Addio.

La vidi all’improvviso. Era seduta due file avanti. I sedili di velluto rosso, un po’ lisi ai lati, sembravano onde di un mare lontano, perso in uno spazio annebbiato.

Il concerto non era iniziato, file scompagnate di uomini e donne si infilavano negli stretti corridoi tra le poltrone. L’ho riconosciuta subito. Prima di intuire chi fosse il mio cuore aveva già avuto un tonfo. Solo lei poteva procurarmelo.

Il sangue lentamente riprese a fluire nelle vene, gli occhi accecati indugiarono sul suo profilo. Il collo lungo e stretto, i capelli raccolti in un chignon, semplice ed elegante come solo lei poteva esserlo. Osservai il naso a virgola, gli occhi aperti al mondo; si muovevano a scatti alla ricerca di un punto che non trovava e che la costringeva a movimenti leggeri e rapidi. La testa oscillava anch’essa con movimenti brevi, secchi e nervosi.

Mi alzai, come se cercassi qualcuno in fondo alla sala, e la spiai. Indossava un vestito grigio, lungo al ginocchio. Le sue gambe erano accavallate, sensuali, velate di grigio. Un groppo allo stomaco mi costrinse a sedermi di nuovo, lasciandomi andare sul sedile con un sospiro. La donna al mio fianco, di mezza età, con grandi occhiali tondi dalla sottile intelaiatura di metallo dorato, mi guardò con un sguardo di disapprovazione. Le sorrisi di lato, brevemente.

Tornai a guardare due file avanti. Era bella e seria, esattamente come l’avevo lasciata. Al suo fianco c’era un uomo, sconosciuto. Un omino breve dai lunghi capelli scuri e, anche lui, con grandi occhiali tondi. Si girò di scatto e mi fissò. Pensai che quella montatura fosse una cornice perfetta per i suoi occhi tondi e larghi. Anche la sua testa si muoveva a scatti e mantenendo una espressione seria. Dava l’impressione di essere un uomo colto, ma uno di quei tizi saccenti perennemente critici verso tutto ciò che li circondava. L’espressione disegnata sul suo volto era antipatica e le labbra con un ghigno, i lati abbassati all’ingiù. Lo immaginai con il ditino puntato contro un suo interlocutore nel pieno di una discussione. Il ditino di chi sa tutto.

Sospirai e cercai di staccare gli occhi da quei due. Ma li rialzai di botto e tornai a guardare lei. Erano almeno due anni che non la vedevo. E non riuscivo a credere che ancora reagissi così violentemente. Mi lasciai scivolare lentamente sullo schienale della poltrona e giunsi le mani, allungando le dita. Cercai di staccare i pensieri dai suoi grandi occhi profondi, ma i ricordi iniziarono ad affollarsi nella mente.

Le orecchie ronzavano al ricordo delle parole dure, degli sguardi seri e rigidi. E ora era lì, davanti a me. Pochi metri e l’avrei potuta toccare.

Improvvisamente si girò, i suoi occhi si ancorarono ai miei. Lo sguardo era limpido, aperto, come non lo vedevo da molto, troppo, tempo. Non riuscivo a staccarmi da quelle pupille. Non riuscivo a sorridere, il mio viso era immobile, annichilito. Lei rimase a fissarmi a lungo. Lentamente alzò la mano destra e mi salutò.

Abbassai lo sguardo e risposi al suo saluto con un lampo di dolore al braccio.

Poi alzai di nuovo la testa, ma lei, di scatto, si rigirò. Persi il suo sguardo.

Il dolore al braccio aumentò. Erano fiammate di calore accompagnate da spasmi progressivi.

Respirai a fondo. Sentii la donna al mio fianco borbottare qualcosa che non riuscii a decifrare.

Mi alzai e uscii dal corridoio delle poltrone sentendo dietro la nuca lo sguardo sollevato della signora di mezza età.

A lunghe falcate percorsi la moquette rossa verso l’uscita della sala. Mi fermai, prima di spostare con la mano la pesante tenda di velluto rosso, e mi voltai verso di lei, ingoiai i suoi occhi, lo chigno elegante, il vestito morbido e grigio. Colsi il suo sguardo e mi parve di intravedere un lampo di tristezza.

Uscii con movimenti lenti.

Fuori dal teatro inspirai profondamente l’aria gelida. Alzai lo sguardo verso il cielo. Le stelle lampeggiavano nell’aria tersa e ripulita dal vento del nord.

Il dolore si affievolì, all’improvviso così come era venuto.

Sentii incollato alla mia nuca lo sguardo scuro della donna che un tempo era stata mia moglie.

Sorrisi e andai a farmi una passeggiata verso la stazione ferroviaria.

Adoravo guardare i treni.

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