Il Canto di Natale

La Chiesa è avvolta da un refolo di vento gelido. Le mura gialle sono scrostate dall’umido che sale dal basso verso l’alto. Ad una certa altezza si blocca. L’intonaco si compatta, ritorna liscio con sottili venature lucide. In alto, dalle grandi vetrate, la luce entra a larghi fasci azzurri. Sono schegge di allegria, macchie colorate che spezzano il grigiore ammuffito della grande sala, piena di gente. Le volte alte, tondeggianti, amplificano il mormorio delle persone, un roboante risalire di chiacchiericcio umido.

Il refolo diventa uno schizzo di aria. Le porte di legno rosso e vetro smerigliato si aprono ed entrano i bambini. Sono due file ordinate, con virgole che sbuffano verso l’esterno, ondeggianti. Sono piccoli, intabarrati nei giubbotti gonfi di piume, gli occhi lucidi dalle lacrime del freddo, i capelli elettrizzati che si alzano come mille spine. I sorrisi sui loro volti si spengono, le espressioni diventano compunte, serie, concentrati nel ruolo a cui saranno costretti per qualche minuto, il rispetto della sacralità del luogo. Un groviglio di impegni seriosi che non comprendono e accettano come una medicina amara che si deve ingoiare perché un adulto minaccioso gli dice che “fa bene”. Come possa un liquido vischioso dal sapore amaro, quello che strappa una smorfia sofferente, fare del bene è un qualcosa che non si può capire. Ma lo dovranno mandar giù comunque e sopportare, con un disgusto che è difficile da accettare.

Il rispetto dura poco. Le loro voci salgono, come l’umido, dal basso verso l’alto e accarezzano le vetrate azzurre e le larghe travi di legno scuro forato dai tarli.

I loro piccoli visi si alzano verso il cielo, come se volessero seguire il volo delle loro parole, le bocche si aprono in una espressione estasiata ad ammirare la bellezza pura dei colori di vetro che accendono la luce del sole. E il silenzio, lentamente, torna nella larga sala della vecchia Chiesa.

I bambini si tolgono i giubbotti e un prato di maglie con decine di sfumature di rosso tinge le panche. La striscia si allarga, si espande e poi stringe verso l’altare.

Il prato si gonfia, monta sulle scale, si stende dal centro verso i lati in un ordine disordinato. Le loro maestre, dal tono di voce discreto, cercano di dare un ordine: i più bassi giù, i più alti su. Ma è tutto inutile. Gli amici non si scollano gli uni dagli altri, le bambine saltellano cercandosi nelle sfumature rosse, con punte di arancione sfuggite al controllo rigoroso delle mamme pantone. È un rimescolamento vitale, che strappa sorrisi lacerati ai genitori; sono consapevoli che nulla si può opporre alla complicità e agli affetti consolidatisi nelle classi, odorose di ammoniaca e muffa.

Le maestre scuotono la testa, ma anche sui loro visi si stendono sorrisi di complicità verso i “loro” bambini.

Arriva il parroco. È un frate dal saio gonfio, la schiena ingobbita e il viso coperto da larghe macchie rosse. La sua espressione vorrebbe essere un sorriso ma l’impressione è quella di una smorfia dolorante, di una rancorosa accettazione di un ruolo che qualcuno gli ha affibbiato e che ingoia con la stessa consapevolezza con cui il bambino manda giù in gola la medicina amara.

Il frate prende il microfono, parla, sorride ma non lo ascolto. Guardo i bambini, di nuovo assorti nel ruolo, le maestre, le cui mani si stringono nervose, e i genitori che hanno già estratto dalle tasche le telecamere, gli iphone, i blackberry. Sono pronti a filmare tutto e per farlo si perderanno la vista, dal vivo, dei loro figli. Certo, potranno rivedere il filmato quando e come vorranno, costringeranno colleghi, amici, amanti a rivedere con loro decine di volte quel brutto filmino tremolante. Le loro mani tremeranno per l’emozione di riprendere i loro bambini. Magari dopo si sentiranno stupidi ma in quel momento saranno eccitati, pronti a godere di un orgasmo rubato.

Il frate termina. Il silenzio è totale. Alzo lo sguardo e guardo la scritta bianca sul vetro azzurro.

Pax.

Il tic di un tasto premuto rimbomba nella sala della canonica. La musica graffia il silenzio e rimbomba sui muri. Il canto dei bambini inciampa nelle timidezze di quei visi piccoli. Poi sale veloce e spezza le ipocrisie. L’allegria pervade i muri, si arrampica sui vetri, si spande al di fuori della sala.

Le loro piccole mani si alzano e danzano, vomitano lo sciroppo amaro che hanno dovuto ingoiare all’ingresso nella chiesa, gettano via il sapore amaro dei doveri. Ora giocano, fanno i bambini.

Sospiro.

Pax.

Finalmente.

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