Le Sirene

La sala è immersa nel buio. Sul palco una grande lampada ad olio è posta dietro il pianoforte e illumina tremolante il profilo nero del musicista. E’ seduto dietro la tastiera del piano. All’improvviso un faro giallo lo illumina. Ha in una mano una bottiglia di birra che sorseggia lentamente. Tra un sorso e l’altro intrattiene le ombre in sala, sagome in movimento ondeggiante; la sua voce è stanca, leggermente roca. In platea il pubblico è in piedi e si è avvicinato al palco, immerso in una nebbia giallastra che sale lentamente verso l’alto. In galleria si sono alzati tutti e si spingono verso la balaustra. Le hostess si affannano, preoccupate, ad allontanare le persone dal poggiamano in legno scuro che separa la galleria dallo strapiombo sulle file di poltrone di velluto rosso della platea.

Il musicista con la mano libera inizia a suonare sul pianoforte una scala melodica, con la stessa lentezza con cui continua a sorseggiare la birra gelata. Intuisco che è il preludio ad un brano struggente, la degna chiusura ad effetto del concerto. Sono immerso nella penombra, schiacciato dalla moquette grigia del pavimento e dal legno della parete. Lunghe linee di pallide luci bianche costruiscono morbide curve lungo le alte pareti del teatro. Le seguo con gli occhi mentre le note toccanti del pianoforte scendono nella sala.

La bottiglia di birra è poggiata, vuota, sul piano nero e liscio dello strumento. Le mani ora sono sui tasti del pianoforte e una musica armonica inizia a uscire dalle corde interne e a salire verso lo spazio alto della sala. E’ una musica che si attorciglia, nota dopo nota, e disegna un tessuto colorato di immagini. Al mio fianco una donna dai capelli corti, con un largo tatuaggio sulla spalla scoperta, balla lentamente. Ha un cellulare in mano, lo schermo acceso. Una foto di due bambini sorride nella penombra grigia.

Chiudo gli occhi, intreccio le braccia e mi appoggio alla parete di legno liscio.

Il musicista inizia a cantare. La sua voce ora è limpida, nitida come un cristallo lucido.

 

“Le sirene ti parlano di te

quello che eri

come fosse per sempre

le sirene

non hanno coda né piume

cantano solo di te

l’uomo di ieri

l’uomo che eri

a due passi dal cielo

tutta la vita davanti

tutta la vita intera

e dicono

fermati qua

fermati qua”

 

Apro gli occhi all’improvviso. Non sono più nella sala calda e afosa del teatro. Un vento gelido mi sferza il viso. Mi ritrovo in una strada immersa nella nebbia grigia e fredda del mattino. Mi stropiccio gli occhi. Li riapro. Il teatro non c’è più. Dove sono, mi chiedo terrorizzato? Chiudo ancora gli occhi e conto fino a dieci mentre il cuore mi batte all’impazzata. Riapro gli occhi. I palazzi intorno a me sono casermoni alti di anonimo cemento grigio. Intravedo una luce diffusa e lattiginosa nel pezzo di cielo sopra la mia testa. La nebbia copre tutto, è un po’ più trasparente verso il basso. La strada è vuota e non sento rumori. Continuo ad ascoltare il suono del pianoforte come se il musicista fosse lì, di fronte a me e continuasse a suonare la sua musica struggente.

Dove sono? Non conosco questo posto. Mi guardo intorno e non vedo nulla, sembra tutto uguale e senza punti di riferimento. Un brivido mi corre lungo la schiena. La nebbia soffice ma fredda nasconde colori e immagini. E’ un panorama plumbeo, angosciante.

Le note del piano scivolano lentamente e si insinuano tra la brina fumosa. Un violino si unisce e taglia l’aria come una lama fredda. Le parole mi inseguono e si infilano nelle orecchie. All’improvviso mi calmo. Una tristezza piana mi sale dallo stomaco e mi appaiono delle immagini nascoste, chissà dove, dentro di me.

 

“Le sirene ti assalgono di notte

create dalla notte

han conservato tutti i volti

che hai amato e che

ora hanno le sirene

te li cantano in coro

e non sei più solo

sanno tutto di te

e il meglio di te

è un canto di sirene

e si sente nel rimpianto

di quanto è mancato

quello che hai intravisto e non avrai

loro te lo danno

solo con il canto

ti cantano di come sei venuto dal niente

e niente sarai”

 

Cammino prudente e seguo la strada con calma, osservando con attenzione i lati. Ci sono delle strade dritte che si intersecano sulla via principale che sto percorrendo a piedi. Sembra un reticolo di cemento. Scendo dal marciapiede e cammino al centro della lingua di asfalto. Un coro dolce sale alle mie spalle. Il brivido dietro la schiena svanisce. Le lacrime scendono inconsapevoli lungo le guance.

Dalle strade laterali una luce soffusa arancione spezza il grigio della nebbia e raggi luminosi si insinuano dritti tagliando la fitta cortina umida.

“Papà!!!”. Il grido spezza il silenzio del mattino e si infila limpido tra le note del pianoforte.

Mi giro. Non vedo nulla. Il cuore riprende a battere all’impazzata dopo essersi bloccato. Mi sento di ghiaccio. Socchiudo gli occhi e guardo verso l’orizzonte. Una luce più forte proviene dal fondo. Nell’opacità inizio a vedere un’ombra. E’ una figura minuta e bassa e cammina saltellando.

“Papà!!!” Adesso l’urlo è di gioia. E’ una voce di bambino.

I brividi mi scuotono. Non riesco a muovermi per la tensione.

“Papà! Papà!”. La figura corre verso di me. Indietreggio di qualche passo, poi lo vedo oltre la nebbia. Ora piango disperato.

“Enrico!” Il bambino si getta tra le mie braccia.

“Papà!” Si stringe alla mia vita, le sue braccia sono troppo piccole e non riesce ad afferrarmi. Guardo le mie braccia alzate, ferme, fredde come il ghiaccio. Non riesco a credere a ciò che vedo.

Le parole del musicista continuano ad infilarsi nella mia mente.

 

“le sirene sono una notte di birra

e non viene più l’alba

sono i fantasmi della strada

che arrivano a folate

e hanno voci di sirene”

 

Poi guardo la testa del bambino. Ha i capelli a caschetto, scuri. E’ piccolo. Oggi avrebbe quattro anni. Vedo la mia mano abbassarsi e accarezzargli la testa. Alza il viso e mi guarda. Ha i miei occhi. Non avevo mai immaginato il suo viso per non impazzire di dolore. Ora l’ho qui, fra le mie braccia.

“Papà!” Non riesce a dire altro, mi guarda, sorride felice. I singhiozzi mi scuotono e non riesco a smettere di piangere. Mi abbasso e lo guardo negli occhi. Gli sorrido. E’ come se rivedessi me da bambino. Mi salta al collo e mi abbraccia stretto.

“Enrico, piccolo!” Lo stringo forte, talmente forte da aver paura di fargli male.

 

“riempi le orecchie di cera

per non sentirle quando è sera

per rimanere saldo

legato all’abitudine

ma se ascolti le sirene

non tornerai a casa

perché la casa è

dove si canta di te

ascolta le sirene

non smettono il canto

nella veglia infinita cantano

tutta la tua vita”

 

Vedo un’ombra avvicinarsi mentre stringo il mio bambino senza parole. E’ un uomo vecchio, cammina barcollante appoggiandosi a un bastone sottile. E’ un’immagine nota, un ricordo che riaffiora dalla nebbia del passato.

“Ciao, Guido.”

Alzo la testa. E’ lì di fronte a me. “Babbo…” riesco a dire prima che le parole non escano più dalla mia bocca.

Mi alzo, prendendo la mano del bambino.

“Non preoccuparti, Guido. Bado io a lui.”

Lo guardo negli occhi. Sono felice di vederlo ma quelle parole disegnano sul mio volto un sorriso cattivo.

“Sono un nonno migliore di quanto lo sia stato come padre. Stai tranquillo.”

“Si papà. Il nonno è buono. E’ sempre con me e mi racconta tante storie.”

Sorrido al bambino e nella mie testa immagino le storie che il vecchio racconta al bambino. Le ho sentite tante volte. Le raccontava per mostrare che grande uomo era stato. Quando scoprii che era tutte inventate lo odiai con tutte le mie forze.

“Che ti racconta il nonno, Enrico?”

“Favole. Storie di boschi, di fate, di elfi, di un popolo che vive in un vulcano lontano. Sono tutti allegri e si vogliono bene. Il nonno mi ha detto di essere venuto da lì. Quante risate ci facciamo.” e gira la testa verso mio padre. “Non è vero, nonno?” e gli sorride mostrando i dentini bianchi.

Rivedo in lui il mio sorriso. Li guardo insieme e una infinita tristezza mi invade.

Mi abbasso di nuovo e guardo negli occhi Enrico.

“Come stai piccolo mio?”

“Sto bene, papà. Però tu non ci sei.”

Lo guardo negli occhi neri e mi perdo nel suo sguardo serio.

“Lo so. Mi dispiace.”

“Non è stata colpa tua Guido”. E’ mio padre che ha parlato. “Doveva andare così. E’ la natura a decidere.”

“Però mi manca, Babbo. Mi manca tanto. Non c’è giorno che non pensi a lui.”

“E non c’è giorno che lui non pensi a te, e alla sua mamma.” Piega la testa verso il bambino. “Non è vero, Enrico?” E gli poggia la sua mano ossuta e dalla pelle macchiata sui capelli.

Il bambino abbassa la testa e annuisce. Grosse lacrime gli scendono sulle guance tonde.

Lo abbraccio in silenzio e lui mi mette le piccole braccia intorno al collo.

“Ora devi andare, Guido.” Alzo la testa verso mio padre.

Lui con una mano mi indica un punto alle mie spalle.

 

“chi eri tu

chi eri tu

chi sei tu

 

chi eri tu

chi eri tu

chi sei tu Mnemosyné?”

 

Le note del pianoforte salgono di intensità. Il suono è armonioso ma più potente. Altri suoni acustici amplificano lo struggimento della musica e un’eco lontana si perde nel vendo freddo e umido della strada.

Mi giro e la vedo. E’ lì in fondo alla striscia grigia dell’asfalto. La nebbia si è diradata, ma cancella ancora l’orizzonte. Non so cosa ci sia, lì in fondo.

Lei è lì, le braccia abbandonate lungo il corpo, un maglione lungo color viola sopra i jeans scoloriti. La testa è leggermente piegata di lato e mi guarda con un’espressione seria sul volto. I capelli sono lunghi e scivolano lungo il collo, poggiandosi sulle spalle. Gli occhi sono due buchi che mi risucchiano.

Mi giro verso mio padre e Enrico.

Il vecchio alza il mento e con un gesto della mano mi dice: “vai, è ora.”

Guardo il bambino. Ha la testa bassa ma non piange più. Alza il visino e mi guarda. Poi sorride, tranquillo e annuisce.

Lo abbraccio con forza e gli sussurro in un orecchio: “Perdonami, se puoi. E’ stata colpa mia.”

“No, papà. Non è stata colpa tua. Lo sai che non potevo nascere. Non ne avevo le forze. Qui, ora, sto bene. E sono con il nonno.”

Lo guardo, gli accarezzo il viso con una mano. Poi gli prendo il volto con tutte le due le mani e lo bacio sulla fronte.

Mi alzo, accarezzo la sua testa. Abbraccio il corpo ossuto di mio padre e vado via.

 

“perché continuare fino a vecchiezza

fino a stare male

e già tutto qua

fermati qua

non hai più dove andar”

 

Cammino verso di lei. Dopo qualche passo mi giro e guardo all’indietro. Loro sono lì, con la mano alzata e mi guardano.

Il cuore mi batte forte. Il futuro è lì, in fondo a quella strada?

 

“le sirene non cantano il futuro

ti danno quel che è stato”

 

Improvvisamente un uomo compare da una strada laterale. Un lampo di luce mi acceca. A fatica cerco di tenere gli occhi aperti. Corro verso di lei. Riapro gli occhi, ancora abbagliati, e non c’è più. Guardo, disperato, ai lati e la vedo in una stradina alla mia sinistra. La luce è scomparsa. Lei è lì, con la stessa postura. Mi guarda, è triste. Alza la mano in un segno di saluto, si gira e va verso una figura che l’aspetta alle sue spalle, vicino a una macchina.

Grido il suo nome. Lei non si gira. Alza solo di nuovo la mano e poi inizia a correre. La vedo entrare nella macchina, i fari si accendono e la macchina parte sgommando. Urlo ancora il suo nome e corro lungo la strada laterale. Corro con tutte le mie forze, con tutto il fiato che ho ma dopo un centinaio di metri mi accorgo di essere di nuovo immerso in una fitta nebbia. Non vedo più nulla. E’ scomparsa, avvolta nel banco lattiginoso che afferra anche me.

Resto fermo senza sapere che fare. Dopo qualche minuto torno verso la strada principale.

Il bambino e mio padre sono scomparsi. Mi abbandono sul marciapiede, il cuore in tumulto e confuso. Dove sono? Che posto è questo? Perché sono qui?

 

“il tempo non è gentile

se ti fermi ad ascoltarle

ti lascerai morire

perché il canto è incessante

ed è pieno d’inganni

e ti toglie la vita

mentre la sta cantando”

 

Sono solo. Resto qualche minuto abbandonato. Mi asciugo gli occhi con la mano, mi alzo e riprendo il cammino verso l’orizzonte coperto dalla nebbia fitta.

 

“uhhhhhhhhhhhhh”

 

Sento gli applausi e riapro gli occhi. Sono nella sala. La nebbia gialla ha avvolto anche la galleria. I fasci di luce creano un gioco di ombre e di strisce colorate nell’aria consumata. L’applauso è forte, rimbalza nell’acustica della sala e ridiscende verso il palco con forza. Il musicista è ancora seduto al pianoforte con le mani appoggiate sui tasti che riproducono l’eco del suono in dissolvenza.

Ha la testa abbassata e lo sguardo serio. Poi alza il viso e guarda verso la mia direzione. Con gli occhi cerca qualcosa e poi lo vedo fissarmi. I suoi occhi sono piantati nei miei. Un sorriso appare sulle sue labbra. Si toglie il cappello da marinaio e con un cenno del capo mi saluta.

 

Il testo è della canzone “Le Sirene” di Vinicio Capossela.

 

 

 

 

Questa voce è stata pubblicata in Racconti. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *