L’ultima lettera

La stanza è immersa nella penombra. La finestra che si affaccia sulla piccola strada silenziosa è soffocata dalla tapparella abbassata per tre quarti. L’uomo è seduto su una vecchia sedia di pelle verde consumata sui bordi. Le sue braccia sono poggiate, parallele, sulla formica grigia della scrivania di suo padre. Lo sguardo è fisso sulla grande molletta trasparente poggiata alla sua sinistra. La base, quella poggiata sulla scrivania, ha lo stesso colore verde muschio della sedia. C’è una scritta di dedica, color oro, ma è ormai quasi completamente stinta e la poca luce la cancella totalmente. Socchiude gli occhi alla ricerca di una lettera ma il tempo le ha portate via.

Sospira. Guarda la sua mano destra che stringe quella piccola chiave. Il palmo è sudato e nella penombra distingue, illuminata dalla sottile striscia di sole che batte proprio lì, le minuscole gocce che lentamente sgorgano dalla sua pelle.

Con un gesto secco infila la chiavetta nella vecchia serratura del cassetto, gira lentamente per evitare che si spezzi, e a fine corsa si ferma. Sospira ancora. Si guarda intorno come se cercasse un’ombra che non c’è. Chiude gli occhi e tira il cassetto.

E’ gonfio di buste, di piccole scatole di legno e di madreperla. Ogni busta ingiallita dal tempo è avvolta in un elastico colorato. Alcuni si sono spezzati e giacciono incollati con le punte sbavate per il caldo che l’ha sciolti. Tira fuori tutto, con delicatezza. Il cuore gli rimbomba nelle orecchie in quel silenzio angosciante che l’avvolge come una vecchia coperta di lana grezza.

Si asciuga le mani strofinandole sui jeans scoloriti. Apre le buste, una alla volta, lentamente. Ci sono pezzi di vita: il libretto militare, vecchie patenti rinnovate, penne di valore senza le cariche d’inchiostro, mostrine, le stellette per la giacca da soldato, chiavi vecchie che si chiede cosa avranno mai aperto, fotocopie di ordini di servizio. Cerca con la calma che si crepa. L’ansia lo assale, eppure deve esserci quello che cerca. Apre le scatole ingombre di antiche fotografie dei nonni, di sua madre da giovane, di piccoli bambini che erano i suoi zii e che non ha mai conosciuto perché uccisi dalla guerra e dalle malattie. Trattiene sullo sguardo sul viso corrucciato di una bambina dai grandi occhi neri e dalle trecce selvagge. Lei morì di spagnola, di influenza.

Non trova una sola foto sua o dei suoi fratelli. Sorride amaro ma non è sorpreso.

Cerca ancora. Sono rimaste due buste. Le apre con furia, strappa la prima busta e ne tira fuori il contenuto. Ecco quello che cercava. Un foglio bianco, scritto con la grafia minuta di suo padre, così simile a quello dell’uomo che legge. E’ un lungo elenco di cose. Sorride. E’ l’elenco di tutto ciò che è chiuso in una cassetta di sicurezza. E’ un dettaglio minuzioso, preciso, angosciante come l’aria umida che gli stringe la gola in quella stanza. E’ un elenco di oggetti. Solo oggetti.

Strappa l’altra busta. Le mani gli tremano. Inizia a leggere. Ci sono il suo nome e quello dei suoi fratelli. Possibile che l’abbia sorpreso questa volta?

Legge vorace, divora le parole incespicando nelle sillabe. I suoi occhi si spalancano. Accende la lampada di metallo sulla scrivania per essere sicuro di non sbagliare.

E’ un lungo, minuzioso, elenco di istruzioni su ciò che dovranno fare per eseguire il suo testamento. Termina la lettura.

Non c’è in quelle due lettere una parola, non una sola sillaba, affettuosa. Non ci sono ricordi. Non un buffetto scritto. Solo un lungo elenco di ordini da eseguire. L’uomo si guarda le mani. Tremano per la rabbia. Si guarda intorno. Si vede adolescente in quella stanza mentre studiava ascoltando la musica sul suo piccolo impianto stereo, comprato usato con i soldi delle paghette messe da parte per mesi rinunciando ad acquistare i libri, per lui aria fresca indispensabile. Scuote la testa per scacciare via quell’immagine.

Poi piega le due lettere, prende da un altro cassetto due buste bianche nuove e ci infila i fogli.

Ubbidirà a suo padre. Ma sarà l’ultima volta.

Esplode in una lunga e potente risata, gettando la testa all’indietro mentre grosse lacrime salate scivolano lungo le guance.

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