Luci nel cielo

Scesi dal treno, stordito. Il marciapiede era battuto da un vento gelido e alzava nell’aria la polvere bianca.

Mi guardai intorno alla ricerca della sua schiena. La vidi, ormai lontana da me e vicina alle scale grigie del sottopassaggio. Camminava morbida a passi lunghi e tirandosi dietro il trolley marrone. I capelli erano mossi dalla tramontana e lasciavano una traccia scura che, seppur così lontano da lei, tentai afferrare con le mani.

Mi sentii all’improvviso solo. Incassai la testa nelle spalle e mi incamminai lungo il marciapiede senza accelerare il passo. Sapevo che non l’avrei più rivista.

Intorno a me abbracci, pacche sulle spalle, strette di mano, persone che prendevano le valigie dalle mani di chi era arrivato, bambini che correvano insonnoliti verso le braccia del padre o della madre appena scesi dal treno.

Mi sentivo come in trance e percepivo tutto in ritardo, come se il mondo intorno a me si muovesse alla velocità di una moviola, rallentando i fotogrammi.

La luce grigio scuro del sottopassaggio mi accolse. Seguii le strisce gialle, chissà a cosa servivano e perché poi erano così gialle, verso l’uscita. Salii le scale ripide e mi ritrovai nella sala delle biglietterie. Solo una porta di ingresso era spalancata e ci ritrovammo in fila per uscire.

Varcai la soglia e fui investito da una tramontana ghiacciata che spazzava il piazzale della stazione.

Mi fermai, colpito come da una frusta al volto. Mi piacque quella sensazione di freddo intenso che bloccava i pensieri. Alzai la testa verso il cielo e vidi il nevischio che iniziava lentamente a scendere seguendo le spirali create dal vento.

Un sibilo violento cresceva di intensità nell’aria, sino a diventare un rombo, e si infilava tra le foglie dei platani alti dei giardini di fronte al piazzale.

La luce arancione dei lampioni creava un’atmosfera spettrale trasformando il mondo in un color seppia che sapeva di un insipido tempo passato.

Mi fermai appena in tempo evitando per un pelo di essere investito da un taxi di passaggio. Una scheggia bianca sfrecciò davanti al mio piede e indietreggiai di scatto.

I viaggiatori si muovevano velocemente in tutte le direzioni: chi si infilava nella macchina, chi scappava verso il viale di fronte, chi con cenno della mano chiamava un taxi.

Attraversai il piazzale e iniziai a percorrere il vialetto che tagliava il giardino in penombra. La luce dei lampioni filtrava a fatica tra i rami degli alberi e non riusciva ad illuminare le panchine, occupate dai barboni che si erano sdraiati e coperti con cartoni e grandi fogli di giornale.

All’improvviso un boato scoppiò nel cielo. Sobbalzai spaventato dal botto. Subito dopo una grande e intensa luce bianca illuminò il cielo. Alzai il viso e fui sorpreso da una scarica di fili gialli, rossi e verdi che lo solcavano illuminando i palazzi a giorno. Una scarica di botti seguì le tracce luminose. Subito dopo una serie di globi lucenti esplose nell’aria fredda e limpida della notte.

Fuochi d’artificio. Mi guardai intorno senza capire cosa stesse succedendo. Alla mia sinistra c’era una panchina con un uomo di colore seduto e intento a gustarsi la scena. Il viso sorridente era alzato verso le luci, due grandi occhi neri luminosi e aperti con una espressione sorpresa come quella di un bambino.

Mi sedetti al suo fianco e anch’io con il naso all’insù gli chiesi: “Mi sa dire perchè questi fuochi?”

Si girò lentamente verso di me e con una espressione divertita mi disse: “Non lo sa?”

“No” e un po’ irritato per la domanda non lo guardai più.

Si volse anche lui e, sempre con quel sorriso tracciato appena sulle labbra, parlò ancora, ma con una voce tranquilla: “E’ la notte di Capodanno. Oggi finisce l’anno vecchio e inizia quello nuovo. E voi lo festeggiate così”

Mi girai ancora verso di lui con una espressione sbalordita: “E’ la notte di San Silvestro oggi?”

“Si, amico. E’ la vostra notte di San Silvestro”

Mi passai le mani sul viso, sfregandomela con forza. Sorrisi a me stesso, sentendomi un imbecille di fronte a quell’uomo.

“Hai pensieri forti nella tua testa, amico” mi disse ancora senza perdersi un attimo della giostra dei fuochi che si inseguivano lassù nel nero lacerato dalle luci e dai fiocchi di neve che continuavano a scendere.

“Si” gli risposi senza aggiungere altro.

“Come ti chiami?” aggiunsi.

“Il mio nome è Binyawanga. Sono un cittadino kenyota”

“Piacere Binyawanga. Il mio nome è Aldo” e gli porsi la mano.

Lui me la strinse con forza.

In silenzio continuammo a guardare il cielo squarciato dalle girandole luminose e dai boati crescenti.

Il freddo era intenso, il vento si infilava come spilli acuminati nella pelle ma ero tranquillo.

Avevo appena incontrato la donna della mia vita e l’avevo persa così come l’avevo trovata. In un soffio di aria.

Avevo dimenticato il Capodanno e lo festeggiavo con uno sconosciuto su una panchina davanti ad una stazione ferroviaria.

Ero perso in quella sensazione confusa, smarrito nelle mie certezze sciolte come la neve che toccava il pavimento grigio della mia città in quella notte d’inverno.

Non mi accorsi di nulla. All’improvviso sentii una mano che si infilava nella mia e la strinse.

Con la coda dell’occhio vidi Binyawanga che sorrise a qualcuno alla mia destra. Abbassai lo sguardo sulla mano e sobbalzai letteralmente sul legno della panchina. Mi girai di scatto. Era lei. Mi sorrideva con le lacrime che scendevano sulle sue guance.

Aprii la bocca per parlare. Lei alzò l’indice e lo portò sulle labbra.

“Sssstttt. Non dire niente. Non fare domande.”

Le sorrisi e strinsi forte la sua mano.

Binyawanga mi mise la sua sulla spalla e mi dette due pacche. “Auguri amico”

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