La telefonata nel buio

La macchina scivolava veloce sull’autostrada nella luce fioca del tramonto. Il colore del cielo virava dall’arancione al violetto, premessa del buio della notte. I fari delle macchine si specchiavano nello specchietto mentre Guido, premendo sull’acceleratore, guidava in corsia di sorpasso.

La giornata lavorativa era finita e, finalmente, poteva tornare a casa.

Il gomito era appoggiato al finestrino e con la mano si teneva il volto. Guido era perso nei suoi pensieri, ormai da alcuni giorni battevano sempre sullo stesso punto. Con la coda dell’occhio osservò la polvere sull’angolo del pannello della radio, vi passò un dito nel tentativo di toglierla ma non ci riuscì. Doveva ricordarsi di passare una pezza. Le colline all’orizzonte erano una sagoma di cartone grigio e nascondevano gli ultimi raggi del sole calante.

Squillò il cellulare e sobbalzò. Prese un auricolare e lo portò all’orecchio. Nel farlo si ricordò che la cuffia con il microfono si era spaccata, la lasciò cadere e prese l’altra cuffia, imbranandosi con i cavi di collegamento che si intrecciarono. Al quarto squillo riuscì a portare la cuffia sana all’orecchio destro. Con la mano sinistra prese il filo con il microfono e l’avvicinò alla bocca, riuscendo ad evitare che la macchina sbandasse nella curva che aveva visto all’ultimo momento.

“Pronto!” disse nel microfono con un sospiro. Sentì il proprio soffio d’aria gracchiare nell’auricolare. Il microfono era troppo vicino alla sua bocca.

“Pronto?” sentì rispondergli la voce di Marta nell’orecchio.

“Ehi, ciao…”

“Ciao Guido. Hai finito?”

“Si, Marta. Ho finito. Sono in macchina e ho lasciato da poco la città. Torno a casa.”

“Sei stanco?”

“Un po’. Mi sono scocciato di stare sempre a sentire altri parlare. Non sono fatto per questa vita.”

“Ma dai. Ci sarà qualcosa di interessante nel tuo lavoro no?”

“Boh. Forse. Io non lo vedo.”

“Sei stato con Mario?”

“Sì, Marta. Sono stato in riunione con Mario e Paolo. Abbiamo definito diverse cose che dobbiamo avviare.”

“E che dovete fare?” Disse Marta.

“E’ complicato da spiegare.”

“Ah….”

“E tu? Che hai fatto oggi?”

“…..”

“Allora?”

“…. dovevo andare a scegliere un divano per lo Studio. Me l’ha chiesto l’avvocato.”

“L’hai fatto?”

“Quasi…”

“Cioé?”

“Ho trovato il modello e la misura, ma non mi convince la scelta della pelle. E’ troppo delicata per l’uso che ne dovremmo fare nello Studio. E tra l’altro, è una pelle chiara. Si sporca subito.”

“Quando sei andata?”

“Stamattina.”

“Da sola?”

“…. con Paolo…”

“Chiamalo fesso!”

“Che vuoi dire?”

“Che stai sempre con ‘sto Paolo.”

“Smettila, Guido.”

“Non mi interessa Marta. Lo sai.”

“E allora perché reagisci così?”

“Perchè mi dà fastidio che Paolo ti sia sempre appiccicato.”

“Lo sai che è un amico!”

“Eh, sì, come no….”

“Guido.”

“…”

“Guido!”

“… dimmi!”

“Ti ho già spiegato come stanno le cose. E’ un amico e basta! Smettila di farti le pugnette!”

“Come ti ho già detto: non mi interessa. Non è di te che mi preoccupo ma di quello che appare all’esterno.”

Che vuoi dire?!!!

“Niente…. Lascia perdere…”

“Eh no, Guido! Ora mi spieghi!”

“Lo sai che non sopporto come ti sta addosso! Non ti lascia libera! E’ sempre lì a dirti: fai così, fai cosà, sbagli…. e cose così…”

Marta rise.

“Sei uno scemo!” disse la ragazza ridendo. “Dai, basta con Paolo. Raccontami di te.”

Guido conosceva Marta da dieci anni. Erano diventati amici già dalle prime ore. Guido aveva provato una forte emozione dal primo sguardo che aveva rivolto a quella bella ragazza bionda dai grandi occhi castani. La loro era stata una amicizia profonda fatta di complicità e di lunghi silenzi. Non perché non avessero nulla da dirsi. Uno sguardo era sufficiente per raccontarsi uno stato d’animo, una scelta, un dolore, un piacere. Avevano scelto di fare anche alcuni viaggi insieme. E Guido li ricordava tutti, nessuno escluso, con una fitta di gioia allo stomaco.

La voce di Marta al telefono lo accompagnava ogni giorno nei suoi viaggi di andata e di ritorno dal lavoro. Si raccontavano molte cose, ma alcune erano escluse dalle loro parole. Gli affetti erano sempre esclusi. L’unica eccezione era quel Paolo. Guido era convinto che ci fosse, coniugato al presente o al passato, un qualche legame che andasse al di là dell’amicizia. Non era geloso di Paolo. No, non era geloso. O forse sì. Non riusciva a dirselo fino in fondo. Il pensiero però che lui potesse vederla ogni giorno, quando e come volesse, era per Guido insopportabile.

Marta continuava a parlare al telefono senza aspettare la risposta di Guido. Faceva spesso così e Guido sorrideva a quel suo modo di fare. E arrivava all’improvviso la domanda secca di Marta: “Perché stai sorridendo?”. E Guido sentiva dall’altra parte del telefono che nel dire quella frase, anche Marta sorrideva, sapendo già la sua risposta.

“Perchè mi fai le domande e non aspetti le risposte.” E Guido completò il suo sorriso.

“Va bene. Hai ragione. Dai, dimmi che hai fatto oltre che lavorare.”

“Mmmm, vediamo…. Ah, sì! Oggi ho mangiato in un posto nuovo!”

“Racconta.”

“Guarda, è un locale piccolo che hanno aperto proprio all’angolo dell’ufficio. E’ un ambiente spartano, muri pitturati di fresco con un misto grigio- giallo limone….”

“Che schifo di abbinamento!”

“… fammi finire! Pochi tavoli, tutti apparecchiati in modo molto spartano. Mensole alte cariche di bottiglie di vino di qualità. Pensa che c’è un intero settore dedicato ai vini francesi. Il pavimento è un parquet scuro, molto caldo. Le luci sono soffuse e c’è una bella penombra.”

“E come si mangia?”

“La bellezza è nella contraddizione.”

“?”

“L’ambiente è di tipo new-age e ti aspetti piatti di nouvelle cuisine…”

“E non è così?”

“No. Il piatto del giorno erano dei maccheroni con sugo di polpette! Ed era un piatto buonissimo, la pasta al dente e due enormi polpette. Pensa che dentro le polpette c’erano dei giganteschi acini di uva passa. Una meraviglia!”

“Ma dai! Mi ci devi portare!”

“Paolo permettendo…”

“Smettila!”

“Sì, vabbé… Poi hanno portato in buste di carta blu delle fette sottili di pane caldo leggermente dorate sulla piastra, una bontà!”

“E ci hai bevuto vino, no?”

“… già. Un bel bicchiere di vino bianco francese freddo al punto giusto.”

“…. immagino la tua faccia rossa con le vene in evidenza…”

“….”

“Guido, eri solo?”

“Sì, Marta. Solo, lo sai.”

“Eh, sì. Lo so. Eccome che lo so.”

“Che vorresti dire eh?”

“Che sei sempre con qualche donna!”

“Io? Ma che dici?”

“La verità.”

Guido continuava a guidare in corsia di sorpasso. Il cielo era al limite della notte, non era ancora nero ma di un blu scuro, molto scuro, che non lasciava speranze. I fari delle macchine tentavano di rompere quel buio silente, ma ci riuscivano solo fino ad un certo punto. La notte, comunque, riusciva ad avere la meglio e ad imporre la sua inquietante cappa.

Gli tornò in mente, mentre cercava di rispondere in qualche modo a Marta, una cena organizzata, alcuni anni prima, da loro amici comuni. Marta si era sposata da poco e Guido non era andato alla cerimonia. Alla cena la ragazza si presentò da sola. Si sedette lontano da lui. E lui ne soffrì, senza sapere il perchè. La sentiva lontana, la cercava con gli occhi ma quelli di Marta guardavano in altre direzioni. Alla fine della cena, Marta si avvicinò e lo tirò per un braccio. Si allontanarono dal gruppo. Marta gli disse: “Guido, sono incinta.” Lei lo guardò con la testa leggermente piegata di lato, senza un sorriso. Guido fu contento di quella notizia, quasi felice. Aveva sempre pensato che Marta potesse essere una mamma perfetta, con la sua libertà e la sua capacità di volere un bene disinteressato. Guido la abbracciò, senza parlare. Lei, finalmente, si sciolse e ricambiò l’abbraccio. Guido non si accorse delle lacrime che scorrevano sulla guance della ragazza.

Quando si lasciarono, quella sera di un lontano dicembre, lui prese a calci una sedia abbandonata vicino a un bidone della spazzatura. Non si era mai chiesto il perché di quello scatto d’ira.

“Guido. Guido! Ci sei?”

