C’era una volta… (Prima Parte)

Il cielo era ferroso. Un vago biancore lattiginoso appiattiva tutto intorno a me, come se un blocco di ovatta avvolgesse ogni cosa. Un vento umido soffiava da sud e mi incollava i vestiti sulla pelle. Avevo camminato per gran parte della notte seguendo il lungo serpente grigio della strada. Il buio era stato cancellato dai lampi continui nel cielo. Un temporale elettrico rombava lontano.

Nell’intervallo tra i fulmini e l’arrivo dei tuoni il silenzio era agghiacciante. Intuivo il profilo degli alberi secchi, i larghi fusti dritti e i rami frastagliati ormai spogli di qualunque tipo di vita. Dopo non so quante ore di cammino abbandonai la strada, deserta, e mi infilai nel bosco. Nel buio rischiarato dai continui lampi mi arrampicai su una collina e arrivato in cima mi abbandonai in un avvallamento tra due larghe rocce che mi nascondevano alla vista dalla strada. Mi infilai nel sacco a pelo e appoggiai la testa sullo zaino. Sentii i muscoli tesi lasciarsi andare lentamente al riposo. Sopra di me il cielo scuro. Era gonfio di nuvole dalle linee arrotondate e fuse in un’unica trama. La luce intermittente ne esaltava i contorni.

Erano mesi che non vedevo il cielo. Ormai non riuscivo più a ricordarmi quale fosse la sua tonalità di azzurro. Il calore intenso del sole, la sua luce. Mi venne in mente il rumore della risacca del mare, lo sfrigolio rovente della sabbia gialla, le palpebre chiuse e il tono di rosso che si trasformava in arancione, poi in giallo per diventare una luce bollente che mi faceva risalire le lacrime. Poi scattavo seduto sulla spiaggia e riparandomi con la mano aprivo gli occhi guardando il verde scuro del mare di fronte a me.

Adesso intorno era buio e talvolta di un grigiore infinito, senza colori, senza calore. Chiusi gli occhi e cercai di ricordare la sensazione del tepore, il profumo delle alghe verdi, l’intenso aroma del rosmarino, dei cardi e del mirto; il sapore della vita che cresceva. Tentai di dimenticare il buio, il freddo umido, il bosco arido che mi ospitava in quella notte senza profumi ma con la compagnia del solo odore di marcio che era tutto intorno a me.La stanchezza mi avvolse e mi addormentai cullato dai tuoni all’orizzonte.

Mi svegliai all’improvviso. Il rumore era sordo. Ma lo sentii nitido come uno schiocco di frusta. Aprii gli occhi. I lampi erano più vicini ma la bolla di luce dei fulmini si era come ammorbidita e dilatata nel tempo. Le saette nel cielo non producevano alcun rumore. Se sentiva solo lo scatto rapido dell’elettricità che cadeva dalle nuvole gonfie sopra la mia testa. Il rumore era di sottofondo, lento ma crescente. Proveniva dalla strada, ad una distanza che valutai ancora lontana. Una leggera pioggia iniziò a scendere dal cielo. Erano gocce sottili, steli appuntiti che cadevano sulla terra secca con un rumore ovattato, che sollevavano spruzzi asciutti di polvere. Mi sollevai lentamente e strisciando arrivai ad una fenditura sulla roccia. Presi dallo zaino il binocolo ad infrarossi e lo puntai verso la fine della strada, in quel punto in cui si perde la vista di ciò che c’è dopo.

Già. Cosa ci sarà dopo? La domanda si affacciò improvvisa nella mia testa. Non era il momento. La cacciai con un gesto rapido della mano.

Nella luce verde dentro il mirino intravidi un’ombra. Attesi che avanzasse per tentare di individuare cosa fosse. Aveva una forma rettangolare e oscillava nel suo andare lento. Dopo qualche minuto l’immagine si fece più grande e nitida. Era un carro trainato da un cavallo. Non riuscii a capire di più. Poggiai il binocolo e attesi abbassandomi ancor di più tra le rocce. Il rumore delle ruote del carro si fece più forte. Era lo stridio di ferro arrugginito e legno che graffiava le orecchie lacerando il silenzio gommoso del bosco. L’intensità della pioggia aumentò ma non la dimensione delle gocce. L’acqua nel cielo era ormai sempre di meno.

Dopo alcuni minuti il carro arrivò a vista ma l’ombra degli alberi sulla strada era uniforme e la luce dei fulmini non apriva varchi. Ripresi il binocolo. Poggiai una mano di taglio sopra le lenti per evitare che i fulmini si specchiassero sul vetro, facendomi scoprire.Sentivo l’umido risalire nelle gambe. Brividi di freddo mi scossero la schiena. Cercai di mantenermi immobile e osservai attentamente.

Il carro era di legno scrostato, trainato a fatica da un ronzino magrissimo. Un uomo incappucciato lo guidava, una frusta nella mano. Dietro, a piedi, si trascinavano due figure che avanzavano ancor più lentamente del carro. Mi strofinai gli occhi con una mano e cercai di pulire i vetri del binocolo, bagnati dalla pioggia. Non riuscivo a capire cosa portasse il carro. Guardai nelle lenti, strizzando gli occhi. E quando misi a fuoco trasalii. C’era una gabbia di ferro, una di quelle che un tempo erano usate per tenere rinchiusi animali di grossa stazza. Dentro c’era qualcuno. Puntai le lenti sulla figura, che non si muoveva. Lasciai cadere il binocolo per terra e mi sdraiai al riparo dietro la roccia.

Dentro la gabbia c’era una bambina.

I suoi occhi, due palle verdi, guardavano verso di me.

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