La tazza e il passero

La stanza era in penombra. Il fascio di luce gialla del sole filtrava tra i rami delle piante sul balcone. Giorgio appoggiò il viso sulla mano e guardò con gli occhi socchiusi l’alba che si accendeva lentamente. Era sveglio da ore perché non riusciva a dormire, sommerso dai pensieri che ronzavano ininterrottamente nella sua testa. Le orecchie gli pulsavano doloranti a causa di quel chiacchiericcio insopportabile. La mattina però, al sorgere del sole, tutto svaniva, così come si era presentato, e finalmente il silenzio lo avvolgeva, quasi fosse un sudario rinfrescante.

Giorgio restò a osservare incantato le tracce di polvere galleggianti nel cilindro di luce sempre più intenso. Dalla finestra spalancata entrò, con un crescendo musicale, il cicaleccio dei passeri che si svegliavano tra le fronde dei pini centenari nella campagna vicina. Nella villetta di fronte una luce si accese in cucina. L’uomo, con la mano aperta, lisciò il legno scuro e nodoso del vecchio tavolo e poi si alzò.

Andò in cucina, un piccolo spazio stretto e lungo. Aprì l’anta della dispensa e tirò fuori il barattolo di vetro scheggiato del caffè e quello di ceramica color ruggine dello zucchero. Svitò la Moka, buttò i residui del caffè del giorno prima nel contenitore dell’umido, e sciacquò la caffettiera sotto un getto forte di acqua gelida. La lavò con attenzione, passando le dita con forza lungo le filettature cromate del serbatoio. La asciugò meticolosamente. La riempì sino al livello della valvola dorata, infilò il filtro e lo riempì con la polvere marrone del caffè. Giorgio abbassò la testa e si assicurò che la montagnetta di polvere fosse alta al punto giusto. Il caffè la mattina doveva essere denso e dal sapore forte.

Avvitò la moka e accese il fuoco.

Ritornò nella stanza, aprì l’anta della parete attrezzata e prese una tazza. Si avvicinò al tavolo, trascinando i piedi infilati nelle ciabatte scolorite e si sedette su una sedia impagliata. Un paio di fili si erano staccati e si chiese, in un pensiero fuggente, dove avrebbe potuto farla sistemare oppure acquistarne una nuova. Non si seppe dare una risposta.

Poggiò le mani aperte sul tavolo. Rimase fermo ad osservare il nulla silenzioso di quel mattino, accarezzando il legno graffiato. Si risvegliò di scatto, vide il pacco azzurro dei biscotti. Tolse la molletta con cui lo chiudeva, aprì la carta, ne prese uno e lo sgranocchiò lentamente.

Il sole si stava alzando nel cielo. Le nuvole lo circondavano, batuffoli di cotone sporco sul blu cobalto. Una folata di vento passò veloce tra le foglie del gelsomino sul balcone. Un passero, al fianco della pianta, lo guardava con la testa piegata di lato. Era appoggiato elegante sul passamano nero. L’uomo piegò la testa nello stesso modo dell’uccellino e fischiò a intermittenza. Il passero volò via spaventato dal suo fischio rauco. Giorgio sentì il frullare delle ali nell’aria. Sospirò, il ronzio nelle orecchie si era dissolto completamente e lui ne era sollevato, ma non felice.

Il gorgoglìo del caffè lo raggiunse. Lui si alzò di scatto e corse in cucina a spegnere il fuoco sotto la caffettiera. Non sopportava il caffè bruciato. Tornò sui suoi passi, prese la tazza e la portò in cucina. Ne versò il liquido nero e bollente, riempiendola. Si sedette al tavolo, proprio di fronte alla finestra. Un refolo di aria fredda gli sfiorò le guance. Poggiò la mano con la tazza sul tavolo e si soffermò ad osservare, vagamente affascinato, le bolle di fumo bianco che salivano dalla tazza verso il cielo. La brezza le spostava verso la cucina, come se volessero tornare al caldo nella caffettiera. Si rese conto della sciocchezza di quel pensiero ma sorrise.

La luce gialla del sole ormai inondava la stanza. Le pareti, i pochi mobili, i muri bianchi ingrigiti dal tempo, splendevano di un alone lucente che ripulivano tutto. I pensieri, il dolore, la solitudine evaporavano per qualche attimo.

Fu in quel preciso istante che la vide. Una lacrima sottile, chiara. Una goccia trasparente era lì, a metà del fianco color terra della ceramica, immobile. Si fermò ad osservarla cercando di comprendere da dove uscisse. Abbassò la tazza e guardò l’interno colmo del liquido nero del caffè. Poi la rialzò e la avvicinò al viso per guardare meglio. Una riga scura, che disegnava una breve curva, scendeva dal bordo verso il fondo. Al centro di quella riga, più scura, una sottile crepa, quasi invisibile. Di scattò fece ruotare la mano e notò che un’altra, identica, crepa era anche sull’altro lato, parallela alla prima.

Giorgio sorrise al ricordo. Era convinto di averla buttata via quella tazza. E ora, invece, se la ritrovava tra le mani. La poggiò con delicatezza sul legno vecchio e segnato del tavolo. Pensò che fosse giusto ricongiungerli. Erano due fantasmi di un lontano passato, perso nei ricordi e nel tempo. Ora dovevano, sì: dovevano, sfiorarsi di nuovo; per scambiarsi una fugace carezza, consapevoli che la loro fine era vicina.

Giorgio lasciò la tazza sul tavolo e gli parve che si fondesse con un brivido di piacere, quasi un timido orgasmo, al tavolaccio. Appoggiò il viso sulle braccia e la osservò. Il fumo si stava diradando. Aspettò qualche secondo, poi la riprese tra le mani accarezzandola. E bevve il caffè, socchiudendo gli occhi. Era buono e ancora bollente, come piaceva a lui.

Rimase con gli occhi socchiusi. E rivide lei: il viso morbido, gli zigomi sporgenti, i grandi occhi neri insonnoliti, i lunghi ricci profumati del mattino, la vestaglia bianca che lasciava intravedere i capezzoli. Uno spasmo gli strinse lo stomaco.

Riaprì gli occhi. Un passero, con le zampette grigie ben piantate sul pavimento, lo osservava da dietro i fili della zanzariera. L’uccello lo chiamò con insistenza, cinguettando.

Giorgio ingoiò il residuo caffè, poggiò la tazza sul tavolo e si alzò.

Il passero aspettava le sue briciole. Il silenzio tornò limpido nella casa. I ricordi volarono via.

Questa voce è stata pubblicata in Racconti, Sottrazione. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *