Il dolore nella notte

La sera era calda e umida. Il vento di scirocco batteva l’asfalto sollevando qualunque cosa incontrasse: fogli di giornale, carte, briciole di pane, polvere, il calore del giorno, le tracce tiepide di chi vi aveva camminato.

Guido e Sara passeggiavano tornando verso l’albergo.

La cena era stata tranquilla, come sempre. Avevano parlato poco, si erano scambiati molti sguardi. Il nero dei loro occhi si era intrecciato e non si scioglieva. L’elettricità che si era accesa era stata notata anche dai tavoli vicino al loro. Gli altri clienti del ristorante li avevano osservati incuriositi. Non c’era, nei loro occhi curiosi, un’ ammirazione retorica, ma il richiamo di un grido ancestrale che non sapevano decodificare. Un pallido sorriso era comparso sui loro volti.

Guido non sopportava il distacco dagli occhi di Sara e non appena lei li abbassava, lui afferrava il calice e beveva avidamente il vino rosato fresco che lo riempiva per metà.

La giovane cameriera, con il suo morbido seno costretto nella camicetta bianca linda e ben stirata, passava vicino al tavolo con un ritmo regolare e appena notava i bicchieri vuoti si avvicinava felpata e li riempiva in silenzio.

Guido era offuscato e la sua percezione infagottata in una nuvola grigia e opprimente. Guardava Sara e le lacrime, inconsapevoli e senza controllo, si affacciavano nei suoi occhi. Si sentiva stupido, ridicolo, ma il dolore era troppo forte.

Ogni tanto intercettava gli occhi di lei e sorrideva, finalmente sereno. Si sentiva a casa. Ma non era casa sua. E non sapeva come, e cosa, fare per farla diventare tale.

Guido, intontito dall’alcol, non sentiva il sapore di quella roba biancastra che ingoiava stancamente. Masticava lento, voleva solo che il dolore sparisse.

Una forchettata, un sorso di vino. In poco tempo finì la prima bottiglia e, rapida come un fulmine, la cameriera, a lui piaceva pensarla come la sommelier del ristorante ma non lo era, subito si avvicinò per chiedere se volessero altro vino. Guido annuì con la testa, pur intercettando lo sguardo perplesso di Sara.

Si versò un altro bicchiere e lasciò scivolare maldestramente un paio di gocce oltre il bordo del calice. Osservò, rimanendo con il braccio alzato e la bottiglia leggermente piegata di lato, le due bolle rosate scivolare lentamente lungo la bombatura del bicchiere sino a fermarsi sulla tovaglia. Osservò la macchia espandersi e schiarire, lentamente. Due lacrime scivolarono sul suo viso. Sara non lo guardava. Era persa in pensieri a lui sconosciuti.

La cena terminò. Si guardarono e per un lungo, estenuante, attimo lui si sentì di nuovo a casa.

Ma fu un attimo. Guido si alzò e andò a pagare il conto. Le sue gambe erano di gomma, i contorni del suo campo visivo erano offuscati, annebbiati, confusi tra mente e cuore. Il suo passo era però apparentemente sicuro, attento a non scivolare nel patetico.

Recuperò una oscura sensazione di dignità, che pensava fosse svanita nel vortice della sua depressione. Guardò il profilo di Sara. Altero, fiero, morbido, dalle linee decise e femminili. I suoi capelli scivolavano compatti sul collo lungo e sottile. All’improvviso lei si girò verso di lui e Guido non potè reprimere un sorriso aperto, rinfrancato, innamorato.

Sara restituì quel sorriso e indugiò nei suoi occhi. L’elettricità scattò di nuovo e per un altro fugace attimo tutto tornò al suo posto.

Passeggiarono a lungo, lei appoggiata a lui inconsapevolmente. Lui, rigido nel passo per mascherare l’ubriacatura. Camminando, passo dopo passo, le loro dita si sfioravano. Lui trasaliva. Lei lo sfiorava con gli occhi. Il dolore restava dietro, attaccato alle loro ombre grigie che si scioglievano nella luce arancione dei lampioni.

Un attimo lei sfiorò con la testa la spalla di Guido e lui sussultò. Una scarica di amore puro lo penetrò e lo fece barcollare pesantemente. Lei lo afferrò con la mano e lo trattenne senza dire una parola.

Lui si limitò a guardarla, sconfitto.

Entrarono in albergo. Presero le chiavi. Entrarono nell’ascensore dalle pareti metalliche e con un sottile e alto specchio ambrato. Guido in tralice si osservò e vide i suoi occhi tristi, le vene sulle tempie gonfie. Poi sfiorò il viso di Sara. Il dolore lo assalì di nuovo, acido. Lei lo guardava attenta e si rese conto che lui non capiva, chiuso com’era nella sua solitudine.

L’ascensore arrivò al piano. Camminarono muti sulla moquette rossa. Guido intuì l’umido che scrostava un pezzo di carta da parati in un angolo buio.

Arrivarono vicino alla stanza di Sara. Lui restò con la testa bassa, non aveva il coraggio di guardarla ancora. Non poteva. Non ce la faceva. Lei gli alzò il mento con la mano, gli sorrise ma i suoi occhi erano vuoti, lontani.

“Mi dispiace, Guido. Non posso.”

Lui non disse nulla. La guardò ancora un attimo, sentì le lacrime salire, calde e insopportabili. Scosse la testa per scacciare via la sensazione di essere un uomo ridicolo. Si girò di spalle e andò via, barcollando. Lei restò, ferma davanti alla porta con la chiave in mano, e lo guardò andare via.

Guido alzò la mano e senza voltarsi la salutò, ormai lontano. Ma lei era entrata nella stanza, le lacrime che le scivolavano sulle guance perfette.

Nella sua stanza, piccola e in penombra, Guido aprì il frigo bar e prese le tre bottigliette di grappa. Per un attimo pensò all’assurdità di bere grappa gelata. Ma non riuscì a trovare alternative. Affidò il suo dolore al liquido trasparente e denso, lo ingoiò gettando la testa all’indietro. Rise sguaiatamente. Non si riconosceva in quel suono gutturale, così lontano dai suoi modi gentili.

Gettò per terra le bottigliette. Gli occhi di Sara, limpidi, ironici, neri come la notte senza stelle, gli si piantarono nella testa. Si abbandonò sulla poltrona marrone di panno consumato. Allargò le gambe e se le guardò e le vide così lontane. Osservò la stanza e la trovò squallida, fredda, distante. Si alzò a fatica. Andò alla finestra e la aprì. Chiuse gli occhi e aspirò l’aria, ora più fresca, della notte. Si affacciò, appoggiando le braccia sul davanzale di marmo incrostato dalla polvere e osservò con rimpianto la vita della città, colorata dalle luci al neon delle insegne. Cercò sull’asfalto, tra le gambe dei passanti, qualche traccia delle sue speranze. Ma lo scirocco le aveva portate via, lontano nel cielo, da qualche parte del mondo.

Pensò: “’fanculo”. Non l’aiutò. Era solo. Ancora, con il suo dolore grigio.

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Una risposta a Il dolore nella notte

  1. emanuela scrive:

    In questo racconto c’e’ molta passione, ci sono sentimenti contrastanti ma comunquea tinte forti, sensazioni coinvolgenti che portano il lettore dalla narrazione al quotidiano vissuto in modo spontaneo.
    Bravo Galileo, mi e’ piaciuto!

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