Il cancello nero

Sono le nove di mattina. Vado a correre. Il sole è limpido nel cielo azzurro intenso. Nel viottolo che mi porta verso la strada il sibilo potente della tramontana si trasforma in un sussurro tra le fronde degli alberi. Lo sento scivolare tra i rami e riprendere la corsa negli spazi aperti. L’aria è mite ma il gelo del vento la trasforma in un gorgoglio profumato di fiori tardivi.

Non mi piace correre di mattina. I muscoli sono intorpiditi e la falcata fatica a mantenere il ritmo. Il respiro annaspa nel vento e mi costringe ad inspirare l’aria gelata dalla bocca. I primi due giri, più di un chilometro, vanno così. Ogni volta penso che non ce la farò a rompere il ritmo e a ritrovare l’equilibrio che mi farà arrivare fino alla fine dell’allenamento.

Pian piano i pensieri iniziano ad affacciarsi e il respiro trova la sua strada, con fatica ma la trova.

Nella curva del piazzale anteriore alla chiesa il sole mi scalda il viso e le raffiche mi spingono con forza. E’ lì che si innesca il pensiero principale. Sto leggendo due libri: “Autobiografia erotica di Aristide Gambia” di Domenico Starnone e “L’arte di correre” di Murakami Haruki. Due libri che nascono dallo stesso bisogno. Due uomini che si avvicinano ai sessant’anni e hanno bisogno di dare una prospettiva alla propria vita. Lo fanno con due parametri differenti. Starnone racconta una lunga storia improbabile in cui un uomo si ripensa attraverso la sua vita erotica. Haruki lo fa attraverso la riscoperta della disciplina ferrea della corsa. Nel primo il rapporto fisico con le donne ed è un’esplosione di cazzi, testicoli, fiche, culi, pompini, leccate, lingue, sperma, piacere, tentazioni di omosessualità. Un intreccio di corpi che si mescolano in una totale confusione tant’è vero che dopo qualche pagina non ho più capito chi fossero le varie Nina, Isabella, Sonia, Nera, Marilena. Faticavo a inserirle nei tasselli della storia. Emergono solo due donne: Marilena e Magda. La prima è l’unica vera donna che ha amato, senza saperlo, e la seconda è la figlia che non scoprirà mai essere tale. In questo ginepraio di tecnica sessuale emergono solo due pagine di valore che mi hanno molto intristito.

Nel pensare a quella sensazione di tristezza non vedo, dopo la seconda curva della piazza, il palo di un divieto di sosta e scarto all’ultimo momento per non sbatterci contro.

Riprendo il ritmo della corsa e ripenso a me, cinquantenne, e a come potrei rileggere la mia vita con il criterio di Starnone.

Accelero controvento perché il gelo della tramontana, che ho di fronte, mi raffredda il sudore che inizio a sentire sotto il giubbotto tecnico.

Scuoto la testa e scaccio un pensiero che sento pericoloso e deprimente. E comunque non mi piace rileggere la vita come un elenco telefonico di donne a cui pensare come gonne sollevate e buchi riempiti. Probabilmente mi sarebbe piaciuto. Ma non ci riesco.

Un cane dal pelo corto rosso mi viene incontro trotterellando. E’ un vecchio cane che incontro da dieci anni. Buona parte del pelo è ormai bianco e i suoi occhi sono velati da incipienti cataratte. Spesso lo devo spingere per evitare che finisca sotto una macchina che non riesce a vedere e di cui non ne sente nemmeno il motore. Però mi riconosce. Ogni volta che ci incrociamo prova a correre con me, si affianca e cerca di saltellare. Dopo qualche timido tentativo rinuncia, si ferma e torna indietro. Gira il muso e prova a guardarmi con i suoi larghi occhi neri e velati. Poi ritorna verso il cancello della sua villa zampettando lentamente.

Lo rivedrò al prossimo giro ma non proverà più a correre con me. Mi guarderà sdraiato sul marciapiede grigio e muoverà la corta coda in segno di saluto.

L’aria è limpida. Il verde degli alberi è saturo e contrasta il velo di polvere rossastra che copre il cemento della strada. A quell’ora del mattino le strade sono piene di runner. Siamo degli sconosciuti che quando si incrociano hanno l’insopprimibile bisogno di salutarsi, parlarsi, scambiarsi impressioni sulla corsa. E come se fossimo una comunità spontanea di cui si è orgogliosi di far parte. Io, invece, provo imbarazzo.

