Mille sfumature di grigio

Ci sono giorni in cui correre è difficile. Come oggi. Il passo è pesante, come la testa. Il cielo è grigio antracite e sbaffi di nuvole scendono dalle onde di cotone sporco per tentare di toccare la terra umida. L’aria è immobile, anche se il vento gira in tondo come se fosse alla ricerca di qualcosa. O, forse, gioca solo a rincorrersi una coda invisibile come un cane di quartiere. Il cemento su cui battono forte le mie scarpe è chiazzato di pozzanghere. Stanotte è piovuto e anche se i miei occhi, nel letto in cui era adagiato nervosamente il mio corpo, erano spalancati e il cervello in subbuglio, non ho sentito le gocce sbattere contro la ringhiera del balcone. E’ stata una pioggia leggera, discreta nel buio. Oggi corro lento, pesante, anche se il cronometro dice che il tempo è sempre lo stesso: 5 minuti e 35 secondi per chilometro. Ma il corpo è legato, le gambe di legno. Sono schiacciate dalla mia testa, dai pensieri che continuano ad affollarsi e che non escono, chiusi da un tappo invisibile che ho piazzato io; l’ho calcato bene in modo che anche il movimento della corsa non lo possa far saltare via.

Tump…. tump…. tump…..

Avrei voglia di fermarmi. E’ tutto inutile. Il tempo che passa non lo si ferma. I pensieri cattivi non li si caccia via. L’idea geniale per far andare avanti il racconto che mi ronza in testa da mesi non viene. Il chiodo infilato nel cervello resta lì e si infila sempre più in fondo.

Forse è arrivato il momento di dire basta, di riconoscere che non ce la faccio più.

Guardo l’iphone. L’app (che termine odioso!) mi dice che ho corso per circa quattro chilometri e non me ne sono accorto. Il tempo è perfettamente in media, il respiro tutto sommato è buono anche se ho un peso che mi chiude il collo. Sto per fermarmi, spento come se qualcuno mi avesse spento la luce. Non ho più la voglia di correre, il desiderio sorridente di andare avanti.

All’improvviso, attesa, dal cielo scuro inizia a cadere una leggera pioggia. Sono gocce piccole, quasi invisibili. Gli occhiali si bagnano e il mondo si trasforma, lentamente, in uno schermo deformato. Mi alzo il cappuccio del giubbotto antivento. Mi sento come se avessi la testa infilata in una palla di vetro. I rumori delle poche auto che mi sfiorano si amplificano, si disperdono nell’aria e ne smarrisco la percezione. Non riesco più a capire da dove vengano e dove si dirigano. Mi perdo nei suoni distorti. Chiudo gli occhi e corro a memoria. E nel buio screziato dalla luce grigia che si infila tra e palpebre vedo i pensieri, le paure, i rancori, i rimorsi, i rimpianti. Ne intuisco i colori, ne assaporo l’amaro, ne respiro gli afrori. Sono miei e sono radicati nelle cellule del mio corpo. Stringo ancora di più le palpebre, cerco il buio. E’ paradossale ma in realtà voglio sondare il mio buio interiore, vedere tutto. Voglio capire.

Un clacson rimbomba acuto nelle mie orecchie. Sbando, spaventato. Da dove arriva questo suono così stridulo? Spalanco gli occhi all’improvviso e la luce mi disturba. La macchina è dietro di me, ne vedo la punta. Mi si affianca e il guidatore, un ragazzo con il cellulare attaccato all’orecchio, mi fa un gestaccio.

Continuo a correre ma una mano chiusa a pugno con il dito medio alzato si solleva contro quell’auto. Una voce urla “stronzo!”.

Poi mi rendo conto che sia la mano che la voce sono le mie.

“Vaffanculo!” gli urlo ancora, ora perfettamente conscio di ciò che faccio.

La macchina frena. Un attimo. Poi ci ripensa e riprende il cammino e scivola via rombando.

Inspiro a fondo, continuando a correre. Quando si corre l’importante è non fermarsi mai, non rompere il ritmo e il fiato. E io continuo e sorrido. Non so il perché ma sorrido, di nuovo.

La pioggia è intensa. Davanti a me ho un muro di strisce d’acqua dritte che cadono dal cielo e rimbalzano sui piccoli specchi d’acqua per terra. Infilo le scarpe nelle pozzanghere e vedo l’acqua schizzare.

Tutto intorno a me ha perso vita e colori. E’ un paesaggio in bianco e nero. No, non è in bianco e nero come non lo sono le fotografie o i vecchi film; in realtà è tutto un mondo, una vita, una serie infinita di racconti dai più banali ai più intensi sino a quelli assolutamente geniali, tinto di mille tonalità di grigio. Una serie incredibile di sfumature che non si possono banalizzare con un: è in bianco e nero. Non è vero. E’ falso. Assolutamente falso.

Attraverso aumentando la velocità la piazza della chiesa. E’ uno spazio ampio tagliato in due da una grande aiuola al cui centro è piantato un largo albero di ulivo. Il suo tronco è immenso, un largo cilindro intrecciato di legno scuro; un groviglio duro che non trova spazio e si abbarbica quasi cercasse la salvezza in un abbraccio inestricabile con sé stesso. Il tempo l’ha segnato e il distacco dalla sua terra, quella in cui è nato e cresciuto e in cui ha gemmato, fiorito, e partorito olive piccole, di un verde scuro che è un quasi nero, l’ha segnato. Non l’ha spento perchè è vecchio e forte, ma le sue foglie sono spente, molli, tristi.

Sulle scale della chiesa c’è un gruppo di persone, anch’esse grige come il cielo e le pozzanghere che riflettono il cielo. In mezzo a quelle persone al riparo sotto la tettoia, con i piedi ancorati sulle prime scale, spicca un giubbotto rosso scuro di una bambina dai lunghi capelli biondi. Mi guarda mentre passo, oltre la piazza e l’albero di ulivo, e mi segue con il suo sguardo azzurro.

Nel grigio, tra le mille sfumature di grigio (oltre, molto oltre le cinquanta) il colore di quel giubbotto, di quei capelli e di quegli occhi resiste e mi segue. La pioggia aumenta di intensità. Mi tolgo gli occhiali; mi abbasso il cappuccio; mi sfilo il cappellino di pile; mi tolgo i guanti neri. Alzo la testa verso il cielo e sento le gocce cadere con forza sul mio viso. Non ho dolore. Ho un piacere delicato, intenso. Mi lava via il sudore, mi sciacqua dal ronzio che ho nel cervello. Il passo, le mie gambe, iniziano a diventare leggere. E corro, sempre più forte.

Ce la posso fare. Il colore, quel giubbotto rosso, c’è.

Nonostante me. Nonostante i pensieri. Nonostante gli occhi spalancati nel buio della notte.

Il colore è lì.

 

 

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