Tao

Lo psicanalista mi diceva, stravaccato nella sua poltrona di pelle rossa consumata: “Non si ama per rabbia!”. Io annuivo con la testa ma dentro mi chiedevo: come si ama?

Sono ormai passati dodici anni da quando lo salutai con un abbraccio sul pianerottolo buio davanti alla porta del suo studio. Non avevo più bisogno di andare da lui. Ormai ero pronto. Lui diceva che orma avevo “interiorizzato” che non era opportuno amare per rabbia, o per ripicca, ma solo per amore; di una persona.E in mente mi aveva infilato, in quei lunghi e complicati anni di analisi, l’immagine dello jin e dello jang. Quel simbolo è così perfetto; il bianco e il nero, i due opposti, legati in un abbraccio a formare un cerchio, la “forma” per eccellenza.

Ora non amo più. Semplicemente ho smesso.

Invece corro. E corro per rabbia. La sera torno a casa dal lavoro. Parcheggio la macchina nel mio lungo garage vuoto. Entro in una grande stanza e il buio mi accoglie, insieme ad un silenzio polveroso e angosciante. Non accendo le luci perché a memoria conosco la posizione dei mobili, i cassetti dove mettere le mani per tirare fuori la maglietta grigia, i pantaloni tecnici, i calzini elasticizzati. Nel corridoio stretto e lungo, ho appoggiato le scarpe Mizuno. Mi cambio in fretta nella stanza da letto, che anche d’estate è fredda e inospitale, recupero il gps che indosso al polso. Uscendo dall’appartamento afferro al volo il cappellino bianco, macchiato dalle ombre di sudore che i lavaggi non riescono a smacchiare, e mi precipito per le scale verso il portone. Uscito dalla palazzina, alzo il mento e osservo il cielo. Chiudo gli occhi, inspiro l’aria umida che odora di salmastro. Accendo il gps, attendo che si colleghi e parto.

Corro per rabbia. Alzo la testa, drizzo la schiena e mi pavoneggio con il passo corto e rapido del runner consumato. Ogni giorno mi tuffo sul cemento e lo divoro metro dopo metro. La lunga striscia grigia di cemento scorre sotto il mio sguardo. I piedi la cercano, la afferrano, la saltano, evitano le buche, ondeggiano sulle toppe più scure, seguono le linee tonde per aggirare le curve.

Stasera la rabbia è ancora più forte. Una di quelle scariche emotive che arricciano il naso e gonfiano il petto per ingoiare la quantità maggiore di aria. E’ la cosa peggiore da fare quando si corre. Dopo meno di un chilometro annaspo, la gola è graffiata dall’aria umida che non riesce più ad arrivare ai polmoni, le orecchie fischiano, lo sguardo è annebbiato dalla carenza di ossigeno al cervello; non arriva. I pensieri si sospendono, come accade per la vita un pesce catturato in una rete di un peschereccio sporco e maleodorante. Sbatte, il pesce, per qualche minuto. Poi l’acqua finisce e la quantità eccessiva di ossigeno lo uccide. Un ultimo colpo di pinna e la morte lo annega. Ecco, la sensazione è proprio quella. Poi alzo di nuovo il mento e guardo il cielo. E’ di un colore tra il grigio e il blu. Stasera qualcuno lassù ha steso una coperta scura lisa e in certi punti strappata. In quei buchi si intuisce un chiarore bianco, lattiginoso. E’ la luna che è nascosta dalle nuvole che scorrono veloci, in lunghe strisce affiancate. Lontano, all’orizzonte, una nuvola bianca gonfia di fumo si erge maestosa, un po’ inquietante. Il bianco che inquieta è una sensazione strana, quasi indefinibile.

Corro per rabbia. Ma la serena cappa di quel cielo nuvoloso stranamente mi acquieta. Mi torna in mente lo jin e lo jang. Il nero della rabbia e il bianco della serenità mescolati in una quiete serena che vorrei avere dentro.

La striscia di cemento si colora dei coni arancioni gettati dalle luci che, tramontato il sole, si accendono nel quartiere. La via, le case, i muri scrostati diventano spettrali. Una vecchia Citroen nera è parcheggiata sotto un lampione. Dentro l’abitacolo pieno di fumo una donna, che si intuisce giovane, è abbracciata ad un uomo di mezza età; fuma lentamente una sigaretta, il braccio appoggiato al finestrino aperto. Nel buio brilla il rosso del tabacco che brucia; un filo sottile di fumo grigio sale verso il cielo. Con la coda dell’occhio osservo la mano della donna che accarezza il viso rugoso dell’uomo, che ha gli occhi socchiusi, forse incredulo.

Corro per rabbia. I piedi pestano il cemento granuloso, il ritmo sale, il respiro si regolarizza e la spinta diventa potente. Osservo il gps, il tempo è sceso, le calorie consumate crescono con l’allungarsi del passo. I cani nei giardini delle villette, dietro cancelli verdi pitturati di fresco, abbaiano scodinzolando. Vogliono giocare, ma non posso fermarmi, perché  devo sfogare la rabbia.

Scendo per la discesa che porta al mare. Le luci colorate dell’Hotel Nettuno svettano nel buio del cielo all’orizzonte. Una grossa nave mercantile entra nello stretto canale d’ingresso.  Il largo scafo dipinto di nero e rosso si spinge sbuffando come un lento pachiderma dentro i rami del porto. Tre larghi albero di pino, sul bordo della strada, lo nascondono alla mia vista. Sento i topi arrampicarsi lungo i nodosi rami degli alberi, non li vedo perché si nascondono nel fitto fogliame. Scivolo veloce  in mezzo ai cespugli di more e alle piante di uva spina. Respiro lentamente a pieni polmoni ed espiro rumorosamente il gorgoglìo dell’aria consumata dal mio corpo.

Sono ormai al termine della corsa. Rallento mentre arrivo all’alto cancello nero dell’ingresso alla zona militare. Il passo si accorcia e poi si ferma.Mi piego in avanti e appoggio le mani sudate sulle ginocchia. Aspiro ed espiro in fretta. Alzo lo sguardo. La strada, ora in salita, è infilata tra macchie di fichi d’india corposi e larghi, arrampicati sul crinale della bassa collina. Mi rialzo e guardo il cielo. Le luci arancioni si specchiano nella massa, ora compatta, delle nuvole che continuano a coprire il cielo.

Corro per rabbia? E capisco: amore e rabbia sono legate in una abbraccio dalla forma perfetta: il cerchio del Taijitu. Il bianco con un punto di nero e il nero con una punto di bianco. Il giorno e la notte. Il buio e la luce. L’amore e l’odio.

No, non corro per rabbia. Corro solo perché mi piace e mi regala qualche attimo di pace. Come la carezza di quella donna giovane donata ad un uomo in una vecchia Citroen parcheggiata sotto un lampione dalla fredda luce arancione.

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2 risposte a Tao

  1. giuliana scrive:

    seriamente:sei bravo!

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