La tazzina di cioccolata

Sotto il porticato grigio, chiuso dalle pareti di legno scuro, erano in tre. Uno con una busta di tarallini, un’altro seduto su una sedia con una rivista in mano intento a leggere, l’altro in piedi a raccontare gesticolando con le mani. La loro lingua è un arrotolarsi di vocali e di suoni gutturali. Sono tre egiziani che vendono carabattole da oltre dieci anni all’angolo della strada. Alle loro spalle c’è il mio vecchio bar. Entriamo. Carmelo è alla cassa. Lo ricordo bambino. Ora è un uomo. Ma, come da bambino, è attaccato ad un pc a giocare. Dietro il bancone c’è un barman sconosciuto. Manco da lì da molti mesi. Ma dall’altro lato del mobile di legno chiaro e lucido, ci sono sempre loro. Il solito gruppo di avventori. Imprenditori adesso in pensione, cambia valute, tour operator, procacciatori di affari, pizzaioli, l’edicolante del quartiere. Sono sempre lì. Ma sono ormai con i capelli ingrigiti o diradati. Siamo tutti invecchiati, ma sono lì. Vivi. Inspiro l’aria fredda mentre mio figlio sorseggia una cioccolata calda. Lui non li conosce, mentre io sono cresciuto con quelle vecchie facce. E mentre sono lì mi rendo conto che mi manca quella chiassosa allegria, quella vivacità levantina che non vivo più e la cui assenza mi ha ingrigito.

Che peccato. Ma è bello ritrovarli.

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