Il MacBook e la bestia

Mi guardo intorno con la testa nell’ovatta. Nello studio la lampada sfiora il piano di legno scuro con la sua luce arancione. Mucchi di carte sono accatastati sulle due scrivanie. Pacchi di libri da leggere sono appoggiati, in un precario equilibrio, dappertutto.
Mi guardo intorno e non capisco come possa essere arrivato a questo punto. Non lo capisco, eppure ci sono dentro. Sono tre giorni che la mia vita è sospesa. Fuori da questa stanza, tutto vive. Come sempre. Qui dentro no. Sono stato ingoiato dalla tecnologia. Di me non resta più nulla.
Tutta la mia vita l’avevo infilata dentro un portatile: il mio amato e fidato MacBook Pro unibody. L’ho curato come un figlio, accarezzato tutte le mattine appena sveglio, tutte le sere prima di andare a dormire e talvolta anche prima di infilare i bambini nei loro letti. Gli avevo affidato la mia vita: foto, filmati, scritti, corsi di formazione, software regolarmente acquistato, password dei mille siti a cui mi sono iscritto nel tempo, decine di migliaia di mail ricevute, inviate, custodite. Gli avevo affidato tutte le emozioni infilate in milioni di parole, decine di relazioni alimentate con la scrittura, migliaia di fotografie che impacchettano la memoria e i ricordi che ne fanno la pancia. Tutto era infilato in quel piccolo oggetto metallico. I suoi piccoli tasti di gomma neri, illuminati dalla luce di una fibra ottica, erano la compagnia serale nella mia ricerca delle parole. Ho scritto tutto su quel Mac. I miei racconti sono stati scritti con quei tasti. Tutti. Non riuscirei a scrivere nulla pestando su altri tasti.
All’improvviso, tre giorni fa, il MacBook Pro unibody si è rotto. Il suo disco rigido arranca, rantolando con un lento cigolio metallico. Le finestre del Finder restano bloccate. La rotellina, con i suoi brillanti colori dell’arcobaleno, gira muta senza fermarsi mai. Nella penombra silenziosa e polverosa della stanza mi sembra, così all’improvviso, di sentire il suo affanno dispiaciuto.
Mi sdraio sulla poltrona, con gli occhi spalancati e muti, e lo osservo impotente. Lui è sulla scrivania, sta esalando i suoi ultimi bip cercando di salvare il salvabile. Sa già che non riuscirà a farlo ma tenta ugualmente. Io accavallo le gambe, mi allungo sulla stoffa grigia con il disegno stampato di larghe rose azzurre. Mi chiedo chi possa aver disegnato un fiore dal colore così improbabile. È solo un attimo. Mi prendo il viso tra le mani e sprofondo nel pensiero, ora lucido, di aver perso tutto.
Guardo di sottecchi gli altri due pc alle spalle del MacBook Pro unibody. Con lo sguardo disgustato penso per un attimo che potrebbero prendere il su posto. Mi immagino seduto alla sedia a scrivere su quelle orribili tastiere nere piene di polvere annidata. Scuoto la testa.
No, non potrei mai farlo. È il nemico.
È un attimo. Poi si infila nella testa un pensiero strano, dal sapore zuccherino. Sono tre giorni che vivo (vivo?) in questa stanza nel tentativo di rianimare il mio mac o almeno di salvare qualche cosa. Sono tre giorni che osservo uno schermo immobile, che tento di resettare, riavviare, reinstallare, monitorare, pingare, forumare, riesumare, strolicare, salvare. Ed è tutto inutile. È morto. E con lui è andato via un pezzo della mia vita di cui si perderanno per sempre tutte le tracce e tutte le testimonianze. Forse qualche frammento lo rintraccerò su internet ma saranno solo pallide fotocopie di originali che erano colorati e vivevano di vita propria. Non resterà più nulla.
Beh, lo so: bastava fare un semplice back up. Lo so,non sono così sprovveduto. Ma mi credereste se vi dicessi che il back up lo facevo molto spesso su due dischi rigidi differenti e che si sono rotti tutti e due? Quando? La sera prima che si rompesse il mio Mac.
Ci ripenso e calde lacrime scendono sulle mie guance.
Mi stravacco ancor di più sulla poltrona, assumendo una posizione contorta.
Ho perso tutto. Il mio sguardo va oltre la finestra e si immerge nei rami folti degli alberi, nel cielo color pesca del tramonto, in uno stormo di gabbiani che passa lento sopra l’orizzonte. Vedo un sottile filo di fumo bianco alzarsi dal comignolo di una casa bassa, da qualche parte in mezzo agli alberi.
Inspiro profondamente. Mi perdo nel blu scuro del cielo e, finalmente, mi sento leggero. I ricordi si affacciano improvvisamente nella mente. La nascita dei bambini, i lunghi viaggi verso la montagna, il freddo pungente del mattino su un lago verde smeraldo, il caldo secco sulla riva del mare in un giorno di ferragosto del 2008, i torrioni di San Gimignano, la penombra umida di una canonica in cui cullo Francesco il giorno del suo battesimo. I ricordi sono tutti lì, nella mia mente. Non sono cancellati. I racconti li ritroverò perché sono usciti da qualche parte dentro di me.
Sono tre giorni che sono prigioniero. Sono tre giorni che ho smesso di essere. Mi alzo dalla poltrona. In due passi sono vicino al MacBook Pro unibody. Lo guardo con tenerezza. Lo sfioro con le dita. Con un gesto secco lo chiudo e stacco il carica batterie.
Farò un prestito e ne comprerò un altro. Magari, per risparmiare, prenderò un Asus, o un Samsung….
No. Questo non lo posso fare!
Nel frattempo queste righe le scrivo con l’iPad.
Non si sa mai…
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