C’era una volta (parte quarta)

Camminando piegato costeggiai il lato della costruzione, il più silenziosamente possibile. Poco prima di arrivare all’angolo dove si trovava l’unico ingresso vidi una finestra. Guardingo cercai di sbirciare all’interno. Il vetro era lurido e sporco di fango. Con una mano cercai di togliere uno strato di sporco. Ci riuscii e buttai uno sguardo. L’interno pareva enorme, un largo spazio vuoto. Mi spostai subito e poi riguardai. E lo vidi. Era per terra, pareva un fantoccio per la posizione innaturale delle gambe. Era un uomo adulto con un lungo tubo infilato nel petto. Mi spostai di nuovo e rapidamente ripresi a correre verso l’ingresso. Intuii il pericolo per la ragazzina. Girai l’angolo, mancavano pochi metri all’ingresso. Li percorsi con poche falcate. Mi fermai dietro la porta di ferro aperta. Inspirai a fondo e mi affacciai, con il coltello in mano. Il silenzio era profondo, denso. L’uomo era a terra, di fronte a me, un largo tubo di metallo infilato all’altezza del cuore. Poco più avanti vidi qualcos’altro per terra, come un cumulo di abiti gettati alla rinfusa. Alzai la testa, feci appena in tempo a vedere il cavallo magrissimo legato alla base di una trave di ferro che arrivò la botta. Un colpo metallico violento alla testa. Avvertii il dolore secco e l’eco della botta. Poi scese il buio.

Non so quanto tempo trascorse. Un dolore violento, sulla nuca, trafisse il buio. Riaprii gli occhi. Vedevo sfocato, come se tutto fosse avvolto da una nebbia rossastra. Il dolore, però, si mescolava a una sensazione di piacere fisico. Pensai ad Eleonora. Chiamai il suo nome. Senza risposta.

Cercai di muovermi ma le braccia erano bloccate. Qualcuno mi aveva legato e dal rumore di metallo intuii di essere stato bloccato con delle catene. La vista iniziò a ristabilirsi e le cose ripresero una dimensione. Ero dentro l’hangar e l’aria era densa e collosa, la luce era grigio scuro come il metallo delle pareti. Sentii un mugolio. Non capii da dove provenisse e quella sensazione di piacere che lentamente aumentava, assunse anch’essa una dimensione. Cercai di rialzare la testa e una fitta violenta mi scosse, mi sforzai di guardare verso il punto del piacere. Quando vidi quel che stava accadendo, scattai con furia gridando: “Ehiii, che stai facendo?!!!”. Cercai di sedermi, la testa urlava per le trafitture e le mani bloccate dal metallo si graffiarono, ma riuscii a sedermi scalciando, perchè le gambe erano libere. La ragazzina allontanò le labbra dal pene e mi guardò con i suoi grandi occhi verdi.

Cercai di allontanarmi da quel viso color latte, scartando per terra.

Ma sei matta????”, le urlai.

Lei sorrise e si passò una mano sulle labbra, asciugandole.

I suoi occhi erano grandi, limpidi, con un lampo di malizia. La guardai, offuscato dal dolore e dalla rabbia. Il suo corpo era un mucchio di ossa, un’adolescente dai capelli rossastri, un viso triangolare smunto pieno di lentiggini chiare. Era molto bella nonostante la sporcizia e la malnutrizione. Cercai di intuirne l’età. Era sicuramente molto giovane, troppo piccola per fare un simile gesto ad un uomo a cui, tra l’altro, aveva cercato di spaccare la testa.

Nel frattempo, recuperata un minimo di lucidità, mi guardai velocemente intorno alla ricerca degli uomini che avevo visto durante la notte e che la tenevano rinchiusa nella gabbia. Il corpo a terra doveva essere di uno di loro. Chi l’aveva ucciso?

Dove sono gli altri uomini?” le chiesi a voce bassa. Lei mi guardava, seduta a gambe incrociate. Non rispose. “Capisci quello che dico? Liberami, presto! Dove sono? Chi ha ucciso quell’uomo?”

Lei continuò a non rispondere. Si passò una mano tra i capelli e poi la guardò, come se non la riconoscesse. Mi fece un cenno con la testa verso un angolo dell’hangar. Era scuro, lì in fondo. Erano accatastate lastre di metallo, eliche grigie, tute ammucchiate e impolverate. Socchiusi gli occhi e vidi ciò che mi aveva indicato. Per terra. Uno era quello che credetti essere un mucchio di vestiti. Invece era un altro corpo. Poco più in là c’era il terzo uomo. Che era successo lì dentro? Entrambi erano immersi in una larga pozza nera. Raggelai.

Liberami! Ti prego! Posso aiutarti: Dobbiamo fare presto, prima che chi ha fatto questo macello ritorni!”

Lei, sempre in silenzio, mi guardò come se non capisse. Poi piegò la testa di lato e si avvicinò. Allungò una mano per toccarmi il pene. Mi spostai rapido e un’altra trafittura mi penetrò la testa.

Stai ferma!!!” Le dissi, cercando di non alzare troppo la voce. “Ma che ti prende? Sei una ragazzina!”.

Alzò la testa e corrugando la fronte mi guardò dritta negli occhi con il suo sguardo limpido, incredibilmente ingenuo. Pensai che ci fosse una perversa contraddizione in quella assurda situazione.

Chiusi gli occhi e mi abbandonai. Non avevo più le forze per affrontare tutto questo. Mi apparvero le immagini delle ultime ore prima della tragedia, l’abbraccio ad Andrea, la sua testolina bionda che affondava nel mio cappotto e la mia mano che lo accarezzava delicatamente. Respirai il profumo speziato di Eleonora, la punta del suo seno che mi sfiorava; la porta di casa che si chiudeva alle mie spalle, la luce del sole che accecava gli occhi, il profumo dell’erba del prato che avevo falciato la domenica prima. Risentii il sibilo del vento freddo che scuoteva delicatamente le foglie degli alberi intorno al vialetto.

Scossi i pensieri e riaprii gli occhi. Ora, intorno a me, era tutto spento, morto, finito. Cercai di riafferrare il ricordo del verde dell’erba ma non lo ricordai più.

C’era una volta (parte terza)

C’era una volta (parte seconda)

C’era una volta (parte prima)

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