Gli tornò in mente quell’immagine dolorante e decise di punirla.

“Sì, ci sono.”

“E allora, dimmi.”

“Mah. Niente. Ero da solo….”

“…e?…”

“Nel tavolo di fronte al mio c’erano tre donne. Sui quarant’anni, qualcosa di più forse. Carine, anche se niente di che….”

La sentì respirare nell’auricolare.

“… e si alzavano spesso per andare a fumare fuori dal locale. Una delle tre era una bella donna, vestita in modo semplice. Una maglia nera e un paio di pantaloni grigi. Aveva un gran seno, che si intuiva sotto la maglia aderente…”

“… il solito…” gli arrivò nell’orecchio.

“Passava davanti al tavolo e mi guardava. E’ passata diverse volte, e la scena era sempre la stessa. Io, ovviamente, ricambiavo lo sguardo.”

“…”

“Ad un certo punto, passando, si è fermata. Mi ha guardato negli occhi. Si è girata. Ha preso la sedia di fronte a me. L’ha spostata e si è seduta. Mi ha chiesto perché mangiassi da solo. Le ho fatto una faccia a punto interrogativo e lei ha buttato la testa all’indietro con una gran risata. Poi mi ha chiesto se mi andava che mangiassimo insieme.”

“E tu, ovviamente, avrai detto sì!”

“Beh… certo….”

“E quindi? Poi com’è andata a finire?”

“…..”

“Allora?”

“Non ti posso sempre dire tutto. Tu non mi hai detto cosa hai fatto con Paolo. Anzi non te l’ho nemmeno chiesto!”

“Non cambiare discorso!”

Guido rimase in silenzio. La strada era ormai buia. Regolò l’altezza dei fari, alzandola. Il traffico, ormai, era diminuito e le auto sull’autostrada erano scogli isolati in un mare nero d’inchiostro.

Sentiva il respiro della donna nel suo orecchio. La fitta allo stomaco era forte. Ripensò a quella ragazza con la maglia nera e di come, effettivamente, lo guardasse passando davanti al suo tavolo. Nessuno, però, si era avvicinato a lui.

Con la voce bassa Marta gli disse: “Ho ragione. Sei un uomo facile.”

A Guido quella frase, che Marta gli rivolgeva spesso, faceva male. Molto male.

“Perchè?”

“…”

“Perchè?!”

“…”

“…”

“Perché tu cerchi sempre di fare colpo su qualsiasi donna. Qualsiasi.”

“E a te che importa?”

“…

“Ripeto: a te che importa?”

Guido pensò, in un lampo, al matrimonio fallito di Marta. Al suo bambino. Bello come la madre. E ripensò al suo matrimonio. Fallito. Senza figli. E al suo sentirsi sempre in colpa, ogni volta che andava a scopare con un’altra donna. Quel maledetto senso di infedeltà verso un qualcuno che non esisteva. E lui aveva smesso da mesi di lasciarsi andare all’affetto verso una donna qualsiasi. Perché quel maledetto senso di colpa non l’abbandonava un solo attimo. Non riusciva più a essere accarezzato, amato, voluto. Il dolore arrivava subito, il vuoto lo riempiva completamente. E non riusciva mai a capire la ragione. Aveva rinunciato a comprendere. Semplicemente l’aveva accettato.

“Allora, Marta. Mi rispondi?”

“…”

“Marta?”

“Mi importa, Guido…”

“…”

“…”

“Perché Marta?”

“Ti amo Guido.”

In quel momento Guido, che continuava a guidare in corsia di sorpasso, vide all’ultimo momento un TIR bianco che senza frecce accese gli tagliò la strada nel momento in cui lui aveva iniziato a sorpassarlo. Guido frenò di botto e si buttò sulla destra per evitare lo scontro con la macchina che lo seguiva. Riuscì ad evitare per poco di finire sotto le ruote posteriori della balena bianca che aveva davanti. Sterzò e per un puro caso si ritrovò dentro una piazzola di sosta. Abbassò il pedale del freno sino in fondo alla sua corsa. La macchina sbandò e si bloccò ad un millimetro dallo spartitraffico di alluminio cromato. Guido si passò la mano sulla fronte e appoggiò la testa al volante.

Nell’auricolare sentì un grido strozzato.

“Guido!!!”

Sospirò. Alzò la testa dal volante. Con la mano sinistra prese il filo e avvicinò il microfono alla bocca. Sentì il suo respiro gracchiare nella cuffia e poi ascoltò la sua voce.

“Ti amo anche io Marta.”

 

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Una risposta a La telefonata nel buio

  1. emanuela scrive:

    Bello.
    A volte accade proprio cosi’, come nel tuo racconto.
    Bravo Galileo!

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