L’incubo (parte seconda)

Nel viaggio verso casa Giorgio guarda fuori dal finestrino. Resta zitto, con gli occhi aperti su ciò che vede. Ha intuito qualcosa ma non riesce ad elaborarlo nella sua mente.

“Papà, perché la scuola è durata così a lungo? E perché le maestre erano così tristi oggi? Quando maestra Antonella ci ha salutato in classe era come se non dovessi vederla più. Perché? E perché non c’è nessuno per strada e i negozi sono chiusi?”

Guido con calma. Non mi sono accorto che i negozi fossero chiusi.

Tento di sorridere al bambino per tranquillizzarlo, ma Giorgio è sveglio. Capisce che qualcosa di strano sta accadendo e non posso prenderlo in giro.

Mi guarda fisso aspettando le risposte. E’ seduto sulla punta del sedile dell’auto e aspetta le sue risposte.

Incrocio con l’auto un furgone bianco della Polizia municipale. Un altoparlante attaccato con del nastro marrone sul tetto gracchia rompendo il silenzio plumbeo che aleggia sulla città.

“Cittadini! Dalle ore 20 non uscite dalle vostre case! Non uscite per alcun motivo! Non esiste un riparo migliore delle vostre case!”

“Papà! Che succede?”

“Amore, stai tranquillo.” Cerco di essere dolce con la mia voce. Gli accarezzo i capelli biondi con la mano. Lui me l’afferra e la stringe alla sua guancia.

“Vedi, piccolo: stanotte potrebbe arrivare una tempesta molto pericolosa. La macchina dice che è bene restare dentro casa. Lì siamo al sicuro. Ora arriviamo e troverai la zia, la mamma e Paolo. Stasera e stanotte restiamo tutti insieme.”

“Una tempesta? Tutti insieme?” Il viso gli si illumina. “Davvero?” mi guarda con i suoi celesti spalancati per la gioia.

Annuisco sorridendo. L’ho rassicurato.

“Wow! Fico!”

Ha imparato questo intercalare da qualche giorno e lo ripete sempre, a sproposito. Penso a lui con tenerezza e con una grande tristezza che mi stringe la bocca dello stomaco. Istintivamente porto la mano all’altezza del cuore. Ma Giorgio ha ripreso a guardare i lunghi viali deserti.

La luce del sole continua ad essere bassa, ha un colore denso e scuro che allunga le ombre sull’asfalto. Il cielo è grigio ferro e una diffusa caliggine nasconde le nuvole che intuisco si stanno addensando minacciose dal lato opposto a quello del sole.

I negozi hanno le serrande abbassate. Dal finestrino aperto giunge l’eco delle televisioni accese nelle case. Ne intravedo alcune nella vetrina di un negozio di elettrodomestici. Freno e parcheggio in doppia fila, ammesso che si possa chiamare così l’inestricabile dedalo di macchine abbandonate in disordine lungo i marciapiedi del viale.

“Giorgio, aspettami qui. Non scendere per favore.”

“Ok”.

Gli do l’iphone. “Gioca a Fifa 12. Va bene?”

Si illumina il viso. “Dai! Grazie papà!”. Dopo un secondo il viso è già piegato sullo schermo del cellulare.

Chiudo lo sportello e spingo il pulsante del telecomando per attivare la chiusura centralizzata.

Mi guardo intorno. Non c’è nessuno.

Corro verso la vetrina del negozio. Un televisore gigante al plasma trasmette le immagini di un telegiornale del canale satellitare. La striscia dell’ultima ora scivola sotto le riprese della diretta. Un cronista in camicia bianca stropicciata, con il volto sudato, gesticola indicando qualcosa che accade alle sue spalle. Non sento la voce. Leggo le news che scorrono veloci e il sangue mi si gela. Non c’è speranza. Non si sono sbagliati. Torno a testa bassa verso la macchina. Mi fermo e guardo Giorgio giocare. Povero bambino mio.

L’incubo (prima parte)

Questa voce è stata pubblicata in Racconti. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *