Il treno non era in orario

L’aria dentro il vagone era fredda. L’odore del tessuto dei sedili era intenso e con un vago sentore di acido. Il treno era partito ma la fila di persone era in piedi lungo il corridoio, bloccata da un uomo anziano che tentava di alzare la valigia per riporla in alto, sopra il suo posto riservato.

Alcune gocce di sudore comparvero sulla sua fronte rugosa, rossa per lo sforzo. Il cappotto era sbottonato, la sciarpa gialla avvolta lungo il collo.

Le persone dietro di lui osservavano la scena visibilmente irritate ma senza muovere un dito per aiutarlo. Mi alzai di scatto, innervosito dall’indifferenza che impregnava il vagone e lo aiutai ad alzare la valigia. Appena la valigia fu sistemata, mi guardò, un sorriso stanco gli stirò le labbra e ringraziò con un cenno del mento. Gli sorrisi anche io e tornai a sedermi al mio posto. Buttai uno sguardo scettico alle persone che, liberato il corridoio, si diressero rapidamente ai loro posti fluendo come se si fosse sbloccato un tappo.

Per fortuna nessuno si fermò nel posto al mio fianco. Mi rilassai sul sedile, allungai le gambe per quel che era possibile e, poggiato il gomito sul finestrino, guardai le ultime case della metropoli che scorrevano, lasciando spazio alla campagna verde macchiata qua e là dalle rovine di un’antica civiltà ormai risucchiata dalla modernità con uno stile confuso.

Una voce mi scosse: “Scusi, questo è il 74?”

Mi girai verso la voce. Una giovane donna mi guardava con un sorriso sottile disegnato sulle labbra. I suoi occhi erano neri e socchiusi verso i numeri scritti sulla plastica grigia della parete. Seguii il suo sguardo e alzai la testa verso la targhetta al fianco del finestrino.

“Mi sembra di si. Il mio numero è il 75…” risposti a voce bassa.

“Ah, bene…” infilò la valigia nello spazio dietro i due sedili. Si srotolò, con un gesto secco e rapido, la sciarpa bianca dal collo e liberò i capelli lunghi e neri. Si tolse il giubbotto fucsia e liberò un corpo magro ma femminile; indossava un maglione dello stesso colore del giubbotto a collo alto e un paio di jeans scoloriti e un po’ sdruciti.

Si abbandonò sul sedile, tirò fuori dalla borsa il cellulare e iniziò a telefonare. Una serie lunga di telefonate brevi. La voce era scattante, come il movimento delle sue braccia e i gesti delle mani lunghe e ossute.

Parlava come se stesse dando ordini, richiamando l’argomento non appena il suo interlocutore tentava di cambiare argomento.

Dopo poco più di un’ora abbandonò il cellulare gettandolo con un colpo secco sul tavolino. Si girò verso di me e mi guardò a lungo. Uno sguardo fisso; socchiuse ancora i suoi occhi miopi. “Mi scusi” sussurrò, come se stesse parlando ad un bambino.

Avevo avvertito i suoi occhi neri lungo la nuca. Mi girai verso di lei e la guardai, serio, senza sorridere.

“Di cosa?” le chiesi.

“Di averla disturbata. Con le mie telefonate” e fece un gesto della mano verso il telefono abbandonato sulla plastica gialla.

Continuava a fissarmi, i suoi occhi dritti buttati dentro i miei.

E iniziò a parlare. Mi raccontò cosa faceva, da dove veniva, dove andava, quanti anni aveva, cosa pensava dei treni, della metropoli da cui eravamo partiti, della città in cui eravamo diretti. Capii che andavamo verso la stessa stazione polverosa e battuta dalla tramontana gelida dell’inverno. Ma non l’avevo mai incontrata.

Non parlavo granché. Annuivo interessato perché ascoltavo volentieri la sua voce delicata; non penetrava, non era irritante ma si infilava delicatamente nel mio cervello e mi rilassavo al suo suono dolce.

I gesti delle sue mani erano brevi, garbati, femminili ma senza ostentazione. La sua era una femminilità spontanea, quasi silenziosa, sottotraccia. Lei cercava di nasconderla ma ogni tanto appariva sotto la sottile gabbia che le aveva disegnato intorno.

Inconsapevolmente il mio corpo si girò verso di lei. Anche il suo si girò verso di me. Ogni tanto mi dava dei colpetti sul braccio, o mi appoggiava, un secondo, la mano sulla gamba. Il suo piede dondolava e si appoggiò, alla ricerca di un contatto, alla mia caviglia.

“Perché non prendi l’aereo?” mi chiese all’improvviso. Era una domanda slegata dal contesto.

“Perché ho paura dell’aereo” le risposi.

Rise, una risata allegra, leggera, e buttò la testa all’indietro.

“Dai, non devi avere paura! Vedrai che una volta ci riuscirai a prenderlo.”

“No. E’ una cosa che non farò mai”.

“Nemmeno se lo facciamo insieme e ti tengo la mano?”

La buttò lì quella frase con un sorriso ironico sulle sue labbra.

“Nemmeno se mi tieni la mano” le risposi scuotendo la testa. L’idea della sua mano che teneva la mia, però, si infilò piano piano nella mia testa. Era una sensazione piacevole che si diffuse nel mio corpo.

Una sensazione quasi sconosciuta.

Non era ansia, prurito sessuale, desiderio di non so cosa.

No, era una sensazione di serenità. Mi sentii, per un attimo, al posto giusto, con la persona giusta.

Durò un attimo, fu quasi impercettibile. Ma avvertii un cambiamento interiore.

Il finestrino si affacciava sulla campagna color cobalto, il cielo era attraversato da linee rosa. Le rare luci nei prati erano un disegno quasi struggente.

“Secondo me, se ti tengo la mano ce la faresti” aggiunse abbassando la testa, quasi stesse parlando a sé stessa.

“Vediamo”, le dissi.

Girai il palmo della mano e la tesi verso la sua.

Lei la guardò. Seria. “Non siamo in aereo”.

La prese.

I suoi occhi si piantarono sul mio viso. Un buco nero si aprì al centro della sua iride. Una stella nera mi risucchiò, prima piano e poi sempre più velocemente.

Forse, mi fossi fermato a riflettere, sarei riuscito a bloccare quel vortice.

Ma non avevo voglia. Volevo essere preso, afferrato, ingoiato, masticato e metabolizzato.

Volevo piombare in quella placenta molle e buia in cui sentirmi al caldo e al sicuro.

Lei continuò a raccontarmi, a farmi domande a cui risposi tranquillo.

Le nostre mani erano intrecciate, le dita si accarezzavano, si solleticavano.

“Cos’è questa cosa?” mi chiese dopo molto, tanto, tempo mentre il suo sguardo si era fermato sulle dita della mia mano.

“Ssssttttt” le risposi. “Non chiedere. Non dire nulla. Perché non lo so”.

Lei annuì con la testa.

Il resto del viaggio lo facemmo in silenziosa attesa dell’arrivo. Della fine.

Restammo a guardarci e osservammo, indifesi, crescere un sentimento sconosciuto. Crebbe a dismisura, incontrollato, come un processo di fusione molecolare che cresce autonomamente seguendo regole e dinamiche che solo una catena, a noi sconosciuta, può disegnare.

Il buio avvolse la carrozza. Le luci artificiali gettarono una penombra giallina all’interno. Fuori i contorni scuri degli alberi sfrecciavano veloci oltre il finestrino, ed erano sbattuti dal vento gelido della pianura. L’arrivo era vicino.

Passò l’ultima stazione. Noi restammo quegli ultimi minuti con le dita strette, talmente strette che le nocche sbiancarono.

All’ingresso della città l’immagine di una bandiera a scacchi sventolata si affacciò nella mia mente.

La guardai un’ultima volta. Lei si avvicinò e la baciai poggiando delicatamente le labbra sulle sue.

Lei rispose con una furia dolorosa. Mi baciò appassionatamente. Sentii la sua lingua entrare e sfiorare la mia.

“Che facciamo ora?” le dissi.

“Sssstttt” mi disse lei poggiando un dito sulle labbra.

Si alzò. Si arrotolò la sciarpa bianca intorno al collo. Si infilò il giubbotto. Mi guardò, sorrise e andò via.

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