C’era una volta (parte sesta)

Annuii, sconvolto. La guardai, ancora una volta. Dopo qualche minuto di silenzio iniziai a parlarle.

Avevo una famiglia. Mia moglie si chiamava Eleonora. Avevamo un bambino, avrebbe dovuto compiere dieci anni. Li amavo come non si può raccontare. Non esistono parole, non ci sono aggettivi per dare sostanza a quell’amore. Erano la cosa migliore che potessi incontrare nella mia vita. Il punto è che non me ne rendevo conto. La notte in cui scoppiarono le bombe e ci furono gli attacchi, io non ero in casa. Ero in viaggio a Roma, come spesso mi capitava, per lavoro. Quella notte ero con una donna nella mia camera.” Scossi la testa chiudendo gli occhi per scacciare il ricordo.

Avevo bevuto un po’ troppo. Non so nemmeno il suo nome. Era una collega di lavoro. Una situazione come tante. Ci hanno scritto libri, girato film, dedicato articoli di giornale.”

Sospirai. “Me la ritrovai alle spalle nel corridoio dell’albergo, mi abbracciò, mi baciò, la feci entrare nella mia camera. Cercò di spogliarmi ma vomitai per il senso di colpa, per il fastidio che mi dava avere le sue mani sul mio corpo. Vomitai quello che avevo dentro la mia testa, non solo quello che avevo nello stomaco. Non la toccai! Capisci! Non la toccai! Non la potevo toccare, non la desideravo! Ma era nella mia camera! Non mi ricordo nemmeno il suono della sua voce! Il suo alito era terribile mentre quello di Eleonora è pulito, profumato!…” “Scoppiò la prima bomba in Italia. Un lampo, un boato terribile. E iniziò la fine.”

Lei si sedette, vicino a me.

Non ricordo come riuscii a scappare. Non ricordo come riuscii ad arrivare a casa mia. E’ tutto così offuscato nella mia testa. E’ come se tutto fosse avvolto in una nebbia umida, nera come il fumo che avevo respirato per giorni.”

Le lacrime iniziarono a scivolare sulle guance. Erano calde, ma ero scosso da brividi gelati, da muti singhiozzi che non avevano la forza di uscire.

Lei mi prese una mano. Era morbida. Non toccavo la pelle di una bambina da molto tempo.

Continua.” mi chiese “Racconta.”

La mia casa era in campagna, in un piccolo paese molto lontano da qui. Abitavo al sud. Quando arrivai la casa era ancora in piedi. Ma quando entrai trovai tutto devastato, distrutto. Mobili, muri, porte, finestre. Era stato tutto spezzato, frantumato, violato. Mi misi a correre per tutta la casa, cercando Eleonora e Andrea, gridando i loro nomi. Mi precipitai in cucina. La porta dello scantinato era chiusa. La sfondai e mi ritrovai nel buio. Scesi le scale. La puzza era terribile. Scivolai sugli ultimi scalini e mi ritrovai per terra. La torcia era rotolata più avanti. E li vidi. Vidi i loro corpi appesi, torturati…”

Non riuscii ad andare avanti. Urlai il mio orrore. Chiusi gli occhi e rividi il viso di Eleonora e quello di Andrea. Erano sfocati, i contorni annebbiati. Iniziavo a non ricordare più il loro viso. Scoppia a piangere. Non mi sarebbe rimasto più nulla. Forse, era davvero arrivato il momento di morire. Forse quella ragazza era arrivata nel momento giusto. “Uccidimi!” le urlai.

Sentii uno scatto e un tonfo sordo e metallico. Aprii gli occhi. Lei era in piedi, al mio fianco.

Sei libero.” Mi guardai le mani, sporche di fango rappreso. Le mie mani. Poi guardai lei, il suo viso così giovane, e sentii un tonfo al cuore. Era una bambina, ancora. Non potevo lasciarla da sola. Mi alzai e aprii le braccia.

Fidati” riuscii solo a mormorare.

Lei chinò il capo.

Vieni. Non avere paura.”

Si avvicinò. Non mi mossi. Doveva essere lei a decidere. Vidi i suoi occhi guardare un palo che era per terra vicino a noi. Poi alzò il viso e fissò i miei occhi.

Venne da me. La circondai con le braccia e la strinsi delicatamente. Le poggiai una mano sui capelli e la accarezzai piano.

Ora piangi.”

E le lacrime le uscirono, libere. Iniziò a singhiozzare violentemente. Il suo corpo era scosso da singulti terribili. La tenevo stretta. Rividi i capelli biondi di Andrea tra le mie mani, il suo piccolo viso sorridente. Sentii la mia voce mormorare una canzone. Era una vecchia nenia che cantavo ad Andrea per farlo addormentare quando si era svegliato per un incubo.

Ti proteggerò io. Il mio nome è Alberto.”

Tra un singhiozzo e l’altro lei disse, con voce screziata “Il mio nome è Caitlin”

Un frullare leggero rimbombò alla nostra sinistra. Mi girai di scatto. Sulla porta ondeggiavano due poiane. Una era immobile nell’aria, ferma nello stesso punto, sbatteva le ali e abbassava la testa guardando verso di noi.

Guarda, Caitlin!” le dissi. E con la mano le indicai la porta.

Lei si girò e guardò gli uccelli, due virgole scure disegnate sullo sfondo del cielo grigio. Un timido sorriso le si disegnò sul viso.

All’orizzonte, all’improvviso, una linea color pesca tagliò il cielo.

Era il tramonto.

FINE

C’era una volta (parte quinta)

Questa voce è stata pubblicata in Racconti. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *