7 febbraio

7 febbraio 1977 ore 20.00

La sera era arrivata all’improvviso, accelerando il battito del tempo. Il vento iniziò a soffiare da sud, caldo e impregnato della sabbia rossa, mescolata alla polvere bianca che si era depositata nelle fughe dei ciottoli di pietra lavica della strada. Il pullman rallentò nel buio del capolinea della Stazione Centrale di Palermo. I lampioni ancora non si erano accesi e il grigio scuro dei marmi era schiarito dal blu cobalto del cielo che iniziava a fondere il rosa del tramonto al nero della notte in arrivo.

Lo stridio dei freni si interruppe di botto, così come era iniziato. Il soffio pneumatico delle porte che si aprirono sancì la fine del viaggio. I quattro ragazzi scesero uno dopo l’altro, silenziosi e immusoniti. Il momento stava arrivando.

Il vento li accolse facendo loro socchiudere gli occhi. Si guardarono intorno, attesero che le macchine scivolassero via, liberando la strada, e attraversarono il ciottolato che li separava dall’ingresso della Stazione. Un sospiro comune li accompagnò. Entrarono nella calca rumorosa e colorata dei viaggiatori in arrivo e in partenza. Chi partiva entrava con il passo veloce di chi ha paura di perdere il treno che lo riporterà chissà dove. Chi arriva ha il passo lento e stanco di chi non ha fretta di arrivare perché ormai il viaggio è finito e lo attende la quiete.

Gaetano, Pietro, Mallicchio e Galileo si fermarono ad annusare quella moltitudine di persone in perenne movimento. Avevano trascorso molte ore in mezzo a quel movimento, osservando incuriositi tutto ciò che si muoveva di fronte ai loro occhi. Ma questa volta era diverso.

Galileo guardò il tabellone, memorizzò il binario, abbassò la testa e si avviò, perso nei suoi pensieri. Pietro gli mise una mano sulla spalla e abbassò anche lui il capo, come l’amico. Gaetano e Mallicchio si guardarono, si dettero una pacca sulla spalla e seguirono gli altri due ragazzi.

Galileo contava i secondi, guardò l’orologio per verificare che il tempo nella sua testa fosse quello giusto. Guardò con la coda dell’occhio il viso di Pietro, i suoi grandi occhi azzurri nascosti dietro i Ray-Ban dalle lenti grige.

Pietro ora guardava avanti a sé. Nel gruppo rappresentava il punto di equilibrio, il materasso che assorbiva i colpi, l’ascia che fendeva le matasse intricate delle incomprensioni. Era un ragazzo di poche parole, dai gesti misurati e dal tempismo perfetto.

Aggredirono a larghe falcate il binario. Il cemento chiaro era consumato e lucido, i sedili di marmo lustri. C’erano poche persone in piedi ad aspettare il treno in arrivo. Sul binario affianco i vagoni neri del rapido per Napoli erano già pronti. Un lungo serpente dritto impediva la visione del cielo e l’orizzonte dei palazzi bassi e colorati della vecchia Palermo. La luce gialla dei neon rimbalzava sul pavimento e si specchiava sul ferro delle carrozze.

Un vociare chiassoso e allegro si alzò dal fondo del binario. I quattro ragazzi alzarono la testa e videro un nugolo di persone muoversi rapidamente verso di loro.

Galileo si fermò e arretrò di qualche passo. Il respiro si arrestò per la sorpresa. Pietro lo bloccò con la sua mano sulla spalle. Gaetano gli mise tutte e due le mani sulle braccia. Mallicchio restò due passi indietro.

Pietro sorrise stirando le labbra piene. Gaetano, invece, abbassò lo sguardo trattenendo una lacrima.

Galileo si girò e guardò tutti e tre, uno alla volta, negli occhi.

Furono raggiunti presto dalla macchia umana e furono circondati da ragazze e ragazzi festanti, saltellanti, rumorosi.

Tutti si strinsero ai quattro. Eccetto una ragazza. Lei si bloccò, qualche passo indietro. Guardò negli occhi Galileo, si mise una mano sulla bocca e scappò via singhiozzando.

Galileo si liberò con uno scatto dall’abbraccio del gruppo e la inseguì. Correvano entrambi come se volessero fuggire da un dolore intenso e insopportabile, ma non potevano andare da nessuna parte perché l’ineluttabilità della vita li avrebbe bloccati.

Galileo la raggiunse e la fermò. Si mise di fronte a lei e le parlò, guardandola dritta negli occhi verdi e aspirando il suo profumo pulito. Le parlò a lungo, continuando a tenerla delicatamente per le braccia. Lei si perse nei suoi occhi. Poi abbassò la testa, grandi lacrime iniziarono a scenderle per le guance. Il ragazzo la abbracciò con delicatezza. Lei restò immobile per qualche secondo, le braccia rigide lungo i fianchi, ma poi tuffò il viso nel maglione blu del ragazzo.

Tornarono camminando lentamente, mano nella mano, verso i loro amici.

Si tuffarono, sorridendo tristemente, nell’allegria posticcia del gruppo.

Il Capo Stazione, con il suo berretto rosso, fischiò. Le porte dei vagoni iniziarono a essere chiuse con fragore e le urla “Pronto!”, “Pronto”, “Pronto!”, iniziarono ad avvicinarsi al vagone su cui doveva salire Galileo.

I suoi genitori erano dietro il finestrino, pallidi, ad osservare la scena. Erano inebetiti, confusi, rosi dai sensi di colpa. Ma una scelta era stata fatta. Non si poteva tornare indietro. Anche se questa scelta avrebbe significato fare del male al loro figlio.

Galileo fu issato dai ragazzi sulla panchina di marmo. Li salutò con un breve discorso interrotto per l’emozione. Bloccò le lacrime. La dignità orgogliosa gli impediva di mostrarsi.

Scese piano dalla panchina. Il Capo Stazione gli mise una mano sulla spalla e gli disse “Coraggio, devi salire. E’ ora.”

Galileo li salutò uno per uno. Baciò sulla guancia Rosy, ingoiando il suo amore mai dichiarato. Abbracciò Gaetano, più alto di lui di due spanne. Mallicchio si girò, piangendo e gli strinse una mano. Pietro lo guardò dritto negli occhi e gli disse: “Minchia, che camurrìa!”. E lo abbracciò con forza. Gli sussurrò nelle orecchie: “T’inni vai pirché ù sapi che a Subbuteo sugnu cchiù forte!” e si misero a ridere insieme.

Pietro che parlava in dialetto era una novità per tutti e due. Era il suo modo per salutarlo.

Per sempre.

Galileo salì sul vagone e dietro di lui fu sbattuta la porta.

Il treno iniziò a muoversi.

5 gennaio 2011 ore 12.00

Parcheggiò la macchina nel grande spazio di cemento dietro la statua del Cristo redentore. I bambini scesero vociando e iniziarono a rincorrersi nello spazio largo. Galileo scese. Alzò la testa e osservò, respirando piano, il cielo grigio. Le nuvole si incontravano, chissà a che altezza, proveniendo da direzioni opposte. Il vento stava cambiando ma ancora non aveva deciso che direzione prendere. Galileo si chiese se avrebbe avuto la meglio la tramontana, che soffiava gelida da un paio di giorni, o lo scirocco che avrebbe riempito di acqua l’aria cristallina, rendendola pesante come un fango rosso.

Nel cielo un enorme nuvola nera si muoveva veloce disegnando un onda. Era un gruppo gigantesco di storni che avrebbero distrutto gli uliveti mangiando le olive verdi e acerbe che iniziavano a riempire i grandi alberi secolari della zona.

Galileo ritornò sui suoi pensieri. Valeria si allontanò verso la stazione di servizio alla ricerca di un bagno. Lui la guardò andare via a larghi passi nel suo giubbotto nero. Ogni tanto gettava uno sguardo ai bambini che continuavano a rincorrersi. Si avvicinò alla statua del Cristo. La osservò scettico. Il vestito del Cristo era di un celestino vistoso, i lunghi capelli arancioni. Una statua gigantesca piazzata all’ingresso di un parcheggio in una stazione di servizio in cui i lavori di ristrutturazione creavano un’atmosfera di abbandono più che di religiosa attrazione.

Chiuso in sé stesso, vide Valeria tornare. Sorrideva. Istintivamente sorrise anche lui.

Vide entrare nell’ingresso della stazione il camper. Enorme, bianco, come una nave che entra nel porto soffiando la sirena. Le luci del camper lampeggiarono. E Galileo lo vide.

Il camper entrò nel largo spazio di cemento. Parcheggiò vicino alla Peugeot. I bambini si nascosero dietro le spalle del padre. Il motore si spense.

Galileo guardò la faccia larga dietro il finestrino. I grandi occhi azzurri, i capelli crespi corti e bianchi, la barba ingrigita.

Lo sportello, lentamente fu aperto e l’uomo scese dal posto di guida. Era grasso, con una grande pancia.

Si guardarono ancora un attimo e poi si abbracciarono con forza. Le lacrime furono bloccate dalla dignità ruvida che li accomunava.

L’uomo gli soffiò nell’orecchio: “E’ inutile cu mi scassi la minchia: a Subbuteo sugnu iu ‘u cchiù forte!”.

Si guardarono e si misero a ridere.

“Ciao Pietro” gli disse Galileo.

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