Le domande senza risposta

Era un uomo tutto di un pezzo. Non molto alto, magro come un albero secco appassito dalla sete. Era rigido, perennemente arrabbiato, convinto di essere nel giusto ma sicuro di non esserlo. Era un uomo divorato dai dubbi, dai sensi di colpa, macerato dal suo sentirsi inadeguato. E per riuscire ad essere adeguato lavorava come un mulo e studiava come un matto ogni pratica che gli passava tra le mani. Sul lavoro era un mastino e riusciva a tirare il meglio da ogni persona, purché gli si fosse fedele e sincero. A casa, nelle mura sempre diverse in cui viveva la sua famiglia, riusciva a tirare fuori il peggio da ognuno di noi. Non sono riuscito a parlare con lui, se non alla fine dei suoi giorni.

Eppure ci sono dei momenti, dei giorni, in cui, di fronte alle scelte più difficili, so che le domande che mi faccio potrebbero avere una risposta solo da lui. Lo immagino seduto sulla punta della sedia di legno scuro, un po’ traballante, con le mani ossute intrecciate sulla tovaglia grigia che copre lo spesso tavolo di legno, nel tinello dalle pareti verde chiaro.

Starebbe lì ad ascoltarmi con gli occhi abbassati e a chiedersi dove ha sbagliato nella sua vita, dove ha commesso l’errore che mi ha fatto diventare quello che sono. Poi alzerebbe lo sguardo, mi fisserebbe con i suoi grandi occhi neri. Quegli occhi che da ragazzo hanno fatto innamorare chissà quante donne. Quegli occhi che, invece, hanno amato in tutta la loro vita una sola donna dagli occhi felini, dal grande seno e dal carattere duro come il legno di un ulivo. Quegli occhi che non si sono chiusi nemmeno all’ultimo battito del suo cuore. Mi avrebbe guardato, avrebbe scosso la testa per scacciare i suoi sensi di colpa, anche lì di fronte a me, e avrebbe ascoltato attento il mio racconto e le mie domande.

E mi avrebbe saputo dare la risposta giusta. A quel punto avrei alzato la testa e l’avrei guardato, incredulo. E avrei pensato: “cazzo, mi conosce allora!”

E mi sarebbero salite le lacrime agli occhi.

E a guardare bene avrei anche potuto intuire che la pace, finalmente, avrebbe invaso il suo corpo martoriato, le sue vene occluse, i suoi occhi velati dai rimorsi e dal disappunto di quello che avrebbe potuta essere la sua vita. E che, invece, non lo è stata.

Quell’uomo era mio padre.

E ora, oggi, le mie domande restano senza risposta.

E io, quelle cazzo di risposte, non me le so dare.

Questa voce è stata pubblicata in Racconti, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *