteggiamento, che non è strafottente, attirano la mia attenzione. Forse perché dentro di me gli sono grato per lasciarmi in pace. Ma poi mi chiedo perché lo facciano. E scatta una morbosa curiosità: voglio sapere quel che pensano, perché non spingono via gli altri per dirmi la loro opinione. Aspetto, incuriosito. E non succede nulla. Restano lì, in fondo allo schermo curvo della mia mente.

Cerco di ricordare chi siano, che ruolo abbiano, cosa facciano.

E poi ricordo. Sono i comprimari, quelli a cui ho assegnato un posto al margine. Sono quelli che costituiscono la vera trama, la struttura, i collegamenti, i caratteristi. Sono quelle immagini sfocate che appaiono per qualche attimo. In quegli attimi la sfocatura deve svanire per lasciare spazio a un’immagine in alta definizione, quel particolare che deve restare, appeso, nella mente di chi guarda.

Loro sono quelli che dal divano marrone mi osservano, ora capisco, con uno sguardo di accusa. Non si sentono emarginati. Si sentono sfocati. E il loro restare immobili è un aiuto, silenzioso, per farsi vedere, studiare, nei minimi dettagli. Non hanno la parola, non gliel’ho mai data.

Mentre i protagonisti sgomitano, come divi di un film o di una storia che non c’è, loro con quel restare così tranquilli hanno la forza di farmi sentire maledettamente in colpa.

Con le mani afferro il gruppo di protagonisti che berciano e scalciano e li butto via. Mi affaccio dentro lo schermo, mi avvicino al divano. Li guardo, con calma, uno per uno. E con orrore mi rendo conto di non ricordarmi nemmeno i loro nomi. Non sono pronto per chiedere scusa. Devo almeno ricordarmi i nomi. Esco dallo schermo.

Apro gli occhi. La sveglia urla. Stampo una mano sul tasto di spegnimento. Sono le 6 di mattina e un leggero chiarore grigio passa dalla tapparella abbassata.

Mi alzo, stropicciando gli occhi. Vado in biblioteca. Mi chiedo dove sia. Rovisto tra le cartelle gonfie di carte e ritagli di giornali. Lo trovo, sepolto sotto mucchi di carte varie. E inizio a leggere. Li devo rintracciare uno per uno. Ho capito che è da loro che posso ripartire.

Stanotte potrò chiedergli scusa. E poi dovrò eliminare questo maledetto senso di colpa.

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Una risposta a Questi chi sono?

  1. valeria.mongelli@virgilio.it scrive:

    questo è stupendo!

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