La promessa (parte 3)

Il camper si arrampicava placido lungo la strada incurvata e i suoi ampi tornanti. Lei si ricordò che fossero dieci. Non aveva fretta di arrivare al suo destino, ora voleva saggiare la bellezza della strada e della montagna. Abbassò il vetro del finestrino e l’aria frizzante, fredda, le assalì la pelle. Il cane si precipitò nel sedile al suo fianco e le abbaiò. Lei sorrise a quella richiesta e abbassò anche l’altro finestrino. Il cane si affacciò con il muso sollevato. Si girò verso di lei e abbaiò felice. Anna scosse la testa divertita all’idea che quel momento così intimo lo stesse condividendo con un trovatello.

Dopo il decimo tornante la strada terminò la sua arrampicata. Anna rimase sorpresa, la memoria non l’aveva ingannata. Percorse gli ultimi chilometri in mezzo ad un panorama sorprendente in cui si mescolava il bosco, fitto di lecci e abeti, a grandi ghiaioni in cui rocce appuntite erano avvolte da pietrisco. Al centro di quella distesa lunare si inerpicava un sentiero delimitato da un basso muretto a secco. Anna rallentò per ammirarlo, colpita dalla sua bellezza essenziale, e fu attratta dai colori vivaci dei maglioni di una famiglia trainata da un enorme cane bianco. Il piccolo cane nero annusò l’aria, si alzò impettito sul sedile si tuffò verso il finestrino, arrampicandosi sulle gambe di Anna, abbaiando furiosamente. Il camper bianco arrivò ad una casupola di legno chiaro e lucido, evidentemente nuova, all’ingresso di un largo spiazzo. Una ragazza dal corpo un po’ tarchiato e dai fianchi larghi si abbassò verso il finestrino. Il cane si appoggiò allo sportello scodinzolando furiosamente. La ragazza dagli occhi chiari sorrise, arricciando il naso, e passò a spiegare meticolosamente a Anna, che annuiva lentamente, come funzionava l’ingresso. Pagò il biglietto, cercò di tirare giù il cane e accelerò verso il parcheggio che le aveva indicato la ragazza.

Percorse ancora qualche centinaio di metri per arrivare allo spiazzo successivo, si infilò in un sentiero ghiaioso e appena si allargò limitato da un recinto di piccoli tronchi di legno, parcheggiò il camper sotto l’ombra di un enorme quercia.

Il cane scodinzolò felice perché aveva capito che il viaggio era finito. La donna appoggiò la testa sul volante e chiuse gli occhi per qualche secondo. Il cane si fermò e la osservò preoccupato. Poi si avvicinò e si infilò sotto il suo mento leccandole le mani. Anna alzò la testa, lo guardò e lo abbracciò con forza sorridendo.

“Ok, andiamo… ma prima… prima…” il cane la guardava con le orecchie drizzate sulla testa “…devo trovarti un nome!” e gli scosse la testa con un paio di pacche.

“Vediamo….” e si fermò a pensare. “Ecco! Ti chiamerai Pippo! Così riabilitiamo il Pippo tontolone della Disney. Tu di certo non sei un buon fessacchiotto…” e gli poggiò la testa sul muso paffutello “…ma un bel drittone!” e gli stampò un bacio rumoroso in mezzo agli occhi. E Pippo riprese a scodinzolare felice.

“Beh…” disse la donna “ora tocca a noi!”

Si infilò nel camper, slacciò la cintura che avvolgeva il vaso di ceramica e lo prese in braccio, come fosse un bambino. Il cane seguiva i suoi movimenti con uno sguardo severo, in silenzio e muovendosi piano come se avesse intuito l’importanza di ciò che stava per accadere.

Anna aprì lo sportello del camper e scese insieme a Pippo. Richiuse a chiave. Gettò uno sguardo intorno a sé. Non c’erano molte macchine, ma un paio di pullman vuoti. Dalle targhe intuì trattarsi di turisti tedeschi.

Chiamò il cane e si avviò su una scaletta di tronchi. Fu colpita da un rombo sordo, un rumore crescente di acqua che spaccava il silenzio del bosco. Un leggero vento si infilava tra i rami degli alberi alti e frondosi. L’ombra era verde e intensa, provocata anche dal tramonto in un cielo color pesca. Anna fu colpita dalle foglie che sventolavano nell’aria. Gocce gonfie di acqua scivolavano verso la terra e rifrangevano gli ultimi raggi del sole. Pippo camminava sulla terra con un passo sincopato, intimorito dal pietrisco che avvertiva infastidito sotto i cuscini delle zampe. Anna era concentrata ma fu comunque attratta dai movimenti del suo buffo cane.

All’improvviso si trovarono sopra il torrente che scivolava violento in un piccolo letto avvallato nella terra nera e fra le rocce muschiate. La donna lo guardò ammirata con la coda dell’occhio ma continuò a camminare. Ora era arrivato il momento e non voleva più attendere.

Rammentò che il sentiero non fosse molto lungo ed infatti, dopo una decina di minuti il torrente rallentò la sua forza e il rombo delle pietre che scivolavano nel letto si ridusse progressivamente.

Il primo che lo vide fu il cane che si fermò di colpo, confuso e colpito. Anna prima guardò il cane e poi fissò la scena davanti a sé. Il lago di smeraldo emerse dalle fronde degli alberi e si allargò placido e magnifico nella sua glaciale bellezza. L’acqua era limpida e trasparente; la donna intravide i tronchi enormi pietrificati nel fondo dell’invaso, i branchi di pesci che scivolavano lentamente vicino alla riva. Alcuni turisti erano piantati, a gambe larghe, sulla riva. Erano persone di mezza età, grasse e dalla pelle chiara. La donna immaginò fossero i turisti arrivati con i pullman. Si orientò con lo sguardo e si diresse, rapida, verso il sentiero alla sua destra. Lei e il cane si inoltrarono nel bosco che costeggiava le pareti delle montagne, al cui centro c’era il piccolo lago. Camminarono per una mezzoretta sino a quando, superati i turisti sparpagliati sul lungolago, entrarono in uno stretto sentiero nel mezzo di un muro di rocce alte, segnate dal vento e dal ghiaccio millenario. La terra diventò nera e umida, il muschio era ovunque, i tronchi degli alberi larghi e nodosi e si intrecciavano nelle profondità della terra e della pietra. Sulla destra risalì il rombo spumeggiante di un altro torrente che però era nascosto nel bosco. Dopo un centinaio di metri vide Pippo saltellare su un rigagnolo di acqua trasparente che correva sotto i suoi piedi. Si fermò e osservò l’acqua colare dalle rocce alte alla sua destra. Allungò una mano e assaggiò l’acqua gelida raccolta nel palmo della sua mano. Si bagnò il collo. Fece un gesto con la testa al cane e ripresero il cammino. Dopo una piccola curva immersa nei rami se la trovarono davanti. Era rimasta esattamente come l’aveva impressa nel suo ricordo. La guardò e un grumo di profonda tristezza le strinse lo stomaco. Era il posto più bello che avesse mai visto. La casa, si notava, era abbandonata da tempo ma rimaneva splendida nella sua bellezza primordiale. Una piccola baita di legno tinto di verde scuro. Una baita a due piani. Le imposte, color verde acqua, erano serrate. Il cane guardò la donna. Lei gli disse: “vai!” e lui, finalmente felice, iniziò a correre lungo la spiazzo scodinzolando.

Anna prese dalla tasca le chiavi, salì i due gradini, e aprì con la mano tremante la porta. L’odore di chiuso e di legno stagionato le fece arricciare il naso. Il buio dentro era totale. A tentoni trovò il tavolo e vi poggiò l’anfora. Si avvicinò e aprì la finestra, spalancando l’imposta. Il vento portò il profumo del bosco dentro la casa abbandonata. Lentamente la donna spalancò tutte le finestre e la luce ormai morente del sole illuminò la stanza. Ricordò le istruzioni, aprì la dispensa di legno spesso che copriva l’unico tramezzo interno. Trovò la lampada e le candele. Le accese e la luce tremolante del fuoco si allargò illuminando con un colore arancione la stanza. Anna si abbandonò su una sedia vicino al grande tavolo e si guardò intorno. I ricordi pian piano le affiorarono alla mente. Si rivide bambina correre per quello spazio che allora le pareva enorme, le partite a carte la sera prima di cena, i racconti tramandati delle fiabe del bosco, il letto gonfio di lana nella sua stanza al piano superiore. Grosse lacrime iniziarono a scenderle sulle guance. E le asciugò con una mano e pensò che non fosse il momento.

Si alzò, prese l’anfora e l’abbracciò con cura. Uscì dalla casa e si diresse verso la riva sul lago. Pippo saltellante le andò incontro. La guardò e si fermò ai suoi piedi. Anna continuò a camminare. Arrivò al bordo dell’acqua, immobile. Il cielo iniziò a tinteggiarsi di stelle. La luna era già alta e si specchiava nell’acqua. Lei abbassò la testa, inspirò e aprì l’anfora.

La promessa (parte 2)

La promessa (parte 1)

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