Il quaderno

Il quaderno era tra le mie mani. La copertina era nera, ruvida e leggermente lucida. Gli angoli erano un po’ sollevati, ma non formavano le orribile orecchie dei quaderni maltrattati. Erano pieghe del tempo. Lo tenni tra le mani per qualche minuto, indeciso se aprirlo o meno. Avevo un vago senso di inquietudine, dai contorni sfocati. Mi decisi ad aprirlo, sfogliandolo con delicatezza mista a curiosità. I fogli erano gialli e a quadretti con sottili righe celesti come i vecchi quaderni di mia madre.

Le pagine erano scritte con una grafia disordinata e larga. Non pareva quella di una donna. Miriam mi aveva affidato quel suo quaderno. Dovevo leggere la bozza di un documento urgente che non aveva avuto il tempo di battere su di un computer e inviarmi il file in posta elettronica. Tra una riunione e l’altra l’unico strumento che aveva a disposizione per preparare quel documento era il suo quaderno. Si fidava e me lo consegnò. Mi guardò dritta negli occhi e socchiudendo leggermente le palpebre mi disse: “ci sono scritte cose personali: per favore non leggere nulla che non sia il documento”. Le sorrisi e la rassicurai.

Ero seduto sulla panchina di pietra sotto casa di Miriam. Ero andato lì per leggere il suo quaderno. Non so il perché ma qualcosa mi spinse ad andare in quella piccola strada nel centro della città. Il cielo era grigio scuro e la strada rumorosa. La gente camminava veloce sul marciapiede dinanzi ai miei occhi.

Una donna di mezza età infagottata nel suo cappotto rosso ruppe il grigiore nell’aria. Camminava lenta e zoppiccando vistosamente. Aveva le mani impegnate con due buste cariche di spesa. Ogni busta aveva stampato l’orribile albero di Natale, tipico di quei giorni. Passò lenta e mi guardò con un sorriso triste dipinto sulle labbra. La ricambiai.

Abbassai la testa e guardai il quaderno. Lo sfogliai rapidamente fino alle ultime pagine. Lessi velocemente il documento, l’ultima cosa che Miriam aveva scritto. La scrittura era ancor più disordinata e poco leggibile. Ma andava bene. Chiusi il quaderno. Mi guardai le scarpe. Tamburellai il piede destro sulla mattonella bianca.

Lo fissai distrattamente. Lo aprii di scatto e lo risfogliai ancora, ma più lentamente.

Dopo una trentina di fogli, rallentai. Lo sguardo cadde su una frase e fui attratto da una parola che iniziava con una lettera maiuscola. La sua grafia era illeggibile. Ma quella parola la riconobbi. Era il mio nome.

Una goccia di pioggia cadde sul foglio e si allargò sulla parola successiva.

Vidi la parola sfocarsi, allargarsi sulla carta giallastra e sbiadire rapidamente prima che riuscissi a fermarla con un inutile gesto della mia mano.

Era il mio nome. E il verbo scritto subito dopo svanì.

Chiusi il quaderno. La pioggia iniziò a cadere fitta. Alzai lo sguardo.

La donna con il cappotto rosso era arrivata all’angolo della strada. Dritta, ferma sul marciapiede con le buste nelle mani. Mi guardava. Con il suo sorriso triste.

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