Le luci di Natale

E’ sera. L’aria è ferma e gli alberi sono in attesa. Il tonfo delle mie Nike sul cemento è soffuso e si mescola all’aria umida. Le luci arancioni dei lampioni disegnano un mondo alterato, a tratti fiabesco. Il profumo della menta selvatica mi trasporta, solo per un attimo, in una sera di primavera che ormai è lontana. Corro e il mio passo è veloce, forse troppo veloce. Nella testa i pensieri sobbalzano al ritmo delle mie gambe. Non riesco a metterli in fila, a dargli un senso logico, l’ansia mi stringe il petto. Resisto; dopo il primo giro andrà meglio: il respiro si scioglierà lentamente e seguirà il ritmo della corsa. I pensieri si scrolleranno i fili che li annodano e potranno finalmente dispiegarsi nello spazio intorno a me.

Giro il primo angolo. La casa al piano terreno è illuminata. Il giardino è immerso nella penombra perché l’albero davanti alla finestra d’ingresso frantuma il raggio del lampione e disegna complessi arabeschi sul pavimento. La luce nella stanza, oltre la porta, è accesa. Giro la testa e osservo il piccolo corridoio. Oltre c’è la stanza da letto dove da un mese un uomo lotta contro la morte. Il “nonno”; così l’ho sempre chiamato. Era la prima persona che incontravo al mattino e l’ultima che salutavo la sera mentre passavo con le buste della spesa. Sempre lì, davanti al suo giardino, con gli occhiali scuri, il cappello scozzese e il suo bastone di legno. Il suo passo era lento, il suo sguardo basso che si illuminava ogni volta che i bambini si fermavano a parlare con lui. Perché quell’uomo gentile era una calamita per tutti i bambini. E mi capita spesso vederli davanti al muretto scrostato del giardino e alzarsi sulle punte dei piedi per osservare dentro la casa e poi andare via con lo sguardo basso e triste.

Scuoto la testa e continuo a correre sul cemento grigio in cui le ombre si scontrano con le luci delle macchine che transitano. Inspiro a fondo il profumo della terra umida, accelero ancora. Il tonfo del passo resta leggero. Alzo la testa e con lo sguardo incontro la canonica disabitata. Ora è un deposito di “padelle”, di articoli da regalo, luogo di incontri di affari non sempre puliti. Un enorme albero di magnolia le copre la facciata e lascia scoperta alla luce del lampione la vecchia croce di cemento che spicca sulla punta del tetto spiovente. L’ombra nel giardino all’ingresso regala una antica sensazione di pace e di luogo di preghiera. Nasconde i cartoni strappati e le basi di legno su cui erano poggiate le scatole della merce ora stipata nella canonica, le carte appallottolate e gettate sul pavimento.

Una macchina con le luci accese è parcheggiata vicino al marciapiede destro. Il motore è spento e i finestrini chiusi. Passando vedo la luce di uno schermo che illumina il viso di una ragazza. Parla concitata al cellulare. La supero. Giro il secondo angolo e scatto per percorrere la larga piazza immersa in un ombra inquietante. La guglia della chiesa è illuminata a giorno e mi trasmette una tristezza che non so coniugare.

Giro il terzo angolo e salto la grata di scolo dell’acqua piovana. Fra poco incontrerò il tombino dei cavi telefonici. Alla sua destra c’è una buca. Accorcio il passo e poi la salto. La luce è fioca in questa strada. Le poche persone che camminano rientrano a casa dopo una giornata di lavoro. Lo vedo dai loro volti stanchi, i vestiti sgualciti. Mi guardano perplessi con le chiavi in mano, pronti a infilarle nelle serrature dei loro portoni e a rientrare nelle case in cui chissà se li aspetta un sorriso, un silenzio carico di rancore o un vuoto insopportabile. Li supero e corro verso il quarto e ultimo angolo. Un cane lupo salta dietro il cancello di una villa e abbaia rabbioso verso di me.

Il secondo giro è quello che mi imballa. Le gambe sono ancora più dure e il fiato fatica a ritrovare il suo ritmo. Devo resistere un mezzo giro e andrà meglio. Passo davanti la casa del “nonno”, ma questa volta non guardo. Con la coda dell’occhio vedo la luce ancora accesa e sorrido, è vivo. La macchina con le luci accese è ancora lì, parcheggiata. La ragazza, dentro, ha la testa bassa. Non parla più al cellulare.

Un miagolio straziante squarcia il silenzio. Un gatto nero scappa, tagliandomi la strada, inseguito da un altro gatto striato. Si rincorrono. E’ la stagione del calore. Si graffiano, si gonfiano, le code sono cespugli giganteschi. Durerà a lungo e poi, dopo tante grida e graffi, la gatta offrirà con grazia il suo amore al gatto striato dal pelo rossiccio. Mi chiedo se anche per gli uomini è così. Ma è solo un pensiero veloce.

