Un sabato di maggio.

Era un sabato mattina; un po’ indeciso mi infilai la tuta tecnica e andai a correre. Pur essendo prima mattina il sole era caldo e la luce intensa, di un giallo limpido che avvolgeva tutto con una pellicola lucente e gocciolante di brina. Lungo il sentiero l’erba era alta, il grano ormai colorato di un giallo pallido. I fiori nei campi verdi oscillavano al vento intrecciando in un disegno armonico i petali gialli, violetto, glicine con il rosso dei papaveri.

I profumi quel mattino erano più intensi: il finocchietto selvatico iniziava a essere sopraffatto dal dolce intenso della liquirizia mentre il profumo della mentastra, ormai rigogliosa, scemava mescolandosi a quello del basilico e del mirto selvatico.

Correvo sereno, i pensieri scivolavano con le gocce di sudore. Mi tolsi il cappello per godere il vento leggero e il sole lucido.In fondo alla strada vidi tre donne, basse e vagamente tozze, marciare verso di me con le mani che gesticolavano come per spingersi le parole che vagavano tra di loro. Indossavano dei k-way blu scuro e mi chiesi se non soffrissero troppo il caldo. Nel pensarlo mi ricordai, e un sorriso si stirò sulle labbra sottili, che il mio era nero. Aumentai il passo per sentire ancora più forte la brezza sul viso. Socchiusi gli occhi per vedere il rosso del sole mascherato dalle palpebre chiuse.

Il silenzio era profondo, il tonfo dei miei piedi solleticava debolmente quella massa compatta dell’assenza di rumore.

Accompagnai la curva piegandomi verso sinistra, un soffio più intenso di aria fresca scosse dalla fronte le gocce di sudore che scivolarono sulle lenti degli occhiali. Li tolsi e soffiai con forza, spingendole via nell’aria. Appena li rimisi sul naso vidi un bagliore dietro le case bianche basse all’orizzonte. Una luce bianca, un fulmine scheggiò il cielo color mercurio. Subito dopo un boato, una bolla acuta che straziò la massa silenziosa dell’aria, come una bolla di sapone scoppiata con uno schiaffo

….Sabato 19 maggio. Ore 7.42. Brindisi. Istituto Professionale Femminile Morvillo- Falcone.Una bomba infilata in un cassonetto blu posizionato al lato del cancello d’ingresso esplode, azionata da un telecomando. La bomba uccide Melissa Bassi e ferisce gravemente sette ragazze di 16 anni. La loro colpa è stata di essere figlie di Mesagne e di essere oggetto incolpevole di una strage ordita non si sa da chi e per quale motivo.

La bomba ha sventrato una città, l’intero popolo di una provincia, di una regione, forse di buona parte di una nazione.

Mai, nella storia d’Italia, un attentato terroristico era stato rivolto ad una scuola.

Ma tutto questo, per una piccola e graziosa ragazza di 16 anni non ha alcuna importanza. Alle 7.41 Melissa Bassi, sbadigliando per il sonno, scese dal pullman che l’aveva portata da Mesagne a Brindisi. In testa il desiderio che arrivasse al più presto la sera perché voleva uscire con il suo ragazzo e, dopo magari, solo dopo, fare una passeggiata e mangiare una pizza con le sue amiche. A quelpensiero si girò e le guardò scendere dalla corriera color metano. Sorrise a Veronica e si incamminò verso il cancello della scuola. Sentì un tic impercettibile alla sua sinistra,  e guardò verso il cassonetto. Un dubbio rapido: perché era blu? Lo scoppio arrivò improvviso, una massa d’aria rovente la abbracciò e la spinse via. Portandola via per sempre.

…Mi fermai a guardare la bolla di luce. Mi voltai e vidi le tre donne ferme sul ciglio della strada. Le mani alzate ferme nell’aria. Per bloccare le parole.

Lo squillo del cellulare. Un sms. Spaventato, scorro il dito sull’iphone.È mia moglie. Lo leggo. L’incubo inizia.

Alzo la testa verso il cielo. Un urlo muto mi scuote. Mentre scendono le lacrime, incredulo, mi giro verso le tre donne. Le braccia penzolano inerti ai loro fianchi. Le parole sono cadute per terra. Non si alzeranno più.

Il silenzio, ora, è totale. Ovattato e spento.

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