C’era una volta (parte seconda)

L’alba arrivò all’improvviso. Il grigio del cielo diventò un po’ più chiaro. L’intermittenza della luce fu sostituita da una uniformità fangosa che mi fece riaprire gli occhi, sottraendomi ad un dormiveglia angosciante. La notte avevo tolto gli abiti bagnati dalla pioggia e mi ero infilato nel sacco a pelo. Ma il freddo mi era rimasto nelle ossa. Mi alzai e mi rivestii in fretta. Gli abiti erano ancora umidi. Tolsi dallo zaino un vecchio paio di pantaloni, trovati in un negozio ormai saccheggiato, e un mio vecchio maglione a collo alto. Lo accarezzai con un sorriso storto: fu un regalo di compleanno di Eleonora. Mi strofinai forte il viso con le mani, più per riscaldarmi che per altro. Mi avvicinai alla roccia e sbirciai verso la strada. Non c’era nessuno. Sistemai le cose nello zaino, ripresi il bastone di legno e ripresi la marcia.

La luce nel cielo era più intensa del solito e mi chiesi come mai. Le nuvole gonfie e sporche, come tutto ciò che avevo intorno, erano massicce e compatte. Il cielo era nascosto completamente. Ogni tanto un tuono violento, un secco graffio elettrico, squarciava il silenzio assoluto del bosco. Non un rumore, un sussurro, un qualcosa di morbido, di arrotondato. Oltre i tuoni gli unici rumori che si sentivano erano i rami che si spezzavano dagli alberi ormai secchi e crollavano sulla terra. Ogni tanto, con una frequenza che progressivamente aumentava, si schiantavano i tronchi bruciati trascinandosi tutto ciò che incontravano nella caduta rovinosa. Erano come delle grida di dolore, una resa incondizionata alla fine del mondo.Camminai lentamente rimanendo nel bosco ma parallelamente alla strada di cemento. Decisi, per ciò che avevo visto nella notte, di essere più prudente del solito e di mantenermi nascosto dalla vista. Fu più faticoso ma mi mossi con una buona lena.

Sulla strada ogni tanto incontrai tracce di qualche passaggio umano. Carcasse di macchine senza ruote, o con i vetri sfondati, bruciate. In una vecchia BMW notai, senza riuscire a soffermare lo sguardo per il disgusto, il cadavere di un uomo ormai gonfio al posto di guida.

La strada era piena di buche e di strisce ondeggianti lasciate da qualche vecchio trattore senza ruote che si era trascinato a fatica per qualche centinaio di metri per poi essere abbandonato. Infatti, dopo qualche chilometro, mi imbattei in un Iveco sbandato fuori strada. Mi avvicinai, cercai il serbatoio e aprii il tappo. Annusai. C’era solo un vago sentore di benzina ma del prezioso liquido non era stato lasciato nulla.

Ripresi il cammino e iniziai la salita di una lunga collina. La strada era dolce e in progressiva pendenza. Gli alberi del bosco erano fitti ma ormai scheletri senza più vita. Mi chiesi com’era prima. Mi fermai e chiusi gli occhi. Provai ad immaginare il cinguettio degli uccelli, il sole fumoso che tagliava il buio del sottobosco, l’erba alta e i fiori multicolori. Provai a respirare a fondo ma la puzza di marcio e di bruciato mi riportarono al presente. Il duro presente.

Lo zaino mi pesava sulla spalla. Mi fermai con il fiato grosso e mi sedetti su una roccia grigia come il cielo. Presi la borraccia e bevvi una lunga sorsata d’acqua dal sapore metallico. Mi asciugai le labbra con la mano. Nel riavvitare il tappo mi guardai le unghie nere e la pelle incrostate dal fango secco e nero. Provai a ricordare da quanto tempo non mi facevo una doccia. Inutilmente.

Mi rimisi in cammino. La cima della collina era vicina. La strada ora era di nuovo sgombra. Decisi di rischiare e mi riportai su ciò che restava del suo asfalto. Sentivo le gambe dure. Avevo dormito male e scomodo. Percorsi le poche centinaia di metri rapidamente e giunsi sulla cima. Guardai e quel che vidi era inaspettato.

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