Blu cobalto e arancione

E’ novembre. Da bambino era il mese in cui gli alberi perdevano le loro folte chiome e si trasformavano in oscuri spaventapasseri dalle molte braccia. Era il mese in cui la nebbia e la pioggia mi facevano rincantucciare nei larghi cappotti di lana che un tempo erano stati dei miei fratelli. Era il mese in cui il profumo delle caldarroste iniziava a svanire risucchiato dal vento di tramontana ghiacciata che spazzava la pianura brulla della Capitanata.

E’ novembre. Sono digiuno e appena tornato a casa dal lavoro; indosso lentamente le nike e la mia tuta tecnica: vado a correre. L’aria è umida e calda. Qualche goccia di pioggia si è affacciata tra le nuvole, incerte se baciarsi o allontanarsi nel cielo grigio. La nebbia sale dal mare e trascinata dallo scirocco si infila tra la terra erbosa e gli alberi della costa. Non c’è vento. Inizio a correre sull’asfalto umido. E’ come se qualcuno avesse stirato sul cemento grigio una pellicola trasparente e lucida e poi l’avesse tagliuzzata senza alcun criterio logico. Mentre guardo la strada scorrere sotto il mio passo veloce, la luce dei fanali delle poche macchine si specchia in alcuni brandelli di quella pellicola. La luce mi acceca ma corro dritto sul mio immaginario circuito. Respiro a pieni polmoni il salmastro che arriva dal porto vicino. Il tonfo delle scarpe si mescola agli schizzi dell’acqua sporca rinchiusa in minuscole pozzanghere.

Corro e i pensieri si inseguono all’interno di una bolla triste.

Un passo un pensiero. Un altro passo un altro pensiero. Lo sguardo è basso, non riesco a concentrarmi ma so che la frequenza della corsa resta stabile, omogenea, quasi allegra.

Per la strada incontro due uomini che potano gli alberi di una villetta. Ad ogni giro uno dei due cammina carico di rami tagliati per depositarli vicino al bidone blu dei rifiuti di vetro.

Più avanti una coppia di ragazzini si bacia appoggiata allo sportello di una Mercedes grigia. La luce del lampione arancione illumina, solo per un attimo, la saliva lucida di una lingua sospesa tra le loro labbra. La penombra satura i brufoli rossastri della ragazza.

Passo avanti e sorrido invidioso.

Dopo otto giri, circa cinque chilometri di corsa, rallento e guardo il cielo. Le nuvole coprono il nero stellato. Le mie due stelle stasera non le posso vedere. Un magone mi stringe lo stomaco. Riguardo la massa compatta delle nuvole e intravedo il pallido alone della luna. Una luce azzurrina si riflette sulle nuvole. Penso a come sia strano l’accostamento del blu cobalto, che rimbalza piano sui muri bianchi delle villette, all’arancione ferroso dei lampioni.

Non riesco a vedere le mie due stelle. Il mio passo resta dritto, senza sbandamenti anche senza orientamento. Ce la posso fare.

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