Il sole e il freddo

È arrivata la primavera. Finalmente. È domenica mattina e il sole brilla alto nel cielo, ma una pellicola grigia ricopre la terra. Il freddo dell’inverno è penetrato profondamente nella terra nera della campagna. Il sole, ancora tiepido, la scalda in superficie e l’umido sale lentamente verso il cielo azzurro pallido. Lentamente corro nella brezza fredda che dal mare accarezza i boschi della costa. Il passo rimbomba acuto tra le mura delle ultime case. Ho cambiato il percorso abituale del mio allenamento. Ho deciso di abbandonare la sicurezza del cemento grigio sotto i piedi e ai lati delle strade percorse.

Esco dalla città e percorro un largo parcheggio di cemento. Spezzo le linee bianche parallele oblique e scarto evitando le centinaia di fazzoletti bianchi ormai secchi dello sperma di incontri occasionali nella notte sotto un cielo stellato che parla di futuro e di incertezza. Esco dal rettangolo grigio e risalgo lungo una breve salita. La nebbia umida risale rapidamente, più veloce del mio passo, e il sole picchia dritto sulla pelle bianca della mia testa.

Allungo il passo, il gps segna il tempo che scorre, e infilo un sentiero stretto che costeggia la rete di un vecchio aeroporto militare abbandonato. Lo sguardo si sofferma su una linea di caseggiati abbandonati. Le mura sono solide ma gli infissi di legno corrosi dal tempo e i vetri spaccati. Sento un brusio salire nel vento: è il lamento dei prigionieri ebrei rinchiusi in quelle costruzioni, in attesa di essere deportati nei campi di concentramento nazisti. La rete di protezione del campo è ormai arrugginita ma non presenta buchi o crepe. Le loro urla assalgono le orecchie, e mi è insopportabile.

Abbasso la testa e mi ritrovo immerso nella campagna che cambia. L’erba è già alta lungo il bordo della strada, verde come sa esserlo la natura che si risveglia dopo il lungo torpore invernale. Folti cespugli scuri si arrampicano sulla rete rossa e come su una tela vi spiccano i primi fiori, gialli, glicine e azzurri. I loro petali sono aperti o rinchiusi in piccole campanule che virano verso la terra.

Mentre il passo si stabilizza il profumo mi assale all’improvviso. Chiudo gli occhi e inspiro a fondo e un sorriso si stira sul viso: è l’odore aspro, dolce e avvolgente della mentastra e del finocchietto. Le piante di menta selvatica sono alte e spiccano al fianco delle margherite gialle di campo, sovrastandole con le loro foglie a punta. Il finocchietto si allarga con le sue spighe sottili e ramificate, come caricature di cespugli di edera. Il profumo si allarga lungo la campagna che abbandona la rete e la strada grigia di cemento bucato. I larghi prati verdi si stendono verso il mare, con le loro piccole onde bitorzolute di terra che un tempo lontano custodiva lunghe strisce di piante di vite, antiche come i popoli che le piantarono; per poi essere espiantate con dolore dai loro figli bastardi.

Il passo si allunga, il sudore scivola lento lungo le tempie, i muscoli delle gambe si sciolgono. In fondo alla strada un gruppo di runner corre velocemente verso la striscia blu del mare increspato dal vento. Le onde di calore che risalgono timide dalla terra distorcono l’orizzonte. Di fronte a me due anziani gesticolano animatamente infilati in larghe tute di acetosa dai colori sgargianti, come due vecchi contrabbandieri in pensione. Li incrocio e rispondo alzando la mano al loro saluto. Dietro la curva affianco una coppia di giovani donne che marciano rapide, i culi tondi stretti in collant tecnici da running. Non si guardano ma si parlano concitatamente, il passo cadenzato, i glutei che ondeggiano ritmicamente.

É primavera, il vento tiepido è mescolato al freddo che inizia ad andare via verso lidi lontani a sud. Alzo la testa e osservo l’orizzonte, il mare blu che scivola le sue cime bianche verso le spiagge ghiaiose.

É primavera. Asciugo il sudore sulla testa. Chissà che il sole non possa asciugare il freddo che è dentro di me. Scuoto il capo e ricomincio a correre contro la brezza umida che sale dal mare.

È primavera.

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