C’era una volta (parte terza)

Di fronte a me si aprì una larga vallata, i cui confini erano ancora nascosti dalla nebbia del mattino. Una vasta pianura irregolare con cespugli secchi e i resti di quello che un tempo era stato un grande prato. La strada si allargava e girava verso il centro della valle. Sulla destra, enorme cattedrale nel cotone sporco dei banchi di nebbia, si ergeva un enorme struttura di ferro. Era una gigantesca scatola con delle lunghe e alte rampe traforate di metallo che si arcuavano verso il cielo per poi ricadere, come gigantesche zampe, sul terreno arido.

Una strana inquietudine mi avvolse con le sue spire gelide. Mi allontanai dalla strada e mi intrufolai nei bosco per non restare in vista. All’apparenza quella enorme scatola di latta pareva deserta. Una sensazione di pericolo, però, mi saliva acida nello stomaco.Mi acquattai dietro una roccia levigata e osservai la valle con il binocolo. Sembrava tutto tranquillo. Pensai fosse il caso di aggirare la valle e riprendere la strada subito dopo. Mi guardai intorno. Le montagne erano completamente avvolte dalla nebbia ed era molto fitta. A causa della pendenza e della difficoltà visiva avrei impiegato molto tempo per aggirare la struttura. Non potevo perdere troppo tempo. Decisi di rischiare. Mi incamminai attraverso la piana camminando a zig zag e incurvandomi. Lo sguardo puntava sempre verso l’animale metallico. Mi avvicinai lentamente. I piedi schiacciavano l’erba arida, ormai secca, e dovevo abbassare la discesa sul terreno per evitare di fare troppo rumore. Fui attirato all’improvviso da qualcosa di colorato sul terreno. Era di un verde smeraldo, un colore intenso che non vedevo da tanto tempo. Mi avvicinai, incuriosito, e alla vista di cosa fosse mi commossi. Mi inginocchiai, la presi tra le mani e la accarezzai. Era uno scarponcino di camoscio verde, sporco di terra secca e grigia, con la suola di gomma consumata dal cammino. Era una scarpetta di una bambina.

La tenni tra le mani per qualche minuto, poi la rimisi per terra con delicatezza. Mi chiesi dove fosse, ora, quella bambina.

Scossi la testa e rialzai lo sguardo verso l’orizzonte. Mi ero avvicinato molto e mi resi conto che la struttura altro non era che un gigantesco hangar. Lì vicino doveva esserci un aeroporto.

Ripresi il cammino e puntai con decisione verso l’edificio. A qualche centinaio di metri con la coda dell’occhio intuii un movimento e mi gettai per terra. Strisciai rapido verso una roccia appuntita. Mi nascosi. Attesi qualche minuto e poi rialzai con prudenza la testa.Una figura si muoveva all’esterno, proprio sotto le travi di ferro. Dall’hangar uscì una seconda figura. Presi il binocolo e osservai aumentando al massimo lo zoom.Erano due uomini. Parlavano fra di loro e il primo fumava nervosamente, portandosi spesso la sigaretta alle labbra. Pareva che discutessero animatamente gesticolando con foga.

Poi il primo gettò la sigaretta per terra e rientrò nell’hangar mentre il primo restò all’esterno. All’improvviso si girò verso di me. Gettai il binocolo per terra e mi schiacciai dietro la roccia.Attesi per prudenza diversi minuti e poi guardai di nuovo, ma non c’era più nessuno.

Cercai di riflettere e decidere cosa fare. Era strano che non avessero messo nessuno a guardia dell’edificio.La prudenza mi spingeva ad andare via. Ma se quei due uomini fossero stati gli stessi del carro?

Mi diressi verso il lato posteriore dell’hangar. Trovai un punto di osservazione riparato. Alle spalle del lato lungo dell’edificio si ergeva una bassa collina, alla cui cima c’era un albero con un largo tronco. Doveva essere una vecchia quercia secolare. Mi nascosi dietro l’albero e accarezzai lentamente quel legno ormai scuro e senza vita. Doveva essere un albero dalla fronda larga e molto ombreggiato; uno di quei posti dove un tempo era piacevole sdraiarsi e riposare al fresco mentre il sole estivo batteva implacabile e gli uccelli vi si nascondevano cinguettando rumorosamente.

Chiusi gli occhi a quel pensiero. Un rumore violento me li fece riaprire. Fu come un colpo secco, un urto terribile contro il ferro dell’edificio.Volevo correre con tutte le mie forze verso la costruzione.

Decisi che fosse più opportuno attendere. Ripresi il binocolo e osservai. L’hangar era una grande struttura tutta in metallo e pur essendoci poca la luce, a causa della nebbia persistente, notai come fosse ormai consumato dalla ruggine. Doveva essere molto vecchio oppure l’umido ne aveva accelerato il degrado.

Al centro della parete posteriore c’era una lunga vetrata orizzontale. Molti vetri erano rotti tranne quelli, quattro, al centro della striscia. Osservai le finestre con maggiore attenzione e  il vetro verde e deformato mi fece intuire che fossero vetri antisfondamento. Vidi un’ombra. Un brivido salì lungo la schiena. Era il carro che avevo visto la notte precedente.

Le ore trascorsero lente. Dall’hangar non arrivava più alcun rumore, né uscì nessuno all’aperto.

La luce grigia del cielo iniziò rapidamente a scurire mentre la nebbia dalle montagne scese a valle. Riposi il binocolo perché in quello scenario lunare e ovattato era ormai impossibile osservare nulla.

Preparai lo zaino. Dovevo muovermi leggero. Decisi che fosse più opportuno alleggerirlo. Lasciai solo un ricambio, la borraccia e la torcia a dinamo. Presi il coltello e lo infilai nella custodia attaccata al cinturone. Senza pensarci troppo scattai verso il mostro di metallo. Corsi rapido a scatti ondeggiando e saltando le rocce. Un’ombra scattò più veloce di me. Vidi la striscia nera e sottile sul terreno grigio. Rallentai e alzai la testa. Mi fermai di colpo. La bocca spalancata. Un enorme uccello volava basso nel cielo, lì sopra di me. Non potevo credere ai miei occhi. Non vedevo un uccello non so più da quanto tempo. Come poteva essere ancora vivo?

Lo ammirai, trattenendo il fiato. Un grido lacerò l’aria. E lo riconobbi. Era una gigantesca poiana che volteggiava nel cielo che imbruniva. Volteggiò a cerchi concentrici per due, tre volte e poi volò via verso la quercia che avevo appena lasciato alle mie spalle.

Un sorriso si disegnò, spontaneo, sulle mie labbra. Una poiana! Ancora viva! C’era una speranza, allora.Ripresi a correre verso la mia meta e mi allargai sulla sinistra, per deviare sulla strada che portava all’ingresso, sotto le zampe di metallo che lo ancoravano al terreno.

Scattai verso l’ingresso, una bocca spalancata verso il buio imminente. E la vidi. Il corpo esile, i capelli lunghi, il vestito stracciato. Aveva la testa bassa e le braccia abbandonate lungo i fianchi. Era la ragazzina chiusa nel carro, che mi aveva osservato nella luce verde del binocolo ad infrarossi.

Smisi di correre e mi incamminai guardingo. Mentre mi avvicinavo, la figura si girò e rientrò nell’enorme ingresso spalancato.

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