La prima porta

La luce è soffusa. La lampada sul comodino, dal mio lato del letto, è accesa. Il cubo di vetro è dipinto di foglie gialle e arancioni ed è infilato in una spirale di bronzo rossastro che le fa da base. La sua stabilità è precaria, ondeggia al minimo movimento, ed è quello che mi ha attirato sin dalla prima volta che la vidi nella vetrina di un negozio di arredi. Era pomeriggio, il sole di settembre era ancora caldo. La vetrina era oscurata da grandi cartelli bianchi, un po’ stropicciati. Liquidazione! liquidavano tutto: la merce e il negozio stesso. Era una coppia di lampade. Entrammo, Marta ed io, le vedemmo e le comprammo, subito senza trattare sul prezzo e sorridendo l’uno all’altra.

Una, la sua, si è rotta. La mia non l’ho mai voluta sostituire. La luce è delicata; il suo colore morbido, un giallo caldo e avvolgente, mi rilassa prima di chiudere gli occhi.

Marta è sdraiata. Legge. Anche io leggo, un libro dalle dimensioni generose e pesante da reggere con la sola mano destra. La mano si è gelata dopo qualche minuto perché il sangue defluisce velocemente e fatica a risalire lungo le mie sottili vene blu che corrono ramificate sotto la pelle trasparente. Domani devo partire e ho desiderio di lei. Un desiderio sordo, diffuso sotto la mia pelle, intrecciato nei gangli del mio cervello. La mano le cerca la schiena. La accarezzo piano, riempio le dita con il suo fianco duro e pieno. Risalgo con delicatezza, e ogni volta che lo faccio mi chiedo se è troppa quella delicatezza e se lei, invece, non vorrebbe un tocco più ruvido, grezzo. La mano scivola con la punta delle dita sopra la camicia da notte di cotone bianco. Le accarezzo la pelle liscia abbronzata sotto la scapola destra.

Scendo sul braccio, con la punta delle dita sfioro l’incavo. Lei distende tutto il braccio.

Spero.

Risalgo sulla scapola, la mano entra sotto la stoffa e insiste andando su e giù.

Il mio respiro si fa affannoso. La pelle si tende. Il pene si gonfia, dotato di vita propria.

Lei non reagisce. Continua a leggere. Dai, penso, che domani parto. Almeno questa volta: amami.

Insisto, ma ormai è la rabbia impotente che mi fa insistere. È quella speranza, l’ultima ad andare via, che mi fa credere che all’ultimo momento, anche solo per pietà perché anche quella ormai va bene, lei si lasci andare al desiderio, alla voglia di me.

Marta inspira, soffia fuori rumorosamente l’aria.

In quell’attimo sono convinto di avercela fatta.

Lei chiude il libro. Lo poggia delicatamente sul comodino di legno scuro. Si gira verso di me. Abbozza un sorriso. Sono sospeso.

“Buonanotte”. Si gira e chiude gli occhi.

“Buonanotte”‘ le rispondo con un sospiro rauco.

La delusione risale, come una montagna avvolta nella bruma della sera, da qualche parte dentro di me.

Sono arrabbiato ma non reagisco più. Talmente arrabbiato che il pene resta duro. Fa un male tremendo, è come se volesse scoppiare, uscire dal suo sacco gelatinoso di pelle.

Non è più desiderio. È solo frustrazione. È amore represso. È affetto mortificato.

So che resterà così tutta la notte. E non posso farci nulla.

Perché non è carne debole. E’ solo un pezzo di me che reagisce alla rabbia.

L’unica parte di me che ha conservato l’istinto di difesa.

Piombo nel sonno. La mattina dopo, mi alzo al fischio lacerante della sveglia. In bagno mi preparo con calma: doccia, capelli, barba rasata. Mi guardo allo specchio e osservo amareggiato le rughe che iniziano a tagliare la pelle intorno agli occhi.

Mi vesto nel silenzio ovattato della casa, nella penombra della stanza da letto.

Sfioro i capelli di Marta in un ultimo saluto. Mi avvolgo la sciarpa di seta, indosso il giubbotto, infilo la borsa di pelle e sollevo per non fare rumore il trolley.

Apro la porta d’ingresso e la luce gialla del pianerottolo mi acceca. Inciampo nello zerbino arrotolato mormorando una bestemmia.

Richiudo la porta alle mie spalle. Osservo il suo legno imbrunito dalla luce. La sfioro con una mano.

Mi giro e spingo il pulsante di chiamata dell’ascensore. Prima di entrare la guardo ancora una volta. Sospiro ed entro. Premo il pulsante trasparente con i bordi corrosi e sporchi. Terra.

 

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