L’origine del vento

E’ un giorno di inizio primavera. Uno di quei giorni in cui l’inverno decide di non mollare la presa.

Il cielo è una coltre di cotone sporco, gonfia di acqua. Il vento del nord soffia potente nell’aria, spazza il cemento delle strade, si infila nelle fessure degli infissi di legno, sibila, fa scricchiolare i mobili dentro le case, vibrare i vetri che traballano negli interstizi di legno scuro delle finestre. Il boato del vento, che vola tra le fronde degli alberi, arriva dalla campagna alla città.

Il cielo grigio scuro è scheggiato dalle ali dei gabbiani che si sono avventurati nell’entroterra, abbandonando il mare spumoso. È un mare nero che mugghia arrabbiato e infrange le sue onde violente sulla scogliera, avvolgendola di una pellicola lucida e bianca.

I gabbiani volano alti, osservano gli alberi piegati dalle raffiche metalliche, si avvicinano planando con le ali spiegate e poi virano, tornando indietro, verso le gocce spruzzate in alto dal mare. Le rondini, arrivate ieri dopo un lungo viaggio, si sono rincantucciate pentite tra le foglie delle querce e degli ulivi, che sono dimore sicure con i loro larghi tronchi secolari abbarbicati alla terra nera del Salento.

L’uomo stretto in una tenuta nera e lucida corre incerto lungo i sentieri selciati della campagna. Il freddo tagliente della tramontana gli arrossa la pelle bianca del viso. Sente le lame appuntite che si infilano nei pori. Ma è un dolore purificante, che gli asciuga il sudore evaporato dal tessuto tecnico che avvolge i muscoli sottili. L’uomo corre verso il mare, alla ricerca dell’origine di quel vento. Non vuole sottrarsi al dolore, anzi ha scelto di cercarne l’origine e di lasciarsi andare ad essa. Vuole che entri in lui, che si fonda, che si sciolga come il metallo nella lava rovente del vulcano.

Il suo passo accelera, il gelo si infila nel corpo. Intorno a lui alberi antichi e immobili al tempo e alla sua memoria. Sono alberi dal tronco muschioso; è un verde brillante, intenso, che ricopre il bianco scheggiato e rugoso della corteccia. Ai piedi dei tronchi crescono cespugli rigogliosi di fiori gialli, azzurri e bianchi. Rare sono le pennellate di rosso dei papaveri che sono spazzati via dalle folate del vento del nord. Il profumo dolce si spande nel vento e si mescola con il sottofondo aspro dell’erba bagnata del mattino.

Ma l’uomo in nero corre. Continua ad andare incontro all’orizzonte. Il suo passo arranca contro il vento, sembra quasi sbandare ma lui caparbiamente riprende l’assetto elegante che si scioglie all’improvviso nel passo ritmato. I tonfi leggeri dei piedi che calpestano il pietrisco bianco si confondono nell’erba e nella rabbia del vento. Volano via e lui alza lo sguardo come per inseguire quel rumore leggero, quasi svuotato di peso e di senso. I gabbiani lo seguono dall’alto. Uno di loro, con le ali a freccia spiegate scende leggero e sembra quasi gli voglia indicare la direzione verso cui andare, alla ricerca del suo orizzonte. L’uomo corre, il sudore non fa a tempo a scivolare lungo le tempie che le raffiche di vento afferrano le gocce e le spandono nell’aria, sul sottofondo di un cielo dipinto con acquerelli. Le macchie grigie si stagliano su un fondo color grafite.

All’improvviso l’uomo si blocca e il suo profilo sottile si percepisce nitido sul cielo gonfio di rabbia e di acqua. Il rombo è fortissimo. La testa dell’uomo si abbassa e il labbro inferiore, se qualcuno lo osservasse con attenzione se ne accorgerebbe, trema. Sotto il suo sguardo c’è il mare nero che sbatte nervoso le onde sulla scogliera. Ai suoi piedi le rocce sono lastre accatastate l’une sulle altre. Il muro di pietra si alza dritto sull’acqua e si spinge verso il cielo. In cima a quel muro c’è l’uomo. Di fronte a sé ha la distesa di quell’acqua nera, gonfia di spuma. Sotto il filo inconsistente accartocciato dal vento c’è il silenzio ovattato di un mondo che lui non conosce. Alla fine di quel mondo c’è l’origine del suo dolore. È dietro la linea ondeggiante dell’orizzonte. Lì, ne è consapevole, troverà la matrice del vento. Lì troverà l’onda che risponderà alla sua domanda. Lì, dove incontrerà la sua fine.

Una raffica più secca, un boato più forte. L’uomo si abbandona al vuoto. Il momento dell’impatto è silenzioso, coperto dai colpi violenti dell’acqua sulla terra. Il profilo nero si confonde con il colore scuro dell’acqua, si spande, si perde, svanisce. Il filo inconsistente si richiude. Il silenzio ovattato lo assorbe.

Ora attende la risposta.

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