Corro perché voglio stare solo e ho bisogno di esserlo con i miei pensieri. E’ per questo che non porto con me l’iPod e non mi riempio le orecchie con la musica che, invece, mi accompagnerà nell’arco della giornata. Mi piace ascoltare il tonfo delle scarpe sull’asfalto, sentire il vento che mi insegue o mi contrasta, il gorgheggio dei passeri tra gli alberi di cui è immerso il quartiere in cui abito e corro. E mi piace salutare le persone che conosco, quelle vecchie facce che incontro tutti i giorni quando compro i giornali, quando sorseggio un caffè bollente al bar, quando torno a casa co le mani cariche di buste della spesa.

Però quando incontro gruppi di runner, con i loro giubbotti giallo evidenziatore, rispondo al saluto e controllo il loro passo. Se è più profondo e veloce del mio accelero, altrimenti raddrizzo la schiena e li stacco con un moto di soddisfazione.

Il terzo e il quarto giro, come prevedevo, sono ancora più faticosi dei primi due. I pensieri si bloccano di nuovo come i muscoli induriti delle mie gambe. Il vento rinforza ed è difficile arrivare a quella che chiamo “la terza curva” del mio immaginario anello. Il freddo mi blocca il respiro e cerco di accelerare per ridurre il tempo di transito in quel punto del percorso.

E’ lì, in quel preciso punto in cui la forza del vento mi fa sentire debole, che penso al libro di Haruki. E’ l’esatto opposto del taglio del racconto di Starnone. E’ la storia di un uomo che a cinquantasei anni riscopre la corsa come strumento di piacere, come strumento per la ricerca dei propri pensieri, delle emozioni che solitamente si nascondono da qualche parte di sé stessi. Ed è il racconto di una forza di volontà che da stiracchiata e debole si rafforza con l’esercizio e diventa potente. Fino a fargli scoprire come l’invecchiamento del corpo è un processo di trasformazione in cui si indeboliscono delle capacità ma se ne rafforzano altre altrettanto importanti. Ad esempio la resistenza alla distanza. E questo lungo percorso mette in equilibrio corpo e mente.

Il quinto giro scorre meglio, sento finalmente il calore nei muscoli che si sciolgono e lo scatto per superare rapidamente “la terza curva” è più potente.

Nel rettilineo successivo il sole è caldo e mi riscalda il viso. Sul muro verde scrostato dell’aeroporto militare si sovrappongono i messaggi d’amore con nomi di ragazze che un tempo erano adolescenti e vivevano nelle villette di fronte. Oggi sono universitarie e vivono lontano da lì. Altre

sono rimaste in città e si sono trasformate in donne. Mi chiedo che fine abbiano fatto i ragazzi che di nascosto, di notte, hanno scritto il loro messaggio d’amore con uno spray acquistato con imbarazzo in qualche negozio periferico.

Il sesto e il settimo giro sono perfetti. Respiro a bocca chiuso, il passo è costante e rapido. Le strade adesso iniziano ad essere percorse da uomini di mezza età che portano a passeggio i cani, da donne anziane che, con in mano guantiere colme di pasticcini, vanno a trovare i nipoti. In fondo alla strada, la piazza della chiesa è attraversata da un gruppo di una decina di runner che corrono veloci e colorati.

Mi avvio per l’ultimo giro e ripenso alla serata di ieri. Berlusconi finalmente è andato via. L’Italia è stata liberata da quell’uomo corrotto moralmente ed eticamente. Ho stappato una bottiglia di spumante e ho bevuto molto per festeggiare un momento storico anche per la mia vita personale. Sono anche io, ormai, un uomo di mezza età. Nei vari messaggi inviati, e ricevuti, dai compagni della CGIL ne ho scritto uno di risposta ad una ragazza giovane che mi faceva gli auguri: “Auguri! Il futuro è tuo.” Lei mi ha risposto, sorprendendomi, così: “Il tuo?”

Già. Il mio. Sarà un molle ripensare a quello che poteva essere e non è stato? Un rimuginare sulle occasioni perse? Immergersi nei ricordi e nei rancori? Oppure vivere con la disciplina e il piacere della corsa?

A quel messaggio ho risposto dicendo che vorrei vivere ancora qualche sogno. Magari il tempo è scaduto. Forse sì. Forse no.

La corsa termina con un lungo scatto finale. Il sole è di fronte a me, illumina l’asfalto e riscalda l’aria. La tramontana è alle spalle e mi solletica il collo sudato. Arrivo al cancello nero. Due bambini escono dal viottolo e camminano parlottando animatamente tra di loro. Mi salutano con un “ciao!”.

Poi uno dei due si gira e mi dice: “Ti ho visto prima: ma lo sai che sei veloce?”. Lo guardo, sorrido, e lo saluto alzando la mano.

Ma sì, un paio di sogni li posso ancora realizzare.

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