La promessa (parte 1)

In un luogo dell’Istria, 24 agosto 2012

Il sole non si era ancora affacciato da dietro la collina. Il cielo era scuro con onde color albicocca, con strisce di bruma, bianca come una sottile lanuggine, che si aggrappava agli alberi. Anna era affacciata sulla veranda di legno grigio, le braccia strette sul petto. Respirava piano, sorbendo con calma l’aria fresca della sua terra. Le palpebre socchiuse, lo sguardo sulle linee curve degli alberi fissate nel cielo all’orizzonte. Nel silenzio si sarebbe potuto ascoltare il ritmo metallico dei suoi pensieri: un-due-tre, un-due-tre, un-due-tre…

Un incedere intenso, regolare, quasi fosse una catena di montaggio. Ma se si fosse stati capaci di superare l’incanto di quel ritmo e si fosse andati a toccare, saggiare, la stoffa di quei pensieri ci si sarebbe resi conto di come fossero intrisi di acqua, di quel gocciolio intenso che solo il dolore riesce ad impregnare.

Anna gettò un lungo sospiro, slegò le braccia, un ultimo sguardo alla sua terra che il sole iniziava a rischiarare, e rientrò nella casa. Uscì dopo qualche minuto dalla porta, la richiuse dietro di sé e la sprangò. A larghe falcate si diresse verso il camper, bianco e lucido, parcheggiato nel cortile di pietra grigia. Sulle spalle portava lo zaino leggero dove aveva schiacciato senza ordine ciò che aveva ritenuto indispensabile. Poche cose perché la scelta era stata l’essenziale senza fronzoli: un minimo di biancheria di ricambio, due paia di collant color carne perché la donna é donna, una gonna ampia a balze, due paia di pantaloni lunghi di materiale tecnico, un pile, una camicia color pastello e una pashmina, sempre perché la donna é donna, un paio di libri e saponi vari. Totale: circa sei chili.

Nelle mani portava, con ferma delicatezza, un’anforta di ceramica sigillata. Aprì la porta del camper, la portò dentro e la poggiò su un sedile. La avvolse con una cintura di sicurezza. Controllò con un gesto secco che fosse ben sistemata e, prima di girarsi, la sfiorò con una carezza leggera. Si tolse lo zaino dalle spalle e lo gettò sul lettino in fondo al camper. Prima di chiudere la porta del camper, scese e si guardò intorno. Il cuore le balzava nel petto graffiando le vene. Si asciugò una lacrima e salì al posto di guida. Accese il motore, si abbandonò sul sedile, strinse il volante di cuoio nero con le mani, espirò e spinse con delicatezza sul pedale dell’acceleratore. Il camper balzò in avanti e la casa sparì dietro il viottolo di selciato.

La striscia nera dell’asfalto le venne incontro anonima e il ritmo delle linee bianche della mezzeria si impennò, acquistando velocità. Un-due-tre, un-due-tre, un-due-tre. Il ritmo si allineò con quello dei pensieri di Anna ma ben presto diventò sempre più veloce trasformandosi in una linea retta e continua. I pensieri della donna sbandarono alla rottura del ritmo, si confusero e si frantumarono contro il muro di asfalto. Il sole apparve dietro la linea della collina, che si avvicinava sempre di più al vetro del camper. Lame sottili di luce infilarono il bosco e si persero tra i rami disperdendosi in mille linee dorate. La bruma lentamente si alzò abbandonando le braccia dei larghi pini e sciogliendosi nel cielo di cobalto.

Anna guardò nello specchio il suo viso sottile, i capelli neri e ricci, duri come le parole che sua lingua sapeva tagliare, gli occhi erano due fessure di brace, le labbra, nonostante tutto, perse nel disegno di un sorriso aggraziato.

Staccò gli occhi dallo specchietto con un gesto stizzito della mano e riprese a guidare nella polvere dell’alba. La strada era vuota, le ombre si allungavano per poi smarrirsi nel bosco. La donna abbassò il finestrino e si immerse nel canto graffiante delle cicale, un martellare metallico. Un-due-tre, un-due-tre, un-due-tre.

I pensieri ritrovarono il passo, tessendo pensieri incontrollati nella testa di Anna che ritrovò il suo largo sorriso. L’immagine riapparve: quegli occhi neri, la barba incolta, la mano che le accarezzava il viso, le labbra rosse che si avvicinavano alle sue, le mani sottili che le sganciavano il reggiseno bianco, la lingua morbida che si infilava tra le sue labbra, il suo folle desiderio, mai provato prima, di sentire il sapore del suo sesso.

D’istinto frenò. Con la coda dell’occhio aveva visto l’ombra dell’animale che si gettò sull’asfalto tagliandole la strada. Inchiodò sul freno e il camper sbandò. Entrò in azione l’abs, la vettura tremò a scatti e lentamente si fermò impedendo il testa-coda. L’immagine dell’uomo era svanita nella sua mente e il sapore dolce della carne pulsante dell’uomo si trasformò in un aroma metallico, ferroso. Per lo spavento Anna si era morsa il labbro, si passò un dito sul labbro e vide la striscia rossa del sangue. Guardò nello specchietto e vide che sulla strada, non c’era nessuno. Per fortuna, pensò con un sospiro di sollievo. Scese dal camper e vide che che non c’erano ammaccature sul muso bianco. D’istinto guardò sotto la macchina ma non vide nulla. Calmò il respiro e nel silenzio della campagna, perché le cicale avevano smesso di frinire, ascoltò. Non sentì nulla ma lo vide. Sul ciglio della strada, sul bordo dell’altra corsia, un cucciolo di cane, nero come i suoi pensieri, la guardava con la lingua penzoloni.

“Ma sei scemo?” pensò dentro di sé. La stessa cosa, probabilmente, pensò il cane di lei.

Poi, scuotendo la testa riccioluta, si avvicinò al cane. Si accovacciò, a debita distanza, e continuò a guardarlo dritto negli occhi.

“Ti-sei-fatto-male?” gli disse con voce bassa. Il cane annusò l’aria e poi piegò la testa di lato.

Lei alzò la mano destra e lasciò ferma, a mezz’aria. Il cane si avvicinò, guardingo. Poi infilò la sua testa sotto la mano di Anna che lo accarezzò delicatamente. Il cucciolo, rinfrancato, si infilò tra le gambe della donna e si strusciò.

Lei gli poggiò una guancia sul pelo lucido nero e gli strofinò le mani sui fianchi. Gli prese il muso tra le dita, lo guardò negli occhi e prese la decisione. “Dai, vieni, salta su!”

“Perché no?” pensò dentro di sé. Il cane scodinzolò, girò intorno a sé stesso e poi si infilò nel camper, accovacciandosi nel sedile al fianco del posto di guida.

Anna lo guardò, gli sorrise, gli fece pat-pat sulla testa e ripartì. Dopo qualche minuto il rollìo della vettura fece addormentare il piccolo cane che nel frattempo si era arrotolato e messo comodo sul sedile. Anna non poté fare a meno di sorridere.

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