La terza porta

Lasciò tutto. Infilò solo qualche ricambio in uno zaino, un coltellino per legno, una scatola di fiammiferi e una torcia con qualche pila di ricambio. Aggiunse qualche confezione di sapone, una lametta, anche se non aveva voglia di tagliarsi mai più la barba, e un paio di forbici, perché comunque avrebbe dovuto accorciarla.

Lasciò tutto il resto. Abbandonò la sua vita, quello che era stato, senza alcun rimpianto. Lo fece con un pizzico di rabbia, magari non solo un pizzico. Ma lo fece.

Uscì dall’appartamento dove aveva vissuto per dieci anni. Un pensiero rapido fu gettato a quella che un tempo era stata la sua famiglia e che lui aveva lasciato appassire. Un altro pensiero fu rivolto alle persone che lo avevano cresciuto e che lui aveva odiato. Cancellò, con un gesto della mano, gli occhi di chi tanto aveva amato.

Non si girò a salutare i mobili, le pareti, l’aria polverosa del mattino dentro le mura.

Uscì nel vialetto, lo percorse con ampie falcate. Il vento soffiava imponente da nord e spazzava le foglie delle palme e degli agrumi. Osservò i grossi mandarini oscillare tra i rami, qualcuna cadde per terra con un tonfo sordo di sostanza che si disfaceva liquida al contatto con il terreno.

Aprì il cancello nero e percorse la strada. Arrivato davanti al cassonetto blu del metallo, sollevò con uno scatto il coperchio e gettò dentro con un gesto di rabbia i suoi due cellulari. Dentro aveva lasciato le schede ma li aveva spenti. Non voleva che nessuno li ritrovasse, prima del tempo necessario per sparire. Richiuso il coperchio, si fermò per la strada e alzò il viso al cielo. Nuvole nere si rincorrevano in mezzo all’azzurro del mattino, spinte dal vento del nord.

Si guardò intorno e si ritrovò completamente solo, immerso nel sibilo potente del vento che rimbalzava sui muri delle case.

Iniziò a correre. Era allenato ma lo zaino era pesante, per cui la spalla iniziò presto a dolergli. Ma lui continuò imperterrito a correre sul cemento. Voleva abbandonare quella via, percorsa troppe volte a piedi, in auto, in bicicletta. Troppe volte.

Arrivò alla periferia della città. Si avviò per la pista ciclabile e camminò per oltre due ore con passo sostenuto. Era immerso nei suoi pensieri, ma evitò di pensare al passato. Si ripulì la mente pensando solo a quello che avrebbe dovuto affrontare.

Ogni tanto si guardava intorno e si riempiva gli occhi degli alberi d’ulivo secolari, delle querce dai tronchi larghi e nodosi, dai sugheri morbidi e pieni di muffa. I prati erano gonfi di fiori di campo, bianchi e gialli, con isolati tulipani rossi che si offrivano, impettiti, al sole.

La strada era silenziosa, l’uomo ascoltava il suo passo felpato come se camminasse accarezzando l’asfalto crepato dal sole. La striscia bianca della mezzeria ondeggiava sulla strada, anch’essa cotta dal sole estivo. I muretti a secco ai lati erano un intreccio di erba, fiori e terriccio nero che bolliva tra i sassi ruvidi.

Qualche cornacchia dal becco arancione saltellava sulla strada davanti a lui e volava via solo quando il suo piede gli era pericolosamente vicino.

Arrivò al sentiero nascosto dai rovi. Con la manica del giubbotto li spostò e passò tra le spine. Qualcuna lo ferì, ma lui non disse nulla e non cambiò la sua espressione concentrata.

Si fermò solo un attimo. Guardò la strada, abbassò la testa e inspirò profondamente. Non cambiò idea. Si girò e si avviò lungo il sentiero, striscia sottile di terra rossa tra gli arbusti e l’erba alta. Camminò per un’altra ora abbondante, facendo attenzione a non urtare i rami bassi e alzando il passo in prossimità delle rocce appuntite infilate dentro la terra del sentiero.

Il silenzio era totale, solo il vento bisbigliava tra le foglie verdi degli alberi carichi di frutti. In lontananza udì lo scroscio crescente del torrente. Gli alberi si infittivano e la luce del sole si frantumava in mille strisce luminose che si specchiavano nelle gocce di rugiada sulle foglie delle piante nel sottobosco.

Il sentiero iniziò a coprirsi di foglie secche che scrocchiavano sotto i suoi piedi, la terra diventò sempre più nera, poi svanì nel bosco. L’uomo aveva dovuto memorizzare con cura il tragitto da percorrere, lasciando le prime volte alcuni segnali sui tronchi degli alberi. Poi imparò a orientarsi e cancellò ogni traccia.

Il calore del sole si mescolava all’umido del bosco e camminare divenne faticoso. Il sudore gli scendeva copioso lungo la schiena. Si liberò del giubbotto e si arrotolò le maniche della camicia stazzonata bianca.

Alla fine giunse a destinazione. La casa di pietra era immersa tra gli alberi. Tre querce gigantesche la tenevano in un ombra comunque luminosa. Tre lati erano scoperti mentre il fondo si appoggiava al costone della montagna di pietra grigia. Raggi di sole illuminavano le due finestre sul lato sinistro. Era una casa ad un piano. L’aveva trovata per caso. Si informò e seppe che non era proprietà di nessuno. La fece registrare tramite un suo amico notaio, che seppe mantenere il silenzio e l’anonimato, e iniziò a ristrutturarla con le sue mani impiegando diversi mesi. Il pian terreno aveva i muri di pietra a vista mentre il primo piano era stato intonacato di un colore verde bosco per evitare che si potesse individuare facilmente, sia dall’alto che da qualche viandante casuale. Anche lui era arrivato a quella casa nel bosco per caso. E l’idea si era infilata subito nella sua mente, allora molto depressa. L’interno era piccolo ma accogliente. Al primo piano ricavò una cucina e una stanza che adattò come studio. Al primo piano ricavò due stanze da letto. Il bagno era tra gli alberi, al fianco della casa.

Una piccola scala di legno spesso e scuro saliva sino alla porta costruita con legno di ulivo. Alla sinistra della casa c’era per terra un largo ceppo e infilata l’ascia con cui aveva tagliato la legna per l’inverno. L’aveva affastellata in un gabbiotto di legno nascosto all’ombra della montagna.

Si fermò ad ammirarla. Lasciò cadere lo zaino per terra. Si soffermò sul piccolo tubo di sfiato per il fumo del camino. Era infilato tra le foglie dell’albero per evitare che la nube restasse compatta all’uscita dal comignolo. Si inginocchiò sulle foglie secche che coprivano, in più strati, la terra.

Abbassò la testa e liberò, finalmente, il dolore urlando.

Si alzò, si avvicinò alla casa, infilò le chiavi nella porta di legno doppio e dalle striature grige. La aprì ed entrò.

La sua nuova vita iniziò in quel giorno di fine estate.

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