La colla densa

Ci sono dei libri che, quando li leggi, lasciano senza fiato. Sono quelle storie che fanno comprendere come chi le ha scritte abbia la capacità di essere avanti, come una guida alpina in avanscoperta. E quando le righe corrono sotto gli occhi si ha un desiderio folle di andare avanti, di correre per sapere cosa accade; ma, dal versante opposto, si ha invece paura di correre troppo, di vedere le pagine che si assottigliano, la fine che si avvicina. E la paura di restare senza quell’acqua dissetante è intensa come il dolore di una fiamma che si è avvicinata all’improvviso alla pelle. I due desideri si equivalgono, quasi si annullano. E allora le pagine scorrono lente, in uno strano equilibrio che consente di assaporare ogni singola parola. E in quel momento si aprirà uno squarcio nel cielo e una luce intensa riscalderà il freddo che si è accumulato dentro di sé.

Sono pochi gli scrittori che hanno la forza di aprire quello squarcio. Uno di questi è Davide Longo. La sua scrittura è scarna, essenziale, potente. Non c’è una virgola messa lì solo per apparire. Ogni segno nero ha un ruolo nella storia. E ogni storia ha un senso forte, distinguibile, intenso come una colla densa che tiene insieme anche le parti sbreccate.

Alla fine di un suo libro mi rendo conto di cosa sia essere un vero scrittore e avere delle storie da raccontare con un linguaggio che è, nello stesso tempo, vecchio e nuovo; l’insieme rende le storie visionarie ma legate alla realtà, alla terra arida in cui si è impantanata la società in cui siamo infilati, come marmellata scaduta in un vasetto ben chiuso.

Apro gli occhi, mi alzo dalla sedia, poggio il libro sulla scrivania segnata dal tempo, guardo dalla finestra il cielo offuscato dal caldo umido e penso: c’è sempre una speranza. Lì fuori, da qualche parte.

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