Mimino.

“Giro il primo angolo. La casa al piano terreno è illuminata. Il giardino è immerso nella penombra perché l’albero davanti alla finestra d’ingresso frantuma il raggio del lampione e disegna complessi arabeschi sul pavimento. La luce nella stanza, oltre la porta, è accesa. Giro la testa e osservo il piccolo corridoio. Oltre c’è la stanza da letto dove da un mese un uomo lotta contro la morte. Il “nonno”; così l’ho sempre chiamato. Era la prima persona che incontravo al mattino e l’ultima che salutavo la sera mentre passavo con le buste della spesa. Sempre lì, davanti al suo giardino, con gli occhiali scuri, il cappello scozzese e il suo bastone di legno. Il suo passo era lento, il suo sguardo basso che si illuminava ogni volta che i bambini si fermavano a parlare con lui. Perché quell’uomo gentile era una calamita per tutti i bambini. E mi capita spesso vederli davanti al muretto scrostato del giardino e alzarsi sulle punte dei piedi per osservare dentro la casa e poi andare via con lo sguardo basso e triste.”

Qualche settimana fa nello scrivere un racconto ci infilai questo pezzo. Il “nonno” esisteva realmente ed è morto due giorni fa. E’ morto in silenzio, senza un urlo, mentre un’ambulanza aspettava davanti alla porta di legno scrostata della sua piccola casa. Il respiro del quartiere in quei momenti è rimasto sospeso, il silenzio è calato nell’attesa. Mimino, però, questa volta non ce l’ha fatta.

Ieri mattina, in chiesa, durante il funerale lo abbiamo accompagnato in tanti. Molti eravamo i genitori dei bambini con cui lui, ogni giorno dalla mattina alla sera, si fermava a chiacchierare, a giocare, anche solo a sfiorare, con la sua mano gentile, le loro teste.

Heinrich Boll, in una sua antica raccolta di racconti, scrisse alcune pagine memorabili o almeno lo furono per me, su “Le vecchie facce”. Raccontò di quelle persone anonime che incontriamo ogni giorno lungo il nostro cammino, per la strada, su un tram, all’edicola, al supermercato, davanti alla scuola dei nostri figli. Sono quelle persone di cui non sappiamo nulla e che pure sentiamo parte della nostra vita e per cui ci preoccupiamo se non le incontriamo per alcuni giorni. Alcune volte capita che ci innamoriamo di una di loro, talvolta senza nemmeno saperlo.

Mimino era una di queste vecchie facce. Un uomo discreto che mi accompagnava ogni giorno, con cui scambiavo sempre qualche parola e che sfotteva amabilmente i miei bambini. Il bambino piccolo quando ha visto l’ambulanza è quasi scoppiato in lacrime, perché per Mimino era “il tedeschino” e aveva sempre una parola per quel bambino timido che cammina con la testa bassa.

Non abbiamo fatto in tempo a dargli l’ultimo saluto, ma resterà nei nostri ricordi.

Perché le “vecchie facce” ci accompagnano per sempre nella nostra vita. Anche quando non ci sono più. Mimino era una di quei volti, e di quelle persone, che non dimenticherò mai più.

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