L’incubo (parte quarta)

Abbiamo cenato. Il sole sta tramontando. Un grande globo rossastro si spegne lentamente dietro gli alberi, in cima alle colline all’orizzonte. Una nebbia gassosa rossastra inizia a salire dalla terra umida. Claudia ha preparato da tempo dei bagagli leggeri. Siamo pronti ad andare via.

Continuo a guardare la palla del sole. Il momento in cui sparirà dalla mia vista sarà quello in cui inizierà l’attesa della fine. L’invito delle autorità è quello di restare dentro casa. Perché non c’è nulla da fare per difendersi. Mi guardo intorno. L’appartamento è troppo esposto. Devo riuscire a inventarmi qualche modo per dare almeno una speranza, una sola possibilità ai bambini. Dall’altro lato, però, so che da questo punto di osservazione privilegiato riuscirò a seguire l’evolversi del dramma. E muovermi in anticipo rispetto a chi non può vedere nulla.

Il sole scende dietro le colline. Non so se lo rivedrò più. Ora è solo questione di qualche ora. L’incubo inizia. Giro le stanze, abbasso le tapparelle e chiudo le finestre. Ho preparato delle lastre di zinco. Le sistemo dietro le finestre e le avvito nei muri. Claudia e Valeria mi aiutano, ognuna in una stanza diversa. Ho spiegato loro per giorni interi cosa avremmo dovuto fare e abbiamo provato e riprovato, fino a quando i movimenti erano fluidi e sicuri e il tempo per sistemare tutto cronometrato.

Invito, con determinazione, ad andare nella loro camera, la prima che avevo protetto, a giocare. Li aspettava una notte insolita. Giorgio è incuriosito e eccitato. Il non vedere nulla di strano, come invece era capitato per la strada al ritorno da scuola, ha trasformato tutto in un grande nuovo gioco. Paolo, invece, é pallido e preoccupato. Ora, però, non potevo dedicargli tempo, purtroppo. Avevo altro da fare, e in fretta.

In poco meno di mezz’ora erano protette tutte le stanze da letto. Non potevo fare nulla, invece per il salone e la cucina che erano situati dietro le grandi vetrate. Nelle settimane precedenti avevamo deciso di proteggere la porta che divideva la zona giorno da quella notte, blindando la porta e proteggendo i muri. Avevo sistemato i pannelli di zinco sui muri perimetrali e poi, per non far vedere nulla ai bambini, li avevo coperti con dei pannelli di cartongesso e imbiancato tutto. Credettero semplicemente che avessi pitturato i muri e per distrarre la loro attenzione li avevo tinteggiati con un caldo color pesca che li aveva entusiasmati.

Mi affaccio nuovamente sul terrazzo. La nebbia gassosa si è alzata velocemente e ormai inizia a coprire la campagna e si insinua tra gli alberi del parco e tra i palazzi del quartiere. Le strade ora non sono più deserte. Alcune persone sono scese e guardano verso l’orizzonte, in attesa di qualche cosa che non conoscono e non possono nemmeno immaginare.

“Claudia!”

“Che c’è?” La voce di Claudia è incrinata dalla paura.

“Non ti preoccupare!” le grido. “Non succede nulla. Scendo a vedere cosa succede per strada. Ci sono delle persone. Vado a parlarci.”

Claudia si affaccia nel salone. Il suo sguardo è limpido e non ha bisogno di accompagnarlo con parole.

“Non ti preoccupare. Torno subito.”

Fa un cenno con la testa e mi libera. Scendo velocemente le scale. Non mi fido a prendere più l’ascensore. Esco e mi colpisce subito il puzzo che c’è nell’aria. Come di cibo putrefatto. Mi incammino verso le persone che guardano, immobili sul marciapiede, la campagna. Cme un esercito sbandato e male armato che aspetta le orde nemiche pronte ad attaccare.

Vedo che tra di loro c’è Pietro, il mio vecchio compagno di scuola che abita lì vicino e che incontravo, occasionalmente, al bar. Ci fermavamo spesso a chiacchierare sorseggiando un caffè caldo e ammirando le curve di Amanda, la figlia della proprietaria del bar.

“Pietro!”

“Francesco!”

Ci stringiamo in un abbraccio non consueto tra di noi, vedo sul viso di Pietro l’ansia, l’angoscia per l’ignoto.

“Hai visto nulla di strano?” chiedo a Pietro indicando con un cenno del mento la campagna.

“La nebbia, Francesco.”

“Beh?”

“Guarda. E’ rossa. E puzza.”

“Ho avvertito subito questa puzza. E’ da lì che viene?”

“Penso di sì”

Guardo l’orizzonte. La nebbia, da lì, è ancora più densa e un luccicchio rossastro la rende quasi translucente. E’ inquietante. Il puzzo aumenta rapidamente sino ad essere quasi insopportabile. Porto la mano sul naso per cercare di bloccarla. Inutilmente.

“Guarda!” urla Pietro all’improvviso.

La nebbia tremola, lampeggia, mille palline rosse schizzano veloci e impazzite. Adesso è una colla densa che nasconde e inghiotte tutto.

Istintivamente indietreggiamo. E’ così inizierà la nostra fine?

L’incubo (parte terza)

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