Giro il secondo angolo e incrocio una coppia. Camminano lentamente, lui si guarda intorno mentre lei lo osserva con un sorriso gentile sul viso. Ho l’impressione che siano due persone che si incontrano clandestinamente. Mentre li supero osservo le mani dell’uomo che gesticolano nervose e il suo è un sorriso che vuole fare breccia, che vuole conquistare quello della donna al suo fianco.

I miei pensieri ora iniziano a sciogliersi. Ho una immagine negli occhi e sorrido a questo pensiero. Il respiro è ritmato e si sovrappone al passo delle mie gambe. Ora i muscoli sono caldi e rispondono alle accelerazioni.

La strada è deserta. Salto la buca vicino al tombino. Scivolo sulle ombre disegnate sulla strada. L’immagine che ho negli occhi la vedo specchiata per terra. Scuoto la testa per mandarla via.

Chiudo il secondo giro e inizio il terzo. La macchina è sempre lì, le luci accese. Penso che se non le spegne resterà con la batteria scarica. Ora nell’auto ci sono due persone, c’è un’altra ragazza con dei lunghi capelli scuri raccolti in una coda. La vedo di profilo e ha una bella espressione allegra, anche se il suo sguardo è serio, concentrato. L’altra ragazza, quella che parlava al cellulare, agita le mani nervosamente. Supero la macchina e giro l’angolo. Incontro la coppia clandestina. Ora lui non si guarda più intorno ma fissa gli occhi della donna, il viso acceso, gli occhi limpidi, un gran sorriso gli apre il viso. Camminano fianco a fianco e hanno le spalle appoggiate l’una all’altra. Scappo via. Giro il terzo angolo, abbasso la testa e mi concentro nello scatto. Ancora salto il tombino e la buca al suo fianco. Prima di chiudere il giro, passo sotto un albero di gelsi. Il cemento sotto l’albero è pulito, non come l’estate scorsa in cui le scarpe si appiccicavano al succo zuccherato dei frutti caduti dall’albero.

Il quarto giro è fluido, il battito si è stabilizzato, il sudore inizia a liberarsi e a evaporare dalla maglietta tecnica. Sento le gocce che scivolano lungo il collo, i muscoli sono caldi. Arrivo rapidamente nella piazza della chiesa. La coppia cammina abbracciata. Lui le ha messo una mano sulla spalla e la stringe a sé. Lei gli abbraccia il fianco e lo guarda dritto negli occhi, sorridente. Li guardo mentre li affianco e li supero. Scuoto la testa perché sono invidioso di quella felicità, momenti forse strappati a un matrimonio infelice o noioso.

Il quinto giro è il migliore. Il passo è veloce e il ritmo regolare. Sento nel corpo un benessere crescente. La strada è libera, silenziosa. Non ci sono più persone. Ormai i volti conosciuti sono rientrati. L’umido scende leggero dal cielo e una leggera nebbia volteggia intorno alle luci dei lampioni. I tetti delle macchine sono bagnati. Mentre sto per arrivare al secondo angolo, sento voci che ridono. Sono voci giovani. Una macchina è parcheggiata sulla destra. Una coppia di ragazzi fumano e parlano ad alta voce appoggiati al cofano di un’auto nera. All’improvviso lui si appoggia a lei e la spinge sul cofano, senza lasciare la sigaretta la bacia. Lei si sdraia sul cofano umido, la giacca di panno chiaro penso si sporcherà, e apre la gambe. Lui si sdraia su di lei e si strofina al centro dei jeans della ragazza. Li supero. Qualche metro più avanti la macchina con le luci accese è sempre lì, ferma. La supero velocemente. Le due ragazze si tengono la mano e la ragazza bruna accarezza la testa all’altra.

Supero il terzo angolo e sento un magone che mi cresce dentro. Corro verso lo scatto finale. Alzo la testa e le vedo. Rallento il passo, alzo la visiera del berretto, mi asciugo il sudore sul collo e le guardo attento. Sono sempre lì, al centro del cielo. E’ l’immagine che ho nella testa, quella che vedo davanti ai miei occhi, quella che si riflette sul cemento della strada su cui sto correndo. Sono le mie due stelle. Sono quelle luci che mi guidano da anni, che cerco sempre e che ritrovo ogni giorno. Sono lì, in alto, illuminano il buio del cielo. So dove sono, non si spostano da lì. Non so più se sono lì veramente, o solo dentro la mia testa. Ma le vedo e mi guidano, silenziose, sorridenti, ironiche.

Non le voglio prendere. Non le cerco con la voglia di possederle. Le desidero libere, lì nel cielo. Voglio che siano quello che sono e basta. Due luci. Due stelle. Due lampadine di Natale. Due occhi.

I gatti non miagolano più. Dormono vicini in un giardino dopo aver fatto l’amore.

La mia corsa è finita.

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