Una carta dal passato

Ho tirato giù dalla libreria tutte le mie carte. Immerso nella polvere svolazzante nell’aria, un vago sentore di muffa e di umido, ho scaraventato sul pavimento decine di faldoni dai mille colori: cartelline gialle, rosse, verdi, azzurrine, trasparenti, fogli singoli dagli angoli stropicciati e ingialliti dalla luce, veline battute a macchina chissà quanto tempo fa. Per ore le ho ammonticchiate in un angolo, divise, di nuovo accatastate in un disordine totale. Mi chiedevo, non riuscendo a fermare la mani, in che ordine sistemarle. Prima di avventarmi su di loro mi ero creato uno schema mentale essenziale e credibile. Di fronte a tanto lavoro e all’impossibilità di rispettare un ordine che era solo teorico che non avevo nemmeno in testa, mi sono perso.

Ho iniziato ad aprire ogni cartellina, svuotandole di ogni foglio. Ho letto, osservato, ricordato, ordinato più o meno. Le cartelle vuote da un lato; le carte divise in gruppi da un altro. Passate un altro paio di ore, mi sono accorto che i mucchietti di fogli erano troppi e non mi ricordavo più quale fosse la sequenza e la logica, ammesso che ce ne fosse mai stata una.

Ero seduto per terra, in uno spazio piccolo in cui mi muovevo a fatica, riuscendo solo a compiere le torsioni minime per spostare la carte da un lato all’altro. Alle mie spalle il ronzio del computer che lavorava al rendering di un’immagine che avevo elaborato: un piccolo scoglio in mezzo al mare agitato. Un pezzo di roccia sepolto da erba lunga e fiori colorati sotto un largo albero di ciliege. Il tutto in controluce ad un cielo in gran parte annuvolato ma con un sole accecante, i cui raggi filtravano tra i rami nodosi dell’albero. Il punto di vista della telecamera era incorniciato, in basso, da altra erba e fiori illuminati dal sole. Mi sembrava di sentire nelle mie orecchie il vento che soffiava furioso tra i flutti delle onde scure e ascoltavo il fruscio delle foglie insolentite dalle bordate di aria fresca.

Era come se fossi su quello scoglio, con la schiena appoggiata al tronco maestoso di quell’albero e sotto di me l’erba umida con il suo profumo, sollevato dal vento insieme a quello dolce e anche un po’ nauseante dei fiori. Sul viso avvertivo chiaramente le gocce salate dell’acqua che spumeggiava sulle rocce lucide ai miei piedi. Ero consapevole della solitudine, la percepivo con lucidità, ma mi sentivo sereno. Ero nel posto giusto, al momento giusto.

Scossi la testa per tornare al mio lavoro ma non riuscivo a liberarmi da quella sensazione rilassante anche se il freddo umido l’avvertivo fin dentro le ossa, con le ginocchia doloranti per la terra dura sotto il mio corpo.

Ripresi tra le mani le cartelline, ad aprirle, a smistare il materiale, a stracciare tutto ciò che era inutile. Poi, all’improvviso, è apparsa. L’avevo dimenticata, completamente rimossa dai miei ricordi. Una cartellina verde, il titolo scritto con una penna a spirito con la mia antica scrittura in stampatello pulito, ordinato, pensato. L’ho aperta e una cascata di ricordi è piombata giù inzuppandomi. In quelle centinaia di fogli c’era il cuore, la mente, l’essenza. Lì dentro c’era scritta, riga dopo riga, la verità.

C’era la verità sena filtri, senza infingimenti. Lì dentro c’era il dolore puro, la fantasia, la cattiveria, la reazione, la speranza, l’ambizione, il vuoto.

Ho ritrovato fogli trasparenti, vecchie veline, battute a macchina.

La mia macchina da scrivere, una vecchissima Olivetti di metallo verde con un carrello cigolante. Un giorno la trovai in uno scantinato della filiale di banca in cui lavorava mio padre. Era una domenica mattina, in un inverno freddo e uggioso. La portai a casa, pesantissima, con grande fatica fisica perché ero un ragazzino secco e senza muscoli. La macchina aveva diversi tasti saltati, il carrello che non faceva scorrere il rullo quando si dava il colpo per andare a capo, e la vernice verde scrostata in vari punti. La sistemai, pezzo dopo pezzo, ritoccai con il verde militare i bozzi scrostati, rintracciai i tasti e li attaccai ai perni metallici, la oliai con un olio di macchina Singer, quello delle vecchie macchine da cucire di metallo nero, denso e chiaro. Mi sembrava di percepirne chiaramente il profumo di garage così gradevole perché era la promessa di una macchina da scrivere funzionante e scorrevole tra le mie mani.

La sera tardi, da adolescente, battevo per ore su quei tasti per scriverci storie tra le più disparate. Ho scritto un lungo diario di un’amicizia, il primo amore, una storia di fantascienza, la prosecuzione de “I Cavalieri della Tavola Rotonda”, un monologo teatrale che anni dopo fu veramente recitato da un’attore, sia chiaro: alle primissime armi e non ero certo io, in una piazza. E li ho ritrovati tutti con i segni del tempo passato, residui incartapecoriti e ingialliti di un tempo che avevo rimosso. E ora erano lì, davanti ai miei occhi e ancora tra le mie mani.

Ho accarezzato quei fogli, li ho rimessi nella cartellina con delicatezza.

Un foglio, con un angolo strappato, è comparso, fastidiosamente storto, nella fila impilata e ordinata. Ed è apparso un originale, un clamoroso originale. Era il simbolo di ciò che poteva essere il futuro e che, invece, poi seguì una strada completamente diversa. Era un racconto, il primo vero racconto lungo che avessi scritto fino in fondo. E l’avevo anche intitolato come uno splendido libro di un autore che è sempre stato il mio preferito per la sua essenzialità ma anche per la sua fantasia e umanità. Ne avevo scritte due versioni: una, sdolcinata, che raccontava una storia d’amore a lieto fine. Ma la prima versione era una cruda presa d’atto del dolore che provoca l’amore. Era diviso in due parti. La storia di un incontro con tutte le sue incongruenze e la fine cruda, senza fronzoli, controcorrente, metallica per l’impatto.

Quella che avevo tra le mani era la prima versione. L’ho letta. L’ultimo foglio era pesante tra le mani. Ho preso i fogli, li ho ordinati e li ho rimessi nella cartellina verde. L’ho chiusa e sistemata in un archiviatore rosso nuovo.

Mi sono alzato, le ginocchia doloranti, e mi sono girato verso il monitor del computer. L’immagine era terminata. Le onde sbattevano contro le rocce dello scoglio, il vento sibilava con forza e ne percepivo l’urlo disperato.

Mi guardai intorno e vidi tutto sbiadire, confondersi nella nebbia, poi delle crepe profonde si disegnarono sui muri della stanza. Il mondo crollò, si sgretolò all’improvviso sollevando una nuvola di polvere gialla e grigia. Starnutii e chiusi gli occhi. Li riaprii sentendo il naso pizzicarmi violentemente. Avevo freddo.

Il mare di fronte a me ondeggiava furioso, la spuma sulle onde era bianca, immacolata. Uno stormo di gabbiani giocava con il vento in alto nel cielo chiamandosi l’uno con l’altro con grida acute.

Mi sedetti sull’erba alta, stando attendo a non schiacciare i lunghi fiori azzurri e rosa. Appoggiai la schiena sul tronco duro e ruvido dell’albero di ciliege.

E, finalmente libero, mi addormentai con il canto delle sirene.

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2 risposte a Una carta dal passato

  1. Daniela scrive:

    Galileo, è molto bello!! Non so se i tempi dei verbi sono quelli giusti, ma è un frammento che dice molto, con molte suggestioni. Bello!!

  2. Daniela scrive:

    Scusa, correggo il commento: non ci sono tempi giusti e tempi non giusti…. È che a me interrompevano qualcosa nelle emozioni…. Ma sicuramente dice qualcosa di me!

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