Titanium

“Boing”. Sullo schermo bianco appare al centro una mela morsicata grigia.

Paolo aspettò che si caricasse il sistema operativo sul suo MacBook. Era un vecchio portatile con lo scherno da 15 pollici e la scocca in titanio; la tastiera di alluminio, con un led che illumina i tasti non appena la luce del sole si abbassa: è come se seguissero il movimento del sole aspettando il tuffo della palla di luce nell’acqua, lì in fondo all’orizzonte dove una linea tratteggiata con una matita trasparente si fonde con il blu cobalto del cielo. Non appena il sole si coricava verso l’orizzonte rosso il suo Mac si illuminava gioioso accendendo i tasti con una gelida bianca luce.

Paolo aspettava quel momento, ogni giorno. Si intrecciava le dita delle mani, le girava e le scrocchiava spingendole verso l’esterno.

Con le lunghe dita affusolate della mano destra sfiorava il rettangolo della trackpad. Lo colpiva ritmicamente con l’indice, o con l’indice e il medio insieme. Colpiva, sforbiciava, pinzava. Oppure schiacciava le combinazioni di tasti per velocizzare i comandi automatici.

Avviava il programma e quattro finestre si aprivano sul monitor. Erano quattro punti di vista diversi; quattro griglie tracciate, anche quelle, con una sottile matita elettronica. Erano le griglie dove Paolo disegnava e dava struttura e vita ai mondi che portava dentro di sé.

Iniziava a lavorare sulle montagne, come se fossero una cera pongo; le importava in una delle quattro finestre. Si fermava, una mano sotto il mento, ad osservare la scena da quattro punti cardinali differenti. Un doppio clic sulla forma rossa e bitorzoluta della montagna e si apriva la finestra centrale, con gli strumenti di scultura. Le dita di Paolo si muovevano veloci sulla trackpad: erodeva, glaciava, alzava, abbassava le vette, disegnava il letto di un fiume, segnava i sentieri per i costoni. Cliccava su “Ok” e il rustico della montagna era lì, come una casa progettata e costruita nella sua ossatura, di fronte ai suoi occhi. Agguantava la forma tridimensionale con un doppio clic: rotava, alzava, abbassava, e infine la lasciava planare sul piano, che non era mai inclinato.

Infine doveva decidere la struttura delle altre montagne, che dovevano fare da sfondo. Paolo non voleva che all’orizzonte ci fosse una distesa d’acqua. Nei suoi lavori era consapevole di non poter ricostruire il “plof” del sole nel mare. Perché era un suono, un’emozione, che non potevano essere riprodotti in un mondo virtuale. Il calore del sole che frigge nell’acqua fredda nell’attimo struggente del tramonto non poteva essere disegnato. Paolo ne era convinto: il mondo virtuale era quello che lui portava dentro di sé; quello reale era un’altra cosa e non lo interessava.

Nelle sue immagini, però, l’acqua era un elemento sempre presente. Così come lo erano il sole, le nuvole, i tramonti colorati, non con colori pastello ma con tinte forti. Il ragazzo usava toni di colore decisi, che creassero una luce sintetica ma profonda.

Profonda come lo era il buco che portava dentro. Profonda come il blu delle calze di nylon velato che indossava Francesca sulle sue gambe. Quel tessuto morbido che non aveva potuto toccare. E solo lui sapeva quanto desiderasse poggiarci la mano, sentire la trama del tessuto sulle gambe della ragazza. Colori forti come il viola dei suoi occhi in cui si perdeva ogni giorno e che poteva osservare solo di nascosto, senza essere visto.

E, deluso e arrabbiato con sé stesso, si fiondava sul suo Mac. Le montagne si infilavano dentro strisce grigie di rocce, si inabissavano in torrenti dalla corrente violenta, con sbuffi di spuma bianca gelata, e si calzavano di erba verdissima e di erbaccia giallastra, quel giusto dosaggio che donava un briciolo di realismo malato. Perché un prato senza parassiti o erbaccia invasiva nella realtà non esiste. E ogni tanto un piccolo tocco lasciava trasparire che chi ha lavorato quella tal immagine pagava un inevitabile piccolo dazio al realismo.

Infine si lavorava sull’atmosfera. Paolo adorava il sole del tramonto e voleva cogliere l’attimo in cui si inabissava dietro l’incavo tondo del declivio delle due montagne più alte. Paolo afferrava il momento in cui il sole manda l’ultimo raggio, quello più luminoso e più caldo; quello del saluto al giorno e alla terra. Immaginava, in un incubo che si ripeteva spesso, quel momento come ultimo attimo della vita del Sole. E sognava l’occhio terrorizzato, fisso sulla luce morente, degli uomini subito prima che il Sole imploda e risucchi, distruggendola, la Terra.

Paolo quel sole lo colorava di arancione, con un tono caldo, rovente. Cercava di riprodurre, con tanti piccoli trucchi che aveva imparato osservando le immagini della comunità in rete, i “Raggi di Dio”. Le sottili strisce luminose che addensano la nebbia che lentamente sale dalle valli sul fondo delle montagne, piene di boschi digradanti verso le cime.

Le punte acuminate delle montagne, molto più spesso disegnate con linee morbide, talvolta erano puntellate da qualche pioppo, o quercia, o alberi dai grandi rami frastagliati che aiutavano a sparpagliare i raggi del sole.

E quando le linee erano morbide e tonde, Paolo si perdeva nell’immagine dei seni di Francesca. Quei seni turgidi, tondi, che scattavano sotto la maglia. Sapeva di non poterli sfiorare con le sue mani e li riproduceva in quelle montagne che si incrociavano a valle, lì dove finirà l’ultimo raggio del sole, in un tramonto vivido che resterà scolpito per sempre in un disegno di Paolo.

Il torrente nella valle sarà caricato di nubi che diventeranno foschia, nebbia umida serale che si alzerà lentamente al tramontar del sole. Il mistero della natura che nasconde la sua vita al buio della notte, che chissà perché è sempre immagine di pericolo, del terrore dei rumori nascosti dall’oscurità.

Paolo non comprendeva il perché della paura di ciò che il buio nasconde. Per lui il buio era la pace, la certezza che non potesse accadere nulla di brutto. Per lui erano le ore in cui le cose brutte della vita andavano a dormire e semplicemente non potevano più accadere.

Il buio della notte era il momento in cui, finalmente, poteva stendersi sul letto, chiudere gli occhi e sognare di avere davanti a sé Francesca. Non c’era bisogno di parlare, non aveva alcun impulso sessuale. Desiderava solo immaginarla di fronte a sé, guardarla negli occhi, sfiorarle una mano con la sua. Solo sfiorarla, come se fosse un fiore rosso in un prato delle sue montagne. Ammirarla. Niente altro.

Ma al mattino, quando i raggi del sole penetrano i fori della tapparella abbassata, e le strisce di luce oblique sconvolgono i granelli di polvere che si sparpagliano impazziti per poi tornare a ondeggiare placidamente nell’aria densa della stanza, Paolo si svegliava consapevole di aver eiaculato il suo dolore, l’assenza che non poteva riempire.

Paolo si alzava con una sensazione di colpa che non si scrollava nemmeno con l’acqua bollente della doccia. Con passo lento, con i capelli goociolanti, andava al suo MacBook, un colpo del dito alla trackpad e il salvaschermo si dissolveva di scatto, un po’ immusonito immaginava Paolo. E l’immagine era lì, davanti ai suoi occhi, pronta.

E un sorriso triste si apriva sulle sue labbra, un po’ secche per il sonno impastato.

La luce e l’ombra del suo mondo interiore erano uscite e le vedeva incarnate in quell’immagine dalle tinte forti. Le stesse tinte che vedeva nei capelli, nei vestiti di Francesca e annusava nel profumo di sapone della sua pelle.

Andava in bagno ad asciugarsi i capelli.

Poi avrebbe bevuto il caffè bollente, sorseggiando piano con lo sguardo perso sul balcone, dove i pettirossi beccavano le briciole di pane. Un ultimo sguardo al fondo del caffè, nero come gli occhi di Francesca.

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