Senza dire una parola.

La giacca è verde. Un colore pastello che ricorda il sottobosco ricco di humus. La camicia è celeste e la trama della cravatta è verde come la giacca.

Tocca a lui. Si alza. Per parlare in pubblico deve alzarsi. E’ una forma di rispetto, ma è anche una forma di esibizionismo a cui non riuscirà a rinunciare. Sente le gocce di sudore scendere lungo la schiena. Le mani tremano un po’, ma solo un po’. Prende i fogli tra le mani, li sistema battendoli delicatamente sul tavolo. E inizia a leggere.

Ha 42 anni, una moglie e due figli complicati. Il secondo ha solo cinque mesi di vita, è biondo e strilla come una civetta quando ha fame. Pensa a loro che sono a casa e sa, ne è certo, che pensano a lui. Anche il piccolo che strilla come una civetta, quando ha fame.

Legge la relazione. Si interrompe. Gira la testa verso la finestra e osserva il sole che illumina il cortile sgombro di macchine. Pensa: sarò capace? Come sarò tra otto anni? Ci arriverò?

Sorride, scuote la testa e riprende a leggere. La voce è ferma, dritta come un fuso ma dentro trema come una foglia. Pian piano che passano i minuti, e osserva le espressioni dei compagni che ha di fronte seduti sulle scomode sedie di legno, capisce che una possibilità c’è. E ne ha paura.

….

Sono trascorsi sette anni. A lui la parola. Si alza in piedi. Sorride. Non ha fogli da prendere in mano. Non ha appunti da guardare. Non ha schemi da ricordare. E’ solo lui con le sue parole. Osserva la sala. Molti volti sono gli stessi di sette anni prima. Altrettanti sono diversi. Ce ne sono di giovani in cui ha creduto. Non ci sono quelli con cui ha fallito.

Scuote la testa come per scacciare i pensieri negativi. Pensa a chi non c’è più. Alcune assenze sono strappi dolorosi, altre sono ferite che non si sono mai rimarginate, altre sono un ricordo colmo di affetto e di rimpianto che scandisce il tempo passato e che sa non tornerà.

Davanti agli occhi appare il viso allegro di Tonino, i piccoli occhi che scattano da un angolo all’altro e poi si fermano, sornioni, nei suoi. Al suo fianco c’è Carlo, i capelli in ordine con la striscia bianca infilata nel nero che non si scolorisce. Vecchi compagni ormai lontani, chi solo nello spazio e chi nel tempo di un passato che non riappare. La cena “allu Cannizzu” resterà scolpito nei ricordi fino a quando il tempo non cancellerà la memoria e le sue storie.

Nella sala i compagni lo guardano, ma lui non parla. Li guarda uno per uno, sorride ai loro pensieri che sa indovinare. Osserva le scarpe che raccontano le loro storie. Li conosce. Sta per lasciarli.

Gira la testa alla sua sinistra. Lo guardano tutti dal tavolo. Anche loro attendono.

Ma lui non ha più voglia. E’ stanco di parole. Vorrebbe solo aprire la finestra di legno bianco scrostato, spegnere l’aria condizionata e far entrare l’aria rinfrescata dalla tramontana che spazza le nuvole color latte nel cielo azzurro.

Sa che è arrivato il momento. E la retorica non la cerca più. Basta.

E decide di lasciare spazio e tempo ai gesti. Si gira, va alla finestra e la spalanca. Il ventro fresco entra prepotente nella stanza, la tenda bianca si contorce e si solleva. Torna al tavolo, prende dal vetro un mazzo di chiavi. Abbraccia uno per uno i suoi compagni della segreteria. Porge le chiavi a Beppe. Si gira verso la sala. Sorride. E se ne va.

Senza dire nemmeno una parola. Le ha spazzate il vento. Ne servono altre. Nuove.

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3 risposte a Senza dire una parola.

  1. valeria.mongelli@virgilio.it scrive:

    bello, davvero! Ci saranno le nuove parole! Però prima correggi le vecchie, c’è un errore di battitura!

  2. valeria.mongelli@virgilio.it scrive:

    a qualcosa servo!
    Le parole si possono trovare anche alle 5.17 del mattino. A volte non tutti i mali vengono per nuocere…so’ profonda eh!!!

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