In memoria dell’ombra del commissario Sensi…

Edoardo correva tre volte alla settimana. Indossava le sue scarpette bianche e blu con gli ammortizzatori a vista, un paio di pantaloncini al ginocchio grigi e una maglietta tecnica grigio perla. Lo stesso colore dei pantaloncini, perché lui era così: preciso.

Scendeva le scale, due piani in una penombra grigia e maleodorante. Percorreva il vialetto lastricato di pietre irregolari che lo separava dal cemento della strada. E lo faceva con una calma serafica come se avesse bisogno di riscaldare il motore dei suoi muscoli, che poi tanto muscoli non erano. Edoardo era secco, una lunga linea retta senza spigoli.
Arrivava al cancello di ferro nero scrostato dalla ruggine, lo apriva e si affacciava sulla strada. Ogni volta si bloccava, alzava il braccio per osservare l’ora, uno sguardo lento e riflessivo prima a destra e poi a sinistra e…. via!

Ogni giorno, prima di far partire il piede destro, Edoardo si rodeva. Non aveva molta voglia di correre, perché era una sfida alla sua pigrizia. E le sfide non lo attiravano granché. Il pensiero di dover faticare, di girare per una mezzora, senza cose concrete da fare e che gli impegnassero il cervello, lo angosciava. In quella mezz’ora Edoardo era libero di pensare senza freni, senza limiti. E quel che poteva uscire dalla sua mente un po’ lo spaventava.

Fatto il primo passo, però, la passione lo assaliva rapidamente. Un passo dietro l’altro percorreva il lungo serpente di cemento grigio, sentiva il vento sfiorargli le guance, le braccia che oscillavano lungo i fianchi, il fresco che si intrufolava tra i peli folti delle gambe. Ed era come se i pensieri scossi dai tonfi delle gambe si sciogliessero. Una volta sciolti si dipanavano e si allargavano come rami legati a un grande tronco ma che spaziavano nell’aria assorbendo il calore del sole e la freschezza della sera che lentamente iniziava a scendere.

Correva Edoardo, correva; impettito ed elegante con il suo incedere compatto e allo stesso tempo sciolto. Percorreva un anello immaginario la cui distanza era esattamente di seicento metri. La percorreva per cinque volte per poi gettarsi nella volata finale lungo una discesa immersa tra due filari di alberi ingoiati da rampicanti di more; gli afferravano lo sguardo costringendolo a socchiudere gli occhi ammaliato da quel rosso delicato dei frutti piccoli e succosi che presto si sarebbe trasformato in un nero diabolico. Il nero della pelle squamosa e crepata di un diavolo da cui sarebbe schizzato il dolce succo rossastro.

Quel pomeriggio il sole era ancora alto e il vento di scirocco rendeva ogni passo pesante e umido. Il sudore aveva disegnato una larga macchia scura sulla liscia maglietta grigia. Sentiva i pantaloncini appesantiti dalle gocce che correvano lungo la pelle delle cosce sotto tensione. Strisce di acqua salata scivolavano lungo la pelle lucida della testa. Edoardo si passava la larga mano sul cranio e poi osservava, incredulo, il palmo bagnato dal sudore. Lui che si vantava di non sudare mai!

Aveva già ultimato il secondo anello. Con un saltello scattò per iniziare il terzo. Di fronte a lui giungevano una giovane mamma che spingeva il passeggino con un piccolo bambino dai riccioli biondi e dalla pelle bianca che, afferrato il cordolo anteriore, lo guardava con gli occhi azzurri spalancati. Qualche passo dietro c’era una donna di mezza età anch’essa dai capelli biondi e dal corpo snello.

Edoardo li registrò con lo sguardo e si soffermò sul viso del bambino che subito gli fece un gran sorriso spingendosi in avanti sul passeggino. Rispose anche lui con un sorriso e un cenno della mano.

L’ombra di Edoardo all’improvviso si allargò e anziché seguirlo si diresse verso la giovane mamma e la donna di mezza età. Fu un movimento rapido, quasi impercettibile, ma Edoardo se ne accorse. Allungò il passo tirandosi l’ombra che si stirò ancora, e, come se fosse una molla, scattò accorciandosi verso Edoardo che, con la coda dell’occhio, rilevò una protuberanza nella scura linea lunga.

Completò anche il terzo anello e si avviò verso il penultimo giro. Lungo il viale, sul marciapiede sgangherato alla sua sinistra, il gruppetto che aveva incontrato poco prima, camminava lentamente. La giovane mamma, un po’ abbondante nelle forme, spingendo il passeggino cercava di evitare le numerose buche e i residui delle deiezioni canine che lastricavano lo stretto marciapiede. La nonna, Edoardo decise che fosse tale, li seguiva con un passo breve e deciso.

L’uomo le affiancò e il bambino immediatamente si volse verso di lui sorridendo. Anche Edoardo si girò e rispose al sorriso del bambino che lo guardava piegando la testa e saltellando sullo schienale inclinato.

L’ombra di Edoardo deviò ancora e si affiancò alle due donne, scivolando rapido sotto i loro piedi.

La donna più anziana, alzando la voce, disse al bambino: “guarda come corre! Guarda come corre il nonno!” e girò il viso verso l’uomo che correva, sulle labbra incollata una smorfia ironica.

Edoardo girò di scatto la testa e fissò il cemento rielaborando quelle parole. Pensò dentro di sé: il nonno! Come il nonno?! Ehi!!!

Guardò la donna continuando a correre. Edoardo era un cinquantenne con un fisico asciutto. Non mostrava i suoi anni. E comunque a cinquant’anni non si può essere chiamati nonni da una estranea!

Il passo si allungava, arrabbiato. I tonfi sul cemento erano un crescendo rumoroso e le gocce di sudore erano orami torrenti che dalla testa si riversavano lungo il collo dell’uomo.

L’ombra di Edoardo lo affiancò. Non era più una sottile striscia grigio scuro dai contorni netti. Era diventata una forma tozza, dai fianchi larghi e dal torace possente. Le gambe che seguivano il ritmo dell’uomo erano stranamente arcuate. La protuberanza che già Edoardo aveva notato era ormai chiaramente un fallo eretto enorme dal prepuzio gigantesco. Edoardo istintivamente si guardò in basso ma vide che il suo era normale.

Dentro di sé sentì crescere un ribollire di rabbia, un desiderio di violenza che non provava da molto tempo. Nonno! Pensava ancora dentro di sé. Nonno!

Il suo passo diventava sempre più pesante e i tonfi erano un botto violento come se i suoi piedi fossero diventati zoccoli di montone.

L’ombra era sempre al suo fianco e continuava ad avere quella forma così inquietante.

Edoardo completò anche il quarto anello e si avviò a percorrere il quinto e ultimo tratto di corsa.

Il ribollire aumentava e anche il suo pene subiva un erezione possente e dolorosa. Si sentiva come se la pelle dovesse esplodere e una lava rovente spingesse per uscire.

L’ombra all’improvviso scartò e si diresse verso le due donne che erano ancora sul marciapiede, impegnate a camminare con una estenuante lentezza che aveva snervato persino il bambino, ormai in preda ad un pianto fremente e inconsolabile.

Anche Edoardo scartò cercando di inseguire e afferrare la sua ombra. Ma dentro di sé un tamburo batteva le tempie: nonno! Nonno! Nonno! A chi nonno? Vecchia, come ti permetti!

Ma Edoardo non riusciva a inseguire l’ombra, troppo veloce anche per lui. I piedi grigi della macchia tozza erano diventati neri e strisciando sull’asfalto lasciava una striscia di vapore. L’erezione dell’ombra era ormai incontrollabile. Edoardo capì che non sarebbe mai riuscito a raggiungerla, ed ormai aveva quasi raggiunto la donna di mezza età. Edoardo capì che non aveva scelta. Si avicinò la mano alle labbra e con un morso violento e secco si lacerò la pelle dell’indice sinistro. Con i denti allargò lo spacco sino a quando sentì il sapore metallico del sangue sulle labbra.

Alzò veloce il dito tagliato e lo puntò verso l’ombra. “Astaroth! Vieni!” L’ombra barcollò al richiamo sputando un vapore lattiginoso sull’asfalto.

Edoardo gridò: “Astaroth! Qui!!!”. Le donne si girarono verso di lui. L’ombra si fermò, saltellando sul marciapiede. Si allungò nuovamente come un elastico e, dopo qualche attimo di ballo fremente, rientrò verso Edoardo.

L’uomo puntò il dito verso l’ombra che con un salto si infilò nel dito, subito prima che Edoardo girasse l’angolo della strada, sparendo dagli occhi delle donne esterefatte.

“Perché?” Sentì urlare dentro di sé. “Perché non me le hai lasciate in pasto? Perché?”

Edoardo non rispose. Continuava, come in preda ad una frenesia violenta, a correre allungando il passo e alleggerendo l’impatto dei piedi sul cemento. Sentì la rabbia di Astaroth ribollire sotto la sua pelle. L’erezione era ormai molto dolorosa e sentiva una rabbia folle verso quel demone sempre più difficile da governare.

“Ti ha detto nonno! Coglione, ti ha detto nonno! Dai, torna indietro. Dammela in pasto. Ho bisogno di possederla e poi lacerarla, morderla, masticarla. Dai!!!”

“NO!” urlò Edoardo. “No!” disse ancora con un soffio.

Ormai il quinto anello fu completato. Rallentò il passo, fino ad esaurire la corsa e tornare a camminare. Il sangue pulsava violento nelle vene. Il battito era troppo veloce. Si fermò. Una violenta e incontrollabile eiaculazione finalmente spense il dolore al basso ventre. Vide, ormai senza più forze, la macchia allargarsi sui pantaloncini. Si vergognò. Anche se per la strada non c’era nessuno.

Si vergognò di sé stesso.

Una risata sguaiata esplose nella sua testa. “Così ti impari. Coglione!”

La sua voce, roca e debole, ripeteva, come un mantra: “nonno! Nonno! Nonno!”

 

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