La seconda porta

Il sole è scomparso dietro l’ultimo albero, lì in fondo all’orizzonte ritagliato fra i palazzi bassi della città. Si intravede l’ultimo raggio in uno strappo di cielo alle nuvole nere, che si affrettano da nord. L’arancione saluta il grigio piombo e si arrende, consapevole della sua fine imminente.

Corro lungo la striscia di asfalto bagnato che punta dritta verso quella luce. Alzo la testa e osservo, concentrato sul mio passo, i raggi che si frantumano morenti tra gli spigoli delle nuvole. Il profilo nero del campanile della chiesa si erge al centro della strada. Il battito della mia corsa è limpido e l’eco si sparpaglia tra i bassi muri che fanno da perimetro alla lunga linea grigia.

Il vento si alza all’improvviso e batte la strada con violenza. La polvere si alza in piccoli batuffoli gialli che dal basso si alzano verso l’alto per poi sparpagliarsi all’urto imprevedibile delle folate.

Un soffio improvviso mi fa volare il cappello. Riesco con un gesto d’istinto ad afferrarlo e a rimetterlo sulla testa che gronda sudore.

Le raffiche sono violente e non riesco a mantenere l’assetto giusto per tagliare il vento e continuare a correre. Il passo sbanda, ondeggia debole contro la furia dell’aria arrabbiata.

Mi forzo, arrivo all’angolo, giro sperando che il vento si indebolisca cambiando la direzione. Ma non è così. Sembra che arrivi da tutte le parti. Le folate sono gelide e mi tagliano la pelle del viso.

Devo riuscire ad andare avanti. Ho solo la forza di volontà nel correre, ogni giorno. Il resto è svanito come la polvere che si è arresa alla forza del vento. Continuo incerto a percorrere il lungo anello della strada.

Sento scorrere il sudore lungo la curva della spina dorsale, inzuppa la maglietta sotto il giubbotto. Le raffiche adesso sono di nuovo di fronte e mi sento gelare.

Continuo a correre. Devo farcela. Un passo dietro l’altro. Passo dopo passo, tento di calmare la forza del vento con l’accelerazione delle mie falcate che diventano più alte e ampie. La strada sotto di me scompare, mi seno come se volassi qualche centimetro sopra la massa ghiaiosa del cemento scuro. Invece la fatica cresce e capisco che non ce la farò.

All’improvviso mi sento come se qualcuno avesse spento un interruttore, dentro di me. Il passo rallenta, si riduce, rallento. Mi fermo. Ansimo, piegato in due, con le mani poggiate sui fianchi. Aspiro l’aria dalla bocca spalancata. Mi inginocchio per terra, sento il freddo umido dell’asfalto. Abbasso la testa.

Il silenzio scende dentro di me. Non ho più la forza. Non ho più la voglia. Basta.

Penso a lei. Le lacrime scendono sulle guance. Non le sento, non me ne accordo ma sono lì che scivolano fuori di me e si confondono con l’umido della sera. Me ne accorgo solo quando grosse gocce cadono sulle mie mani poggiate sulle ginocchia. Le guardo, sperduto, e le vedo arancioni come i muri di fronte. Sento che è finita.

Da una finestra di una villetta alla mia destra s’alza, all’improvviso, una musica dal tono alto. E’ una musica dolce, un pianoforte suona una scala melodica che si infila lentamente, e inesorabile , nella mia testa. Resto lì per terra, anche se ho dolore alle ginocchia. Alzo la testa e osservo l’intonaco bianco della casa alla ricerca della finestra da cui giunge la musica. Ce ne sono quattro e sono tutte chiuse con delle persiane di legno lucido e scuro. Riesco, osservando con attenzione, ad intravedere una striscia di luce che esce da una fessura di una finestra al primo piano. La musica sale delicatamente. Ha delle fiammate e poi un rapido giro melodico la trasforma, di nuovo, in un suono dolce e avvolgente. E’ solo il suono di un pianoforte, l’accompagnamento di un violoncello triste, e la voce straziata del cantante. Le parole emergono possenti con la loro poesia e la ascolto attento.

 

Guariscimi ora

Tu che ne hai la cura

Il tuo amore è una lancia appuntita

Che può toglier la vita

Guariscimi amore,

Del male d’amore

Guariscimi ora,

Tu sola hai la cura

Ahhhh….

Tornerò a vita per te

Tornerà vita per noi..

Guariscimi amore

Dal male d’amore

Guariscimi ora

Tu che ne hai la cura”

 

La musica si spegne piano e il silenzio torna a rimbombare nella strada. Il vento soffia con forza e il sibilo delle raffiche che si infilano tra le foglie degli alberi mi rasserena, mescolandosi con la morbidezza della musica che continuo a sentire nelle orecchie.

Guardo il cielo e una striscia di cielo si spalanca ai miei occhi, sottraendosi al lenzuolo delle nubi cariche di pioggia. Il cielo è nero come i suoi occhi. Li vedo lì nel cielo ma so che non ci sono più.

Mi rialzo appoggiando le mani sul cemento umido.

Un’immagine si fa spazio nei miei ricordi e si ripresenta, lucida nella memoria.

Rivedo mio padre. Era ormai alla fine della sua vita. Passeggiavamo per un prato in montagna. A strapiombo sul prato si alzava una parete rocciosa grigia con delle striature rosa. Il sole era alto nel cielo, era estate. Camminavamo entrambi poggiandoci a due nodosi bastoni di legno chiaro. Mio padre era riflessivo, come raramente gli capitava, e ascoltava le mie parole. In silenzio, annuiva con scatti lenti del capo. Ci avvicinammo alla parete rocciosa. Mentre distrattamente sfioravo con le mani la pietra liscia e fredda, vidi una stella alpina. La andai a guardare da vicino. Le sue poche foglie bianche erano lanuginose, lucide dall’umido della notte. Le ammirai con un sorriso sulle labbra. Mio padre mi osservava, attento, socchiudendo i suoi profondi occhi neri. Si passò una mano tra i lunghi capelli candidi. Poi si avvicinò e parlò.

“Quando eri piccolo, avevi otto anni, durante una gita con i tuoi fratelli e tua madre, arrivammo in questa valle e, come oggi, tu trovasti una stella alpina.”

“Davvero?”

“Sì. Non feci a tempo a bloccarti. La strappasti dalla roccia.”

“Non mi ricordo, babbo.”

“La alzasti al cielo, felice. La stella è mia! Gridasti.”

“Ero un bambino!”

“Sì, eri un bambino. Se ricordi, però, non mi è mai piaciuta questa tua irruenza.”

Annuii, abbassando la testa. Ancora avvertivo il senso di colpa ni suoi confronti.

“Cercai di spiegarti il perché della mia rabbia, ma tu non potevi capire, Guido. Ora, invece, puoi comprendere fino in fondo.” E mi guardò dritto negli occhi.

Continuò: “Due giorni dopo averla strappata dalla sua roccia, la stella si appassì rapidamente e diventò una striscia avvizzita senza vita.”

Ora ricordavo. Piansi a lungo e mi arrabbiai con mio padre. Gli gridai che era colpa sua. E lui non disse nulla. Mi ascoltava impassibile. Poi alzò una mano e la mise sulla mia testa, accarezzandomi.

Io la tolsi e me andai arrabbiato.

“Guido. L’amore è tutto lì. Da come lo vivi, da come lo tratti.”

“Che vuoi dire?”

“L’amore è come quella stella alpina. Tu la ami perchè è bella, perchè è lì, attaccata a quella roccia; ha bisogno di poca acqua, quello è il suo ambiente naturale. Lì è libera. Tu la ami perchè lei è libera, ed è bella, su quella roccia.”

“Non capisco.”

“Se tu vuoi tenere quella bellezza solo per te, diventi un predatore. Allora, che fai? Strappi il fiore dalla sua terra, dal suo humus, le togli la libertà. La uccidi. Infatti, senza la sua vita, lei morirà.”

Accarezzai con una mano un petalo bianco.

“Se tu ami, Guido, non devi pretendere che la donna che ami sia tua. La ami perchè lei è una persona. E quella donna ha bisogno di essere libera per poter continuare ad essere la persona di cui sei innamorato. Se la vuoi per te, se la strappi per la sete di possesso, lei morirà. E con lei morirà anche il suo amore per te. E il tuo amore.”

Lo guardai spalancando gli occhi, sorpreso per quello che mi stava dicendo. Ora parlava con la testa bassa e osservavo, con una stretta al cuore, i suoi capelli bianchi. Girai lo sguardo sul fiore. Era lo stesso bianco di quel fiore così delicato, così bello, così fiero.

“Lasciala libera, Guido. Libera! Non strapparla! Solo così hai una speranza di essere ricambiato.”

Mi avvicinai a lui. Gli misi una mano sulla spalla, imbarazzato. Lui alzò lo sguardo su di me. Restò serio.

“Questo non significa che devi restare lì ad osservare…” continuò.

E mi piantò di nuovo i suoi occhi nei miei.

“…l’amore va alimentato. Il fiore deve restare lì, legato al suo ambiente, libero di vivere. Ma tu devi annaffiarlo. E devi essere attento. Dovrai versare la quantità giusta di acqua. Né troppa, né troppo poca. Solo così vivrà in equilibrio.”

“E come potrò sapere qual è la quantità giusta?”

“Cerca dentro di te, Guido!” Alzò la voce continuando a fissarmi.

“Tu la risposta la conosci. Cercala dentro di te!” disse.

“Non si ama per vendetta, Guido. Si ama una persona per quello che è. Ricordatelo sempre.”

Restò in silenzio mentre con la punta del bastone accarezzava l’erba fitta alle pendici del costone di roccia.

“Perchè mi dici queste cose oggi?”

“Perchè non ci sono mai riuscito, figlio mio. Ci sono riuscito con i fiori, con queste montagne ma non ci sono mai riuscito con tua madre e nemmeno con te e con i tuoi fratelli.”

“Ma che dici?”

“Scusami Guido.” E pianse, così all’improvviso.

Lo abbracciai in silenzio. Lui mi poggiò la testa sulla spalla e restituì l’abbraccio.

 

Guardai di nuovo quel pezzo di cielo nero. Il vento, ora, stava spalancando le nuvole, allontanandole tra di loro. Mi asciugai le lacrime con la mano.

Ripresi a correre. Le parole di mio padre rimbombavano nella mia testa.

Alzai il mento e lo aprii al vento. Calzai il berretto sulla testa e aumentai progressivamente il passo. Il vento sibilava con forza nelle mie orecchie, ma riuscivo ad ascoltare bene anche il suono ovattato delle mie scarpe sul bagnato dell’asfalto. I muscoli si scaldarono e l’assetto ritrovò il suo equilibrio.

Il fiato si ruppe facilmente e tornai a respirare con calma, senza spalancare la bocca.

Ogni curva era un pensiero nuovo che si riaffacciava. Le parole di mio padre scesero, una per una, dentro di me, liberandosi dalla polvere accumulata dal tempo.

Corsi un’ora. E mi sentii di nuovo libero.

Ora sapevo quel che dovevo fare.

Le luci arancioni della strada aprono le loro ombre inquietanti sui muri. Ora lo so.

Lo scatto finale mi portò davanti al cancelletto di casa, di fronte al parcheggio nascosto dai cespugli alti.

Apro il portone e salgo le scale di marmo grigio.

Mi avvicino alla porta. Mi fermo ad osservare il legno scuro.

La apro con le chiavi ed entro.

Lei è lì, seduta sul divano lungo. Le gambe accovacciate. Alza lo sguardo e mi riempio dei suoi occhi. Le sue labbra sono serrate.

 

Guariscimi ora

Tu che ne hai la cura

Il tuo amore è una lancia appuntita

Che può toglier la vita

Guariscimi amore,

Del male d’amore

Guariscimi ora,

Tu sola hai la cura

 

Ahhhh….

 

Tornerò a vita per te

Tornerà vita per noi..

Guariscimi amore

Dal male d’amore

Guariscimi ora

Tu che ne hai la cura”

 

 

Le parole della canzone “La lancia del pelide” sono di Vinicio Capossela